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Filosofia dell’anima – La “felicità” di Al Bano e Romina

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

Prometto che dopo avere pubblicato questo post sotto questa rubrica – una rubrica a cui, lo confesso, tengo molto – mi taglierò le mani. Sbagliando, naturalmente. Sbagliando perché a dispetto della mia superbia intellettuale, perché di questo si tratta, anche la storia di Al Bano e Romina Power può a buon diritto raccontare una sua filosofia dell’anima. Tolte le paillettes, i lustrini, le luci della ribalta, gli spettacoli, le baruffe chiozzotte mediatiche, il molto dire per raccontare niente, dietro quella storia c’è semplicemente un altro uomo e un’altra donna, anche con i tanti problemi, passati e presenti, come raccontano le cronache che li riguardano.

Di norma non mi interesso degli albano e delle romine, cioè non mi interesso di storie di vita che non mi colpiscono. E in realtà non c’è nulla che mi abbia mai colpito nelle storie “esemplari” di Al Bano Carrisi e Romina Power, se non forse, tramite loro, mi ha colpito, molti anni fa, la scomparsa della figlia Ylenia. Sì, mi sembra che si chiamasse proprio così. Di quella ragazza ho impressa nella mente una immagine di una sua partecipazione a un programma di Mike Bongiorno, e dunque quella fotografia deve per forza riguardare la mia prima vita in Italia. Poi, pochi giorni dopo, o comunque dopo poco tempo quella occasione televisiva, venni a sapere della sua scomparsa a New Orleans. Fu un fatto che mi colpì parecchio perché fu un altro di quei casi che ti danno da pensare, che in dato modo ti spingono a pensare.

Come poteva accadere che una ragazza così giovane, bella, che aveva apparentemente fatto sue tutte le fortune, potesse scomparire così? Perdersi così? Perché a ben vedere il problema non nasceva a New Orleans, nasceva molto prima. Per esempio, mi sono chiesta cosa abbia spinto Ylenia ad abbandonare quel mondo luccicante che le apparteneva dalla nascita per avventurarsi tra le strade del mondo cercando altro. Cosa cercava Ylenia? Cercava se stessa? Cercava strade sconosciute o semplicemente stava tentando di capire? Magari voleva capire chi fosse veramente? Un sintomo di intelligenza, certamente. E a un tempo un sintomo di infelicità, quella che prende l’essere nei luoghi, nei posti, nelle situazioni più impensate.

Non sappiamo se Ylenia sia morta, ma fossi un suo caro preferirei immaginarla così, perché l’alternativa sarebbe insopportabile. Le morti precoci mi portano sempre a ritenere che lo spirito che abitava quel corpo aveva terminato il suo compito sulla terra. Altre volte le anime si stancano. Altre volte ancora trovano tutto questo “nulla”, tutta questa “banalità” che ci circonda, poco attraente, poco appetibile per una curiosità sviluppata. Un altro sintomo di intelligenza. Faccio molta fatica, invece, a trovare una qualità “intelligente” in quei milioni di spettatori che di questi tempi, prima dalla Carlucci e poi da Costanzo (ripetuta juvant e i “consigli per gli acquisti” hanno le loro esigenze), si starebbero sintonizzando davanti agli albano, alle romine, alle loredane che nella mediaticità ripudiata da Ylenia sembrano sguazzarci, quasi come maialini nel porcile.

È stato proprio un occhiello giornalistico che elogiava gli “ascolti” fatti da Costanzo, che mi ha spinto a scrivere questo post, poi, immagino, l’ho rigirato seguendo la mia prospettiva di visione, le mie solite logiche interpretative. Ma dov’è in tutto questo sconsolante circolo mediatico la “felicità” di Al Bano e di Romina? Nella loro storia finita? Nel loro essersi ritrovati? Negli ascolti fatti da Costanzo? Certamente…. non può essere nel dolore che, immagino, tortura ancora ora la loro anima ad ogni ricordo della figlia perduta. Ritengo, tuttavia, che la “felicità” di Al Bano e Romina possa essere nell’averla avuta Ylenia. Nella memoria del suo viso bello, dello sguardo dolce, di un animo così nobile da optare per la rinuncia alla “miseria” del “nulla” che la circondava. Tutto, insomma, pur di trovare se stessa e la ragione importante della sua felicità. Quella vera, quella che conta.

Rina Brundu

 

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