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SU SESSANTOTTO – Careluna lascia la Sardegna.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Già, la Sardegna!

Cosa ne sapeva Careluna della sua terra abbandonata ancora adolescente? Quando la sua faccia tonda dalle gote rosse ricordava la luna piena e, a lei piangente, la nonna diceva che la chiamavano così perché era bella come la luna.

Sapeva solo che era partita per rincorrere un sogno.

Era partita con questo sogno nella valigia di cartone, nell’animo una struggente malinconia, il cuore e lo stomaco premuti da un nodo che le strozzava il respiro, lo sguardo volto a ciò che lasciava, ai genitori afflitti, ai fratellini in tenera età, ai vecchi cari nonni, alle strade assolate del paese, al pianoro roccioso, alla valle bagnata dal fiume, ai nuraghi a sentinella dei guadi, ai cerchi di pietre nei fazzoletti di terra. Nella sua mente il tempo si era fermato a quando aveva salutato dal postale le gialle colline senza alberi, si era fermato al piccolo mondo lontano.

Ordinando la camera, i ricordi vanno ai primi ritorni.

Al binario ventidue, al treno che parlava la lingua dell’infanzia, a quel vecchio caro treno che giungeva fino al porto illuminato a giorno e si fermava davanti alla nave dondolante sul mare scuro. A quel mare che lei rapita guardava colorarsi d’azzurro all’abbraccio dell’aurora.

All’aurora che le faceva intravedere l’infinito dietro i monti e le ondulanti colline della sua terra.

Quella terra che aveva mandato via i suoi figli senza che essi comprendessero i perché.

Lei anche aveva faticato a capirli, aveva molto penato ricordando il piccolo mondo rimasto nel suo cuore e presente nelle lettere che conservava nella vecchia valigia di cartone.

Poi, anno dopo anno, ha messo radici nella città che la ha accolta, chiedendosi se la patria è dove si sta bene, o dove si lasciano gli affetti. O in entrambi i luoghi che s’incontravano nelle lettere, nelle sue e in quelle che Nennedda scriveva sotto dettatura della mamma.

«Carissima figlia, siamo contenti a sapere che ti sei abituata alla vita di città… Noi stiamo bene…».

A seguire l’elenco dei malanni giornalieri e delle tribolazioni settimanali, a casa e in quelle dei parenti. Nelle piccole case dove i bambini dormivano in un’unica stanza, chi a capo, chi ai piedi dei lettini, per sfruttare meglio gli spazi, uniti dal sonno in un grande caldo abbraccio.

Raramente la zia faceva cenno alla faida che sconvolgeva il paese negli anni Sessanta, agli agguati nei sentieri di campagna e negli ovili, alle tragedie di molte famiglie, che pure la ragazza conosceva. Una sola volta le aveva riferito di un processo di cui era stata suo malgrado spettatrice. Nella busta aveva infilato anche un ritaglio di giornale con sopra il suo commento negativo sulle menzogne dei giornalisti disonesti che, pur di vendere i giornali, s’inventavano i fatti per darli in pasto a lettori avidi di notizie sensazionali.

La zia scriveva le sue lettere in un italiano povero di parole, a cui lei dava senso e spessore con il continuo intercalare di frasi nel sardo ricco di apporti campidanesi e logudoresi.

Nella lingua che nessuna legge fascista era riuscita a sradicare. Neppure la signorina Ida.

«Come era brava, signorina Ida!».

Regalava a Nennedda e alle compagne quaderni penne e calamaio, grembiulini neri di cotone e scarpe di furesi. Ed esse contente marciavano al canto del Carmen Seculare, cantavano all’alzabandiera davanti al palazzo comunale.

I quaderni con la copertina nera lucida ruvida, in cui, in bella grafia, è riportata la Storia d’Italia, diventata Impero, con l’Urbe capitale, la zia li custodiva gelosamente nel cassetto del comò, talvolta li prendeva per leggerli all’amata nipotina, li accarezzava e come per incanto si trovava nell’aula a pianterreno seduta sul banco di legno scuro.

Careluna l’ascoltava avidamente sognando di andarci un giorno o l’altro alla Città eterna.

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Chiudiamo Wikipedia. Non si lucra scaltramente sull’impegno di intelletto!