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Scuola e formazione – Sui “temini” dell’esame di maturità, esempio plastico della necessità di una Riforma per una vera “Buona scuola”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

univStamattina quando ho letto delle “tracce” per i temi di maturità nelle scuole italiane sono rimasta basita: come? Siamo ancora a questo punto? Esattamente come si usava trenta anni fa? Per quanto sia difficile crederci siamo sempre lì, sempre in ritardo di migliaia di anni rispetto al primo mondo. Ecco dunque l’ennesima traccia di “italiano” su un autore nostrano, magari pure bravino, magari pure portatore di un messaggio importante, non lo metto in dubbio, ma certo non sarà un “temino” sul suo lavoro a supplire quando si tratterà di capire davvero che tipo di sostanza intellettuale stiamo raffinando nelle nostre scuole. Scuole, dove, per inciso, si continuano a studiare tomi criminali e criminogeni, incensanti la superstizione, il bigottismo e tutto ciò che è diseducativo nella crescita morale di un individuo moderno, come è senz’altro il caso del mai troppo dileggiato “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.

D’accordo, non è colpa di chi è chiamato a decidere come modellare una prova d’esame, se purtroppo per noi siamo una nazione che dai tempi di Machiavelli non ha prodotto nulla di valido a livello letterario, saggistico e filosofico, ma certo può essere una loro responsabilità quella di non riuscire a costruire un altro tipo di orizzonte d’attesa per il futuro. Fermo restando che fosse per me in tema di “Prove d’italiano” alla maturità, aprirei alla grande letteratura europea (anche così si fa l’Europa, non solo producendo pseudo-giornalismo che fa equazione con un atto di terrorismo economico, come giustamente sosteneva non troppe settimane fa lo stesso Carlo Cottarelli da Floris a “DiMartedì”), e persino al pensiero filosofico di sostanza dell’Europa del Nord, che negli ultimi secoli ha tenuto alta la bandiera della nostra civiltà occidentale figlia del miglior cogitare greco-antico, è indubbio che è proprio sulla bontà, anche meramente tecnica, del prodotto confezionato che nascono i maggiori dubbi.

La domanda che mi pongo è insomma: come è possibile che in un’età intellettualmente complessa come è quella che viviamo, un ragazzo possa essere dichiarato “maturo” grazie a quattro paginette scritte in croce il giorno dell’esame a proposito del solito argomento politically-correct e moraleggiante proposto dal Ministero, in virtù del quale a questo mondo la vincono sempre i buoni (mai i “bravi”!) e i don Rodrigo vengono giustamente puniti dalla perpetua donna a modo e di grandi virtù? Non ho dubbi nello scrivere che se si andasse a leggere i blog di quegli stessi ragazzi, la qualità di tali scritture supererebbe di gran lunga quella del componimento omologato richiesto dall’Esame di Stato e prodotto in quella fatidica data.

Come immagino le prove di un futuro esame di maturità davvero valido, che ci dica molto sui meriti dell’alunno e della scuola che lo ha formato? Senz’altro le immagino come un momento di studio e di applicazione capace di produrre risultati oggettivamente misurabili anche fuori dal contesto scolastico. Ne deriva che per un esame di italiano, tale “risultato” potrebbe essere un libro (che per ovvie ragioni non si può scrivere in una mattinata), un “paper” di ricerca, un saggio critico, un qualcosa che generi, insomma, un in-più davvero nuovo e mostri un non-detto in precedenza ma facilmente identificabile anche da un osservatore o lettore esterno. A un tempo bello sarebbe se un esame scientifico producesse teorie sperimentabili, cioè possibilità di applicazioni pratiche di quelle teorie, di fatto rendendo il percorso scolastico già produttivo in sé… trasformando, in un futuro prossimo, le stesse scuole superiori in luoghi fisici e virtuali realmente propedeutici all’esperienza universitaria, finanche capaci di auto-finanziarsi in buona parte grazie a quei risultati “misurabili” e “mirabili” ottenuti dai loro studenti.

Esagero? Non lo credo affatto. Io penso, inoltre, che il problema non stia con i ragazzi di oggi che a mio avviso potrebbero facilmente produrre tutto questo, ma con la classe insegnante formata così come è attualmente formata e che non è assolutamente in grado, nella maggior parte dei casi, di fare il “copying” con le loro più raffinate capacità intellettive. Lo status-quo è talmente grave che sembra quasi che il nostro discutibile passato abbia preso per i capelli il nostro presente onde impedirgli di affrontare degnamente finanche il suo futuro…. Tra cinquanta anni si prevede insomma altro manzonismo per lo studente italiano poi costretto a fare il cameriere di quello germanico che ha studiato Kant… Dice un antico proverbio cinese: “L’apprendimento è un tesoro che seguirà il suo proprietario ovunque”. Sarà per questo che invece di vantare un tale “credito” nazionale noi abbiamo il debito pubblico più alto? Meditate, gente, meditate… almeno quel tanto che potete osare in presenza di una “Provvidenza” manzoniana che tutto vede e provvede di suo. Sic!

Rina Brundu

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