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Marco Travaglio – Sfenomenologia. Se il giornalista in campagna politica machiavellica viene superato in acume dalla Moretti (PD) e irriso goliardicamente da Alessandro Sallusti…

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

travaglio

Come mai il direttore Travaglio sa cosa ha sempre preferito Di Maio?

Non mi è proprio piaciuto il Marco Travaglio di lotta di governo dura e senza paura che si è presentato ieri sera da Floris a “DiMartedì” (La7). Oltre ad apparire nervoso come non lo avevamo visto mai, mi ha colpito la ricostruzione dei “fatti” politici così schierata e appassionata che a confronto la Moretti, rappresentante del PD in studio, sembrava una passer-by, un passante che guarda e passa. Ma la Moretti non si è solo limitata a guardare. Per certi versi, e anche se indirettamente dato che prima è intervenuto Travaglio da solo e poi la Moretti, la quale si è inserita in un dibattito successivo, ha dato una grande lezione in capacità di ragionamento politico etico al direttore de “Il Fatto Quotidiano”.

Marco Travaglio, infatti, nel suo discorso scaltramente teso a supportare l’idea di un governo anti-berlusconiano nella sua essenza (questa è a mio avviso la sola ragione per cui sostiene l’inciucio PDR-M5S), ha concluso un opinabile intervento con un’affermazione machiavellica e nazionalpopolare da ricordare: “La politica è l’arte del compromesso”. Non sono d’accordo con il pur bravo giornalista. La politica è sicuramente l’arte del compromesso da un punto di vista tecnico, ma prima della tecnica, nelle democrazie moderne che hanno avuto la fortuna e la capacità civile di superare il machiavellismo, a fare la differenza dovrebbe essere soprattutto l’etica. Ne deriva che tu puoi fare un compromesso scarsamente etico  dentro le dinamiche di una ideale repubblica sudamericana, laddove ci sono partiti dittatoriali che debbono necessariamente raggiungere un accordo per governare, oppure lo puoi fare in un Paese come la Germania, ovvero in una società democratica matura dove formazioni politiche anche di diversissima natura, in questi tempi liberati possono senz’altro raggiungere un accordo governatizio per il “bene del Paese”.

Secondo me non si può procedere in quel modo nell’Italia letteralmente spaccata politicamente in una molteplicità di pezzi dopo le varie e avariate esperienze governative made in Berlusconi e Renzi. Questo discorso è così vero che è proprio lo stesso Travaglio il primo sostenitore del veto politico pentastellato a Berlusconi, la qual cosa è una contraddizione in termini con l’assioma esplicitato l’altra sera dal direttore del “Fatto”: “La politica è l’arte del compromesso”. Ma allora perché non si può fare un compromesso con Berlusconi? Perché per Travaglio è il “male assoluto”? Orbene, per me e per molti altri italiani è la corruzione amministrativa imposta dal renzismo via golpe politico il “male assoluto”, perché dunque i nemici politici di Travaglio dovrebbero essere più nemici del popolo italiano degli altri soggetti poco raccomandabili?

Il modello Travaglio visto ieri sera era così fazioso che, come scrivevo prima, persino la Moretti ha fatto meglio di lui quando, per giustificare il suo NO all’alleanza M5S-PD, ha detto: “Gli accordi politici si fanno in base ai contenuti”. Alessandro Sallusti, anche lui ospite in studio, invece non gliel’ha mandata a dire e con uno scaltro sorriso affiorante tra le labbra, ha borbottato: “Voglio vedere Travaglio quando sentirà del nuovo ministro Boschi…”, o giù di lì.

Proprio così, ieri sera Travaglio, apparso esageratamente accecato dal suo personalissimo risentimento contro Berlusconi (un altro esempio chiaro e lampante è stato quando ha detto che in casa Berlusconi ci sarebbe tanta “merda” e lo stesso Floris si è sentito di intervenire), non ha dato gran prova di sé, arrivando buon ultimo nei ragionamenti validi che sono stati fatti da tutti gli invitati.

Personalmente sono comunque molto contenta di questa svolta deontologica del direttore del “Fatto”, perché mi ha permesso di capire ciò che sapevo da molto tempo e che negli ultimi tempi confesso di avere dimenticato: ovvero che un giornalista davvero tale non dovrebbe mai fare politica attiva (il senso del termine “attivo” è interpretabile in molti modi), né tantomeno usare la sua scrittura per dettare una linea politica, proprio come sta facendo in queste settimane Travaglio.

Dulcis in fundo, mi ero scordata che non si dovrebbero mai coltivare miti nel giornalismo, men che meno tra le fila del giornalismo italiano. Il giornalismo di per sé è fatto ed è opinione. In Italia tende ad essere soprattutto quest’ultima, ma se così è, allora i miei maestri preferisco scegliermeli non in base al ruolo mediatico che ricoprono ma in base alla loro capacità di ragionamento logico e libero, fermo restando che trovare spiriti così capaci è davvero raro.

Rina Brundu

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