Advertisements
PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Dal capolavoro di Massimo Pittau – LA LINGUA ETRUSCA: Grammatica e Lessico. Valenza storico-culturale della lingua etrusca

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Estratto
 

Valenza storico-culturale della lingua etrusca

Evidentemente la lingua etrusca cominciò a parlarsi in Italia fin dal primo arrivo degli Etruschi nell’Italia centrale prospiciente sul Mar Tirreno, provenienti dalla Lidia nell’Asia Minore, secondo il famoso racconto del padre della storiografia occidentale, Erodoto. Questo racconto è stato contraddetto dal solo Dionisio di Alicarnasso, mentre è stato confermato da altri 30 autori antichi, greci e latini[1], e nel presente è condiviso dalla massima parte degli studiosi moderni (archeologi, storici, storici dell’arte e delle religioni, linguisti)[2]. D’altronde gli stessi Etruschi conservavano la memoria storica della loro migrazione in Italia – probabilmente nell’anno 968 a.C. – come dimostrano sia un loro decreto ricordato da Tacito sia due loro riti molto noti: il rito della infissione dei clavi annales nel tempio della dea Northia (presso Orvieto) per indicare il passare degli anni e quello della fondazione delle città more etrusco[3]: l’uno e l’altro erano e sono spiegabili solamente da parte di un popolo immigrato in un dato territorio, il quale teneva a conservare la memoria storica del suo arrivo ed inoltre eseguiva particolari cerimonie nel fondare città ex novo, mentre non erano né sono spiegabili da parte di un popolo che vivesse in quel territorio da tempo immemorabile.

Le più antiche iscrizioni etrusche però risalgono appena alla fine dell’VIII secolo a. C., perché solamente in quel periodo gli Etruschi conobbero e adottarono l’alfabeto greco, che i Greci avevano importato in Italia, e in particolare nell’isola di Pithecusa (Ischia) ed a Cuma in Campania. Dopo il detto periodo le iscrizioni etrusche proseguono di secolo in secolo fino all’epoca dell’imperatore Augusto, con una documentazione pertanto che ha raggiunto quasi gli otto secoli di durata.

In quest’ordine di idee è molto significativa una circostanza segnalata e sottolineata dal linguista toscano Riccardo Ambrosini: nel periodo della fioritura della letteratura latina, alla fine della Repubblica e all’inizio dell’Impero, non sono esistiti letterati e scrittori nativi dell’Etruria che abbiano scritto in lingua latina; ciò perché evidentemente essi continuavano ad adoperare nei loro scritti la loro lingua etrusca.

D’altra parte, nonostante che le iscrizioni etrusche terminino nell’epoca augustea, si intravede che l’uso della lingua etrusca, almeno nella Etruria propriamente detta, proseguì ugualmente per qualche secolo dell’Impero romano, in cui però andò a mano a mano estinguendosi, sostituita dal latino, con una scomparsa definitiva di cui gli studiosi moderni non sono riusciti in alcun modo a seguire o a ricostruire le fasi.

In tutto questo è implicito il concetto che la lingua etrusca è una “lingua morta”, della quale noi attualmente abbiamo soltanto testimonianze scritte, sotto forma di iscrizioni religiose, funerarie, dedicatorie, civili, di possesso, ecc. D’altra parte, se si considera che la lingua etrusca si era diffusa, come abbiamo già visto, in quasi tutta l’Italia, almeno sul piano lessicale è logico e verosimile ritenere che relitti della lingua etrusca si conservino tuttora, sia come appellativi sia come toponimi, in primo luogo nell’odierna Toscana, in secondo luogo in quelle regioni italiane dove si era affermata la dominazione e la cultura degli Etruschi. Per vocaboli toscani e anche italiani dialettali delle citate regioni che siano fino al presente privi di una sicura etimologia latina, esiste pertanto una forte ipoteca o presunzione che siano per l’appunto “relitti lessicali e toponimici della lingua etrusca”.

Oltre a ciò è certo che un discreto numero di vocaboli etruschi erano entrati nel lessico della lingua latina, di cui alcuni destinati ad un illustre e fortunato avvenire come atrium, favissa, fullo, histrio, lanista, mantissa, miles, mundus, persona, populus, radius, satelles, subulo, ecc. Ebbene, è evidente e logico che per noi moderni è possibile approfondire in una qualche misura la nostra conoscenza della lingua etrusca anche facendo riferimento ai relitti lessicali e toponimici e perfino fonetici che ci sono stati conservati dai dialetti toscani, da alcuni dialetti italiani e soprattutto dalla lingua latina.

Anzi, se facciamo uno speciale riferimento ad alcuni dei citati appellativi etruschi, che risultavano gravidi di notevoli valenze culturali, quali miles, mundus, persona, populus, radius, satelles e che sono entrati prima nella lingua latina e dopo nelle lingue neolatine e perfino in alcune importanti lingue germaniche, come l’inglese e il tedesco, se ne può trarre la legittima conclusione che, sia pure in una misura assai modesta, la lingua etrusca non è scomparsa del tutto, bensì risulta ancora operante nell’odierno quadro della civiltà e della cultura mondiale. Qualcuno di quei vocaboli “circola” effettivamente in tutto il nostro pianeta e in particolare numerosi satelliti ormai “girano” attorno al mondo anche in senso concreto, diffusori di messaggi radio al servizio dei vari popoli e al servizio della persona umana (5 vocaboli di lontana origine etrusca: satellite, mondo, radio, popolo, persona!).

[1]       Essi sono: Ellanico, Timeo di Taormina, Anticle di Atene, Scimmo di Chio, Scoliaste di Platone, Diodoro Siculo, Licofrone, Strabone, Plutarco, Appiano, Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Silio Italico, Stazio, Cicerone, Pompeo Trogo, Velleio Paterculo, Valerio Massimo, Plinio il Vecchio, Seneca, Servio, Solino, Tito Livio, Tacito, Festo, Rutilio Namaziano, Giovanni Lidio, C. Pedone Albinovano. Anche dando per scontato che molti di questi autori in realtà si sono fatti la loro opinione su quella degli autori precedenti, pure la loro adesione ai precedenti è per se stessa molto significativa. Al contrario non risulta che la tesi di Dionisio di Alicarnasso abbia avuto nel mondo antico qualche adesione.

[2]       Ci limitiamo a citare i più famosi di questi studiosi: A. Akerström, C. Battisti, J. Bérard, V. Bérard, V. Bertoldi, K. Bittel, R. Bloch, A. Boethius, P. Bosch Gimpera, W. Brandenstein, E. Brizio, O. Carruba, R.S. Conway, A. Della Seta, P. Ducati, G. Dumézil, M. Durante, R. Dussaud, A. Furumark, G. Ghirardini, W. Georgiev, A. Grenier, J. Heurgon, A. Hus, G. Körte, H. Krahe, P. Laviosa Zambotti, M. Lejeune, D.R. Mac Iver, G. Maddoli, S. Mazzarino, B. Modestov, O. Montelius, L.R. Palmer, G. Patroni, G.B. Pellegrini, A. Piganiol, M. Pittau, I. Pohl, G. Pugliese Carratelli, H. Rix, G. Säflund, F. Schachermeyr, J.B. Ward Perkins.

[3]       Tacito, Annales, IV, 55, 8; Livio, VII, 3, 7. Cfr. M. Pittau, OPSE, §§ 10, 11, 56.

Continua la lettura su www.ipaziabooks.com

Disponibile in formato Ebook e nel nuovo formato copertina flessibile!


LA LINGUA ETRUSCA Grammatica e Lessico


Massimo Pittau (Nuoro, 6 febbraio 1921) è un linguista e glottologo italiano, studioso della lingua etrusca, della lingua sarda e protosarda. Ha pubblicato numerosi studi sulla civiltà nuragica e sulla Sardegna storica. Le sue posizioni riguardo al dialetto nuorese (massima conservatività nell’ambito romanzo) sono vicine a quelle del linguista Max Leopold Wagner con cui è stato in rapporto epistolare. Nel 1971 è entrato a far parte della Società Italiana di Glottologia e circa 10 anni dopo nel Sodalizio Glottologico Milanese. Per le sue opere ha ottenuto numerosi premi.


 

Advertisements

Natale 2018 – Regala i nostri libri!