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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Filosofia dell’anima – Sul Gruppo di Ipazia e su “Angelo ribelle” di Salvatore Grieco.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Sono arrivata al punto da ridurre volontariamente gli interventi in Rosebud, da limitare i post, da non dare evidenza a tutto ciò che si sta facendo, quasi come a non rovinare il momento. Il mio terrore principale, credo, è ed è sempre stato che Rosebud smetta di essere una nicchia così particolare, smetta di essere questa specie di prato fiorito per venire infestato dal “social-ismo” di tipo feisbukico, da tutto ciò di cui ho maggiormente schifo e che credo sia alla base di questa sorta di razzismo intellettuale che vive in me, che cresce in me, e che mi è ormai sempre più difficile negare.

Il mese di maggio per il Gruppo di Ipazia è stato intentissimo, questi giorni sono molto intensi e i risultati si vedranno alla fine della prossima estate. Qualcosa si comincia già a vedere, in questo anno che in dato modo considero il primo della mia seconda vita anche letteraria. Non che i dubbi non permangano sul perché debbano esistere spiriti come il mio, sulla loro necessità di essere ed esprimersi in questo modo, sull’utilità e la determinazione a voler sviluppare una istanza dell’anima non omologata, intrinsecamente libera, ma tant’é… Il razzismo d’intelletto, appunto!

Peraltro, dentro queste dinamiche in dato modo kafkiane, o difficili da comprendere per chi vive l’intellettualità come un dogma patinato, o ha difficoltà a comprendere cosa sia la malattia dell’investigazione-dentro, in ogni sua forma, cogitazionale, scritturale, di tanto in tanto si fanno incontri che riescono a sorprenderci, soprattutto nella loro qualità sentimentale ed emozionale. Raramente, per esempio, sia come spirito-che-scrive, sia come lettore, men che meno come editore, mi è capitato di affezionarmi a un personaggio di un libro come mi è accaduto di affezionarmi al piccolo Antonio Cemmino, il protagonista dell’ultimo romanzo edito da Ipazia Books, “Angelo ribelle” di Salvatore Grieco.

Non sapevo che a un “character” di fantasia si potesse regalare un affetto molto simile a quello che proviamo per i nostri cari. Sapevo che codesti “eroi” li possiamo ammirare, detestare, ignorare, criticare, ma amare mai, a me non è mai capitato e in tutta onestà di “personaggi”, “eroi”, più o meno “grandi”, mirabili, ne ho incontrati molti, moltissimi. È stato dunque un piacere dare una mano al piccolo Antonio a camminare nel mondo. Non ho neppure dubbi che nel tempo per lui e non solo per lui si riuscirà a fare molto di più, perché salvare la scrittura dell’anima è un nostro dovere, sicuramente è un mio dovere e questo spero di riuscire a fare adesso e nel futuro che verrà.

Rina Brundu

 

Estratto da “Angelo ribelle” di Salvatore Grieco (Ipazia Books, 2018)

«Allora, Antonio» disse Finelli rivolgendosi al bambino, «che ne dici? Vuoi venire in classe con me a conoscere i tuoi compagnetti?».

Sorprendentemente il bimbo non oppose resistenza, gli sorrise e il maestro, prendendogli la mano, fece per uscire…

«Ferdina’, mi raccomando… te lo affido. Ora pensaci tu a questo bricconcello, pensaci tu… e buon lavoro» l’ammonì Caterina.

L’uomo le fece cenno di avere capito e poi, sempre tenendo Antonio per la mano, si allontanò con lui lungo il corridoio.

Prima di entrare in classe il maestro si fermò davanti alla porta dell’aula, quindi si parò davanti al bambino e con voce neutra gli disse:«Così tu saresti Antonio Ciemmino, eh? Come mai non hai frequentato in questi giorni? Non lo sapevi che è cominciata la scuola?».

Il piccolo non gli rispose, invece tirò il petto in fuori come a mostrargli tutto il suo distacco.

«Allora? Non rispondi? Forse ti ha mangiato la lingua il gatto?».

L’altro rimase muto.

«Sentimi, Antonio, devi imparare a fidarti di me. Com’è possibile che non ti piaccia la scuola?».

«Della scuola non me ne importa proprio niente. Io non ci vengo e non ci vengo».

«Oh! Allora sai parlare? Perbacco, che bella voce che hai! Perché non ti piace la scuola? I tuoi compagni ti stanno aspettando…».

«Non me ne importa niente, io a scuola non ci voglio venire».

«Se non verrai torneranno i carabinieri a prenderti. Verrà il maresciallo in persona e ti garantisco, perché lo conosco, che lui è uno davvero cattivo, burbero, fa paura solo a vederlo».

«Non me ne importa, tanto la prossima volta non mi acchiappano più».

«Se domattina non sarai a scuola, Antonio, verrò io stesso a casa tua a prenderti per le orecchie».

«Nossignore, io a scuola non ci voglio venire…» protestò il bimbo prima di scoppiare in lacrime. Finelli lo lasciò sfogare per un poco, poi gli prese di nuovo la mano e spingendolo leggermente in avanti lo condusse nell’aula.

L’alunno Antonio Cemmino frequentò la scuola per una settimana e poi, terminato il lungo ponte festivo di inizio novembre, da martedì 5 non si presentò più in classe. Finelli non sapeva cosa pensare, ma affidandosi al suo intuito decise di temporeggiare. Il venerdì, inaspettatamente, lo scolaro tornò.

«Antonio! Vieni subito qui! Fa’ presto, avvicinati alla cattedra. Dai, sii svelto… che aspetti? Fai veloce» gli ordinò il maestro, furioso.

Il bambino non fece cenno di averlo inteso.

«Allora? Quanto ti ci vuole per presentarti qui? Devo venire a prenderti io? Tu lo sai che se vengo, poi ti trascino per le orecchie? Vero che lo sai questo, sì?!».

«Maestro, io non ho fatto niente, perché non mi lasciate in pace? Uffa! Cosa devo fare? Cosa volete da me? Cosa ho fatto di male?».

Antonio non sembrava avere alcuna intenzione di obbedire.

«Allora non hai capito niente: non sono io che devo dare spiegazioni a te. Fa’ in fretta, dai, muoviti, che ho già perso la pazienza» urlò.

Raramente i bimbi avevano visto il loro maestro così alterato, perciò rimasero tutti immobili, ammutoliti e intimiditi.

«Come? Che significa cosa devo fare la mattina? Io faccio quello che mi pare e non quello che fanno i miei compagni» protestò Antonio quando finalmente si avvicinò alla cattedra.

Finelli, spazientito, in preda alla collera, con fatica si trattenne dall’andare oltre. Poi, pur dubitando in cuor suo dell’effetto che avrebbe sortito, optò per il solito predicozzo. Durante la paternale, preso dalla pietà gli erano spuntate anche le lacrime che, senza nasconderle, lasciò scivolare copiose lungo il viso. Alla fine si sentì esausto, svuotato, e il suo corpo asciutto fu pervaso da un brivido di freddo, gli girava la testa e dovette appoggiarsi al banco per non barcollare.

Nella classe il silenzio era assoluto. Comprendendo di avere sbagliato, il maestro fu assalito da un forte sentimento di colpa, che modo era quello di spiegare ai suoi alunni l’importanza di crescere istruiti?


Ambientata nella più profonda provincia casertana agli inizi degli anni ‘60, Angelo Ribelle è una storia grondante di forti atmosfere contadine che paiono specchio di quelle altre catturate dai documentari pasoliniani nell’Italia meridionale. In vero stile Bildungsroman classico, questo lavoro propone dei personaggi soggetti a un fato apparentemente avverso, ma che nel suo divenire costringe a una sostanziale crescita morale e intellettuale. Sullo sfondo di una realtà socioculturale difficile, complicata, complessa, arida, anaffettiva, si dipana la drammatica storia del piccolo Antonio Cemmino, scolaretto ribelle, figlio dimenticato, ma piccolo grande uomo quando si tratterà di combattere la battaglia più grande, quella per la vita. Basterà la determinazione di questo splendido eroe deamicisiano e post-moderno per avere la meglio su un destino forse irrimediabilmente segnato?

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