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MA POI SCOPPIÒ LA GUERRA – L’antifascista Dino Giacobbe

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Estratto

Il più noto antifascista nuorese era e risultò essere l’ingegnere Dino Giacobbe, di Dorgali, che era reduce della I guerra mondiale, nella quale era stato ferito e aveva conseguito una medaglia d’argento e una di bronzo al valore, e che era stato uno dei fondatori del Partito Sardo d’Azione. Dopo aver lavorato nell’Amministrazione Provinciale di Cagliari, era stato assunto nell’Ufficio Tecnico del Comune di Nùoro. Dato che la sua opposizione al fascismo era del tutto nota, i fascisti nuoresi riuscirono a farlo liquidare dal Comune con un provvedimento di carattere amministrativo, cioè abolendo dall’organico comunale il posto che il Giacobbe ricopriva. Da allora l’ingegnere, che nel frattempo si era sposato con Graziella Sechi e ne aveva avuto figli, risultò disoccupato, costretto a fare solamente piccoli lavori di bonifica agraria, per i quali non sempre veniva remunerato dai proprietari committenti. Quando a Nùoro arrivava in visita ufficiale qualche alto gerarca da Roma, l’ingegnere Giacobbe veniva incarcerato in via preventiva, sorte che toccò – come dirò dopo – anche ad altri antifascisti nuoresi, compreso mio fratello Francesco.

Una volta i fascisti fecero irruzione nella sua casa, nel rione di Santu Predu, ma lui assente, e ne asportarono suoi libri, che subito bruciarono nella piazza del Rosario. Ritentarono la prova una seconda volta, ma scapparono a gambe levate quando egli li minacciò con la sua pistola di ufficiale dell’Esercito in congedo.

Siamo nel 1937, all’epoca della guerra di Spagna, quando a Nùoro arrivò la notizia che un fuoriuscito antifascista di Orgosolo, Giovanni Antioco Dettori, era morto combattendo in Spagna fra le truppe della Repubblica. Graziella Sechi Giacobbe ebbe modo di esprimere alla sua amica Angela Maccioni, insegnante elementare, la sua commiserazione per la morte di quel giovane in una lettera. Avvenne che questa lettera fosse letta da una sua alunna, la quale riferì la cosa ai genitori e questi denunziarono il fatto alla polizia. Le due donne furono immediatamente arrestate e mantenute in carcere la prima per 26 giorni, la seconda per 39. Quando furono messe in libertà, Angela Maccioni fu immediatamente privata del suo posto di maestra elementare di ruolo e da allora visse miseramente dando qualche lezione privata ai bambini e ragazzi nuoresi. Attorno al 1925 questa coraggiosa maestra, simpatizzante dei partiti di sinistra, si era fatta promotrice di una iniziativa originale: aveva fatto comprare tutti i garofani rossi che era stato possibile trovare a Nùoro e li aveva fatti distribuire da ragazzi per la città in occasione del I Maggio, “Festa del Lavoro” di tradizione socialista. E siccome i garofani erano risultati inferiori alle esigenze, la maestra aveva mandato i suoi ragazzi in campagna a raccogliere papaveri rossi, i quali furono distribuiti ugualmente al posto dei garofani.

Quando le due donne furono scarcerate ci fu uno strascico rilevante. Nel maggio del 1937, nel periodico che i fascisti avevano messo su col titolo di «Nuoro Littoria» – pochissimo diffuso e ancor meno letto – comparve un corsivo anonimo, nel quale le due malcapitate venivano insultate in maniera volgare. L’ingegnere Giacobbe si sentì offeso per l’insulto rivolto alla moglie e immediatamente mandò una lettera di sfida a duello al direttore responsabile di quel periodico, che era il Vicesegretario federale. Mi sento da precisare che molto probabilmente il corsivo anonimo l’aveva scritto non propriamente il direttore del periodico, bensì un suo collaboratore abituale, che era l’“informatore dell’O.V.R.A”, di cui parlerò più avanti.

Comunque, come risposta alla sfida a duello in primo luogo l’alto gerarca denunziò il Giacobbe alla polizia, che lo tenne in arresto per circa un mese. Ovviamente tutta Nùoro venne a sapere la cosa, sia per la conoscenza e stima che aveva dell’ingegner Giacobbe, della moglie e della maestra Maccioni, sia per il grande e ghiotto avvenimento che attendeva con trepidazione, il duello. Senonché questo non avvenne, per il motivo che il gerarca fascista in un primo tempo mostrò di accettare la sfida, ma poi se ne poté svincolare ai sensi dell’articolo del Codice Penale italiano che vieta il duello… Ovviamente lo scorno per il gerarca e per tutto il fascismo nuorese fu enorme e i commenti ironici da parte dei Nuoresi, sia pure fatti di nascosto, furono generali.

Però, poco tempo dopo si presentò all’eroico gerarca fascista un’ottima occasione per riscattarsi e per manifestare tutto il suo coraggio e valore di fascista. Una certa notte egli si accorse che due individui stavano tentando di sfondare una finestrella della «Farmacia Manconi», che dava in un vicolo chiuso del Corso Garibaldi. Immediatamente egli afferrò la sua pistola di ufficiale della Milizia, si sporse dalla finestra della sua camera, che era al secondo piano, fece fuoco e colpì uno dei due individui, il quale fuggì, ma poco dopo morì per strada dissanguato. Gli estremi del reato di omicidio volontario, sia pure non premeditato, c’erano tutti: 1°) Il malcapitato non risultava ancora essere un “ladro”, ma era soltanto un “aspirante ladro”, il quale aveva “intenzione di rubare”, ma non aveva ancora rubato; 2°) Egli era nella pubblica via e non nell’abitazione del gerarca; 3°) Egli cercava di entrare in un locale che non apparteneva al gerarca; 4°) Costui non aveva alcun motivo per temere della propria incolumità; 5°) Per far desistere i due aspiranti ladri dalla loro “intenzione” di rubare sarebbe stato sufficiente lanciare un grido o al massimo sparare in aria. Eppure, nonostante tutto questo chiaro e pesante carico di responsabilità penali, il gerarca fascista – che era laureato in giurisprudenza – non ebbe alcun fastidio da parte dell’autorità giudiziaria…

Ritornando all’ingegner Giacobbe dico che, scoppiata la guerra di Spagna, egli accolse l’invito che Emilio Lussu aveva fatto agli antifascisti sardi di andare a combattere a fianco dei Repubblicani di Spagna contro la rivolta reazionaria promossa da Francisco Franco. Egli si mise d’accordo con pescatori di Santa Lucia di Siniscola, i quali nel settembre del 1937 lo trasportarono clandestinamente in Corsica, da cui gli fu facile andare in Francia e dopo in Spagna. Qui all’inizio corse il rischio della vita, in quanto i comunisti che avevano la prevalenza fra le truppe di volontari stranieri, stavano per scambiarlo per una spia fascista. Poi, in virtù della sua precedente esperienza di ufficiale combattente nella I guerra mondiale, fu messo a capo di una batteria di artiglieria, intitolata a Carlo Rosselli, che ebbe modo di distinguersi nelle azioni di guerra contro le truppe ribelli di Franco e quelle mandate da Mussolini e da Hitler.

Finita la guerra con la vittoria delle forze reazionarie di Franco, l’ingegner Giacobbe riuscì a svincolarsi prima di essere ucciso o catturato e rientrò in Francia. Poi anche dalla Francia ebbe la fortuna di riuscire a scappare in tempo, prima che questa cadesse sotto il tallone delle divisioni di Hitler e dei collaborazionisti del maresciallo Petain. Gli riuscì di andare negli Stati Uniti, dove lavorò come semplice operaio, guardato però con sospetto dalle autorità per il fatto che in Spagna aveva collaborato con i comunisti.

Rientrò in Italia e a Nùoro dopo la fine della guerra e la instaurazione della democrazia, nel 1945, e dopo 8 anni di lontananza dalla famiglia. Qualche anno dopo, in una lettera mandata alla figlia Maria aveva modo di scrivere: «Non ti darò torto se mi dirai che per me stesso ho cercato la soluzione più facile, di un romanticismo quasi puerile (….) Solo Graziella, in quell’occasione, è stata eroica, pienamente consapevole di quello che faceva. Sapeva che forse non ci saremmo più rivisti. Sapeva che la vendetta del fascismo si sarebbe abbattuta su di lei e sui nostri figli. E mi ha lasciato partire» [vedi Simonetta Giacobbe, Lettere d’amore e di guerra, Sardegna- Spagna (1937-1939), Cagliari, 1992, pg. 19].

 E infatti le pene che passò la signora Graziella coi quattro figli piccoli, Giannetto, Simonetta o Tittì, Maria e Caterina, furono di molto superiori a quelle che passò il marito nelle terre dell’esilio. Quando infatti il marito scappò da Nùoro e dall’Italia per andare a combattere contro i Franchisti, la signora Graziella si trovò in numerose e grandi difficoltà. Innanzi tutto di fronte a difficoltà economiche – pur appartenendo a una famiglia di possidenti benestanti – a causa delle tasse da pagare e di impegni bancari che il marito si era addossato prima di fuggire dall’Italia. In secondo luogo perché risultava molto difficile allevare ed educare quattro figli, che erano ancora molto piccoli in età. Soprattutto costituiva un grosso problema quello di educare i figli nel ricordo e nell’affetto di un padre antifascista che era fuggito all’estero, essi che frequentavano la scuola pubblica, dove trionfava il culto della persona del “Duce” e del fascismo da lui creato e dove si esecravano come criminali gli antifascisti che combattevano a fianco dei Repubblicani di Spagna.

Molto significative e perfino commoventi sono le pagine del libro Piccole Cronache della figlia Maria, in cui ricorda le sue continue pene di bambina della scuola elementare per la lontananza del padre, pene che si imponeva di non manifestare alla madre per non accrescere quelle numerose e profonde che vedeva in lei.

Poi c’erano le grosse difficoltà di comunicazione fra i due coniugi lontani; le lettere venivano tutte intercettate ed aperte dalla polizia e anche per questo fatto tardavano ad arrivare a destinazione. E spesso passavano parecchi mesi di totale mancanza di notizie, con disperazione della signora Graziella e dei piccoli figli. E allora la signora Graziella mandava la figlia maggiore Tittì dal Questore per sapere se c’erano lettere da parte del marito e Tittì ricorda ancora il profondo disagio che provava nell’attendere, nei corridoi della Questura di Nùoro, che la chiamasse il Questore per dirle qualcosa di nuovo su eventuali lettere del padre. L’unica nota di carattere umano che si verificava in quel tetro ambiente era il fatto che il Questore dott. Saverio Polito «non trascurava di riempire di cioccolatini una busta che metteva in mano alla bambina spaurita».

C’era, sì, la prospettiva che il marito comunicava alla moglie e ai figli di poter riuscire a unirsi tutti in qualche paese estero, e la famigliola a Nùoro viveva anche in questa trepida speranza, ma gli eventi storici che stavano portando alla II guerra mondiale, allontanavano sempre più quella prospettiva e quella speranza.

A un certo punto si sparse a Nùoro la voce, portata da un fascista reduce dalla Spagna, che Dino Giacobbe fosse morto in combattimento a fianco dei Repubblicani. Subito i parenti e gli amici della signora Graziella crearono una barriera di silenzio e di protezione attorno a lei, affinché non le arrivasse la ferale notizia, nella speranza che fosse falsa. Ma la notizia della morte del padre venne a saperla da una donna del vicinato la piccola Tittì, la quale però si impose di non dire nulla e non disse nulla alla madre e ai fratelli. Ed era una ragazzina di appena 12 anni!

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