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Sullo straordinario intervento in Senato di Liliana Segre. E sul livore del senatore Renzi.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

Sen. A vita Liliana Segre fa ingresso in Senato

Sen. A vita Liliana Segre fa ingresso in Senato

Oggi mi è capitato per caso di ascoltare l’intervento in Senato della senatrice a vita Liliana Segre. Confesso di esserne rimasta affascinata e sono rimasta ad ascoltarla condividendone ogni singola parola come raramente mi succede. C’era del bello in questa nonna, proprio come si è definita lei stessa, con i capelli bianchi, le maniere pacate, capace di raccontare però in maniera limpida quello che sarebbe stato il suo personalissimo programma di controllo delle attività del nuovo governo, dato che in quella sede si stava discutendo proprio la fiducia a tale Esecutivo.

Liliana Segre ha detto chiaro e tondo che non si porrà in posizione contro a prescindere, ma si limiterà a valutarne la validità dell’attività, laddove non esiterà ad osteggiarla con tutte le sue forze qualora quella dovesse prendere una piega pericolosa. Il cameo nel suo discorso è stato il passo in cui ha ricordato i momenti di sofferenza dei Rom e dei Sinti nei campi di concentramento. Ha ricordato di come quelle famiglie in un primo momento non furono separate dai burocrati dei lager nazionalsocialisti, i padri, le madri, i figli non furono separati, di fatto suscitando l’invidia dei prigionieri ebrei pure presenti nel campo. Una invidia che però si sarebbe trasformata presto in orrore quando, poco tempo dopo, quegli stessi gruppi familiari sarebbero stati presi come fossero un unico pacco e portati nelle camere a gas. Dopo, ha detto la Segre, rimase solo il silenzio. Rimase l’eco vuotato della loro presenza, il pianto dell’anima.

Poi Liliana Segre si è seduta, nuovamente composta, sempre serena. È stato a lei che si è rivolto per primo Giuseppe Conte quando ha infine preso la parola per rispondere ai diversi interventi fatti oggi nell’aula del Senato. Mi ha colpito in quella risposta anche il tono pacato, riverente del neo Premier, la sottolineatura del messaggio della Segre, non solo come premessa per raccontare un disegno politico, ma soprattutto come motivo didattico e pedagogico da implementare dentro un contesto familiare privato, filiale; quasi come a dire che se il buongiorno si vede dal mattino, forse qualcosa di diverso si vedrà davvero in questa legislatura, e non sarà l’armageddon che propongono i giornalisti renzusconici e repubblichini in genere.

Di contro ha fatto ancora una volta impressione il livore che è riuscito a mettere in campo il senatore Matteo Renzi, in un comizio degno dei peggiori politicanti che pur vivevano nei tempi che ricordava la Segre. Ah, la saggezza! Quando manca quella cosa lì manca davvero tutto! La saggezza, peraltro, è una di quelle cose che vengono a mancare in noi nel momento esatto in cui ne notiamo la mancanza negli altri. Tuttavia, essendo la mia strada ancora molto lunga prima di raggiungere una simile meta, oggi voglio accollarmi il rischio sulle spalle, magari farmi ideale compagna poco saggia di Matteo Renzi, e dunque voglio scriverlo pubblicamente, urbi et orbi: ma perché questo ragazzotto fiorentino, quando si troverà tra le montagne del Kazakistan, Paese che nei prossimi mesi dovrebbe essere destinato a godere della qualità ispirata della sua arte retorica, non ne profitta per raggiungere un qualche monaco rifugiato sulle cime più alte e si fa dare la sua benedizione? Anche apprenderne lo stile di vita più umile e rassegnato non sarebbe un male, fermo restando che un tale processo redentivo non sarebbe solo un miracolo, sarebbe, quello sì, un armageddon non preventivato per il quale, francamente, non ci si sente davvero pronti.

Rina Brundu

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