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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Riflessioni sul Quarto Potere (25) – Sulla “festa” autocelebrante de IL FATTO QUOTIDIANO.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

logo.jpgIeri sera, traguardante e abbronzato, sicuramente meno sfatto di quanto è apparso nelle settimane precedenti, Marco Travaglio, il direttore della versione cartacea de IL FATTO QUOTIDIANO, si è presentato dalla Gruber e, tra un impropero e un altro contro Salvini, un mitico “poveretto” all’indirizzo del duce di Rignano sempre più costretto “between a rock and a crazy place”, ha annunciato di essere in qualche località dell’Emilia Romagna pronto a celebrare una qualche festa del suo giornale.

Fa bene Travaglio a rilassarsi e fa bene il giornale ad autocelebrarsi. Non mettiamo in dubbio che la redazione sarà circondata da una corte anelante, acritica, capace di raccontare l’ovvio di marketing generalmente richiesto in queste occasioni. Sì, sono abbastanza sferzante, così come non lo sarei mai stata alcuni mesi fa. Il fatto è che purtroppo il giornale Travaglio, nonché lo stesso Travaglio, nelle ultime settimane hanno ampiamente dimostrato di essere piu o meno ciò che sono tutti i giornali e giornalisti italiani: compagnie editoriali determinatissime a portare avanti e a imporre una linea politica, piuttosto che “osservatori interessati” e poi, eventualmente, “cani da guardia” del potere. Ne deriva che se IL FATTO QUOTIDIANO si comporta come tutti i giornali, dobbiamo trattarlo, per onestà intellettuale, come tutti gli altri prodotti editoriali, di Berlusconi o di De Benedetti non importa.

Detto questo, io ho sempre fatto anche delle doverose precisazioni. Marco Travaglio è senz’altro il giornalista più in gamba che abbiamo al momento in Italia. L’unico che, a buon diritto, possa chiamarsi tale. E se non l’unico certamente la cerchia dove si muove è molto ristretta. Il va sans dire che, almeno per quanto mi riguarda, i suoi meriti non possono essere diminuiti dalla mia critica, o dal fatto che abbia mostrato una “parzialità” politica. Vero è però che la parzialità politica da lui mostrata, così come quella del suo giornale (per certi versi si può dire che il termine Travaglio abbia funzione sineddica rispetto a quel giornale, dato che secondo me senza di lui quel prodotto editoriale non esisterebbe, o almeno non esisterebbe così come esiste), dovrebbe mettere assolutamente sull’avviso il lettore accorto. Detto altrimenti d’accordo ascoltare Travaglio, d’accordo leggere “Il Fatto”, ma per maggiore sicurezza meglio dare un’occhiata anche all’opinione dei loro più feroci avversari nella convinzione che forse un qualche scampolo di verità potrebbe stare nel mezzo, come sempre accade.

Then again, long live IL FATTO QUOTIDIANO, perché di giornali simili ne servirebbero di più! Se poi Travaglio, ma soprattutto Gomez (direttore della versione online, quindi di quella probabilmente più letta), riuscissero a evitare le lusinghe del gossip tanto caro alla redazione fontaniana; se riuscissero a evitare il “captioning” dell’ovvio occupandosi dei diritti delle donne in stile moraleggianti zitelle parrocchiali (i.e. piuttosto che discutere di quote rose giornalistiche, una opzione ridicola in sé, perché giornalisti si nasce non si diventa, cioè è scritto nel dna che fornisce le palle per esserlo) e dessero invece maggiore spazio al “ranting” dei colleghi di sesso femminile;  se riuscissero a dare spazio alla “filosofia” invece di distribuire il titolo di “filosofo” a destra e a manca in maniera ridicola; se riuscissero a evitare le tante e troppe marchette ai tomi dei colleghi (mitica quella al tomo fontaniano, ovvero di un autore che ha sostenuto e incensato il renzismo come nessun altro, ma che pur di fargli un favore è stato pubblicizzato sul giornale che quell’ideologia nefasta l’ha combattuta più ogni altro luogo virtuale, eccezion fatta per Rosebud)… ecco… sì il quotidiano ne guadagnerebbe molto specialmente in valenza culturale e intellettuale.

Si tratta del mio pensiero, naturalmente, sicuramente meno adatto al tono “autocelebrante” di questi giorni, ma tant’è, Rosebud non è una rivista italiana e io non tendo al leccaculismo!

Rina Brundu

PS Da un punto di vista strettamente tecnico anche una maggiore attenzione ai contenuti scritturali della versione online non farebbe male, laddove io ho contato molti più refusi di quanti non ne appaiano su Rosebud… E una correzione degli stessi che prende molto più tempo della linea fortificata di cinque minuti che bisognerebbe non superare… quasi come sé il redattore pubblicasse e poi, anziché rileggere, corresse al bar a prendere un caffè o a parlottare con la collega donna a cui ha appena cazziato un pezzo! Sic!

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