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QUEEN MARY E LA DITTA. “Uomini e Donne” di Maria De Filippi: apologia del narcisismo o del naufragio esistenziale?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Estratto

Un’altra domanda che potrebbero farsi gli spettatori ingenui, tra i quali mi colloco anche io, è: di quali argomenti si occupa il programma Uomini e Donne? Si tratta di una domanda affatto banale. Se è vera la mission televisiva della trasmissione, cioè la mission esplicitata online dai redattori Mediaset e già citata all’inizio di questo capitolo[1], le interrogazioni che si potrebbero porre i signori Rossi qualunque sono anche altre: chi è che andrebbe in televisione nella speranza di iniziare una relazione sentimentale da continuare anche “nella vita reale”? Chi è che si vorrebbe “tronista” di un programma televisivo? Chi si vorrebbe “pretendente”? E se mai sbocciasse, che tipo di relazione sarebbe quella combinata a Uomini e Donne?

Nei giorni in cui mi sono costretta a guardare la trasmissione onde poterne scrivere, ho visto nel ruolo di attiva protagonista di quello spettacolo tanta varia e avariata umanità: donne di mezza età evidentemente sfiorite e melanconiche, signore anzianotte ma ancora anelanti, uomini di ogni condizione sociale accomunati dallo spirito del casanova e del farfallone, capelli permanentati e facce abbronzate, mises trendy e firmate, anime apparentemente affascinate solo da tutto ciò che è epidermide e fa notizia su Instagram o sui social. Spesso, mentre guardavo codesti individui presenti in studio, intenti a discutere con opinabile abilità, e in alcuni casi con notevole scaltrezza, le loro problematiche sentimentali davanti all’occhio della telecamera e del mondo che guardava, e cioè mentre osservavo dei characters (personaggi), che in alcuni casi potevano essere i miei genitori, in altri i miei compagni di scuola e in altri ancora i miei figli, mi tornava in mente un tòpos letterario molto caro a Patrick White[2], la tematica dello shipwrecking (naufragio) esistenziale.

Non avevo nessun diritto, nonché nessun motivo per considerare quegli uomini e quelle donne (nella maggior parte dei casi chiaramente arrivati socialmente, in altri sicuramente possessori di esperienze di vita a loro modo importanti, sotto prospettive multiple), alla stregua di naufragi esistenziali, ma questo è tutto ciò che mi suggeriva il mio sentire.

Gli shipwreck dell’anima possono essere di variegata natura e in verità non esiste essere umano che in un qualsiasi momento della sua vita non ne abbia sperimentato uno. Tale set back, o momento di effettiva difficoltà dello spirito, lo può sperimentare il ricco proprio in virtù del suo essere tale e il povero per lo stesso motivo, ma lo può sperimentare anche chi apparentemente non ha problemi di alcun genere. Si tratta, infatti, di uno dei mali più perniciosi che ci possano affliggere, forse il più pericoloso sotto certi aspetti, il più doloroso, il più sentito, il più difficile da guarire.

Ecco, ciò che mi ha impressionato di più osservando i gagliardi, traguardanti, anche coraggiosi (perché no?) protagonisti di Uomini e Donne, è che mi pareva di notare, tra di loro, naufragi dell’anima in misura decisamente superiore a quelli che si notano in altri programmi simili, o magari quotidianamente mentre camminiamo per strada o ci guardiamo allo specchio. Cosa mi portasse a fare queste considerazioni non saprei dirlo, ma vero è che mi capita di farle spesso, di tirarle in ballo quando mi confronto con tutto ciò che è epidermide, apparenza: che si tratti di una allergia interna a prescindere?

Del resto, nonostante la difesa ad oltranza di questi programmi da parte di chi li produce, li conduce, li confeziona con tanto di fiocco colorato pensato per ingannare lo spirito; nonostante il continuato rimarcare che tali programmi non attirerebbero i cretini, è indubbio che questa particolare trasmissione di Maria De Filippi sia una vistosa vetrina che mette in mostra soprattutto ciò che è futile, ciò che è sentimento becero, ciò che si nutre di ideali banali ed effimeri, dunque di idealità minimale. L’idealità minimale è quella che mette al centro dell’attenzione l’ego, il narcisismo in noi, e relega dietro il bancone la ricerca interiore, quella più difficile e più dolorosa che per realizzarsi necessita per lo più di silenzio. Detto altrimenti, quale vero innamorato dell’amore, di un qualsiasi sentimento onesto, andrebbe a ricercare la sua metà dell’anima tra le luci della ribalta televisiva? Quale profondo sentire permetterebbe a un uomo o ad una donna di andare a ridicolizzarsi in pubblico in tale maniera su questioni così importanti per la loro esistenza?

[1] Cfr. Cap II

[2] Patrick White (1912—1990) , scrittore australiano Premio Nobel per la Letteratura nel 1973.

 

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