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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Ritratto disincantato dell’uomo del giorno: ENRICO MENTANA.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

mentanaConfesso che a un certo punto dell’ennesima dura, durissima “Maratona Mentana” (La7), una trasmissione televisiva determinata a seguire ogni istante della formazione del nuovo governo italiano, avrei voluto avere tra le mani il numero di telefonino di Di Maio o di Matteo Salvini.

“Suvvia, ragazzi” avrei detto loro, “sono giorni, settimane, che Enrico ce la sta mettendo tutta per cavillare, capzioseggiare, cazzeggiare, insinuare, alludere, accennare, commentare, connotare un qualsiasi scandalo o scandaletto che vi riguardi, un dietro-front imprevisto, anche fosse solo un lieve malore passeggero, un piccolo accenno di mestruazione, ma voi niente, nisba, nudda: vogliamo fare qualcosa in merito?”.

Sono sicura, infatti, che davanti a questo preoccupante caso giornalistico e “umano” né Di Maio né Salvini se ne sarebbero tirati fuori con leggerezza e qualcosa se la sarebbero inventata lì per lì. Purtroppo però non avendo accesso a quel numero, la situazione è rimasta sempre la stessa: grave e preoccupante per tutta la giornata.

Alla fine della serata, il dubbio che ti resta è: ma Cairo lo paga a parole questo conduttore? No, perché i discorsi di Mentana mi ricordano quel critico che recensendo un tomo letterario disse: “Tizio ha usato 50000 parole nel suo libro, 49900 più di quelle necessarie”. D’accordo, in gergo giornalistico tecnico il lavorìò dialettico che porta avanti Mentana e la sua troupe è arcinoto con il nome di “allungare la broda per fare ora”, o per fare paragrafo se la performance è per iscritto, ma davvero c’è un limite a tutto.

Soprattutto, a mio avviso, ci dovrebbe essere un limite alla dietrologia autorizzata in Redazione, al retro-pensiero fine a se stesso, campato in aria come buona parte dei concetti espressi dai “professionisti” presenti nello studio in questi giorni da tregenda per le orecchie del telespettatore rincoglionito, tra i quali mi colloco anche io. Diceva Mozart: “Parlare bene e con eloquenza è una gran bella arte, ma è parimenti grande quella di conoscere il momento giusto in cui smettere”. Qui però il problema è dato anche dal fatto che manca il senso per una estetica nella loquela, dato che è molto difficile considerare bello un discorso ossessivamente intercalato da “filler” semantici tipo… uhm… mmh… ah… ahhh… perché…. Insomma… o sui generis tipo: Celata corri lì, Celata corri là… Sardoni… dove sei? Sardoni, muoviti… and so on and so forth.

Del “momento giusto per smettere” poi non se ne parla, quello era tanto tempo fa e ormai è troppo tardi. Lo confesso, non ho mai amato particolarmente Mentana. Non ne apprezzo appunto lo stile prolisso tipo “quattro amici al bar di provincia”, ma soprattutto la visione schierata sul lato sinistro di Signore, eppur accortamente nascosta con un grado di furbiza raro nel nostro panorama giornalistico. Vero è però che Mentana le notizie le dà anche – non tutte allo stesso modo, d’accordo – ma a differenza di ciò che combinavano i dirigenti RAI dell’era renzista più epica, il direttore del TG7 ha sempre tentato di salvare almeno almeno le apparenze, riuscendoci il più delle volte… non tutte però.

Che a questo punto la madre di tutti i dubbi si impone: ma cosa succederebbe se il nuovo governo tirasse avanti per cinque anni senza gli usati scandali di tipologia renzista che Mentana e il suo entourage potrebbero finalmente cavalcare alla grande e a briglia sciolta, come De Benedetti non permetteva di fare prima? Io temo soprattutto per il maggior bene di Celata e Sardoni, ma forse sto esagerando anche io. Del resto, a guardar lo zoppo…

Rina Brundu

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