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Filosofia dell’anima – La solitudine di Giada Di Filippo

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

woman-641528_960_720Mano a mano che il tempo passa si apprendono nuove “verità” sulla storia di Giada Di Filippo, la 26enne campana che si è suicidata alcuni giorni fa saltando dal tetto dello stesso stabile universitario dove aveva preparato la sua taroccata “festa di laurea” invitando famiglia, parenti, amici. In realtà, molte di queste “verità” appaiono palesemente delle verità di comodo, come quelle che vorrebbero questa ragazza solare, allegra, spensierata e senza una preoccupazione al mondo. Altre di queste “verità” inducono, invece, a pensare e nascondono situazioni forse più pregnanti da prendere in considerazione.

Si legge, infatti, che Giada non avesse confidato a nessuno del suo essere in ritardo con gli esami, neppure al fidanzato, quello stesso che alzando lo sguardo verso l’alto, proprio come lei gli avrebbe intimato di fare al telefono, l’avrebbe vista volare dal tetto fino al fatale schianto a terra. Come è possibile che un essere umano si senta così solo da non trovare il coraggio di confidare i suoi problemi neppure al suo compagno di vita? Poi si legge che Giada avesse portato avanti la sua sceneggiata sulla laurea incombente fino a livelli che sfiorano l’assurdo. Per esempio aveva ordinato le bomboniere per la festa, una cosa che forse non fanno più neppure le vecchie zie di stile vittoriano vestite di pizzi e merletti. Inoltre, aveva spinto perché la famiglia prenotasse il banchetto al ristorante. Insomma, Giada avrebbe fatto veramente le cose in grande per celebrare il suo addio al mondo… pardon, la sua laurea taroccata, e tutto questo senza che nessuno, men che meno coloro che le erano più vicini, si rendessero conto che in quella Giada c’era forse qualcosa di stonato, qualcosa che aveva cessato di funzionare da molto tempo; senza che i suoi cari si rendessero conto che tutte quelle preparazioni sguaiate ed esagerate estrinsecavano solamente il suo gigantesco grido d’aiuto, espresso nell’unica forma di comunicazione che le riusciva di usare…

Si è letto anche che il padre di Giada sia un ex ufficiale dei Carabinieri in pensione, adesso incapacitato a darsi pace, vinto dalla coscienza viva di non essere stato capace né di vedere il “male” che divorava la figlia né tanto meno di aiutarla, forse pentito di una qualche severità di metodo ulitizzata in passato magari con troppa disinvoltura. Mi fa tenerezza questo genitore vesito a lutto, ma sono convinta che Giada non vorrebbe mai che trascorresse i suoi ultimi giorni paralizzato dal rimorso. Non importa quale sia il nostro ruolo nell’esistenza di un altro, padre, madre, amico, marito, moglie, io resto convinta che nessuno di noi possa cambiare il destino altrui; certamente possiamo aiutare il percorso di un nostro caro in molti modi, possiamo finanche renderlo più arduo, ma difficilmente possiamo cambiarlo nella sua essenza, o farci carico di quel cammino di formazione che ogni anima deve necessariamente fare suo e a cui non può sfuggire.

Non a caso, ci sono lauree e lauree. Quelle che distribuiscono le facoltà universitarie del mondo sono importanti, ma mai così importanti come vorrebbe dare ad intendere il destino di Giada: non c’è nulla di così importante da determinarci a toglierci la vita o a toglierla ad un altro Essere! Di converso è indubbio che tutto il nostro percorso – se vogliamo dargli un senso – sia una vera e propria maratona verso una laurea di altro tipo; dentro queste ultime dinamiche ci sta dunque anche il desiderio di Giada di liberarsi di una esistenza che evidentemente le soffocava l’anima, di una solitudine esistenziale che faceva equazione con la morte del suo spirito e le impediva di essere come meglio si sentiva.

Ne deriva che solo immaginandola più felice, adesso, quel genitore potrà ritrovare la serenità che gli sarà necessaria per continuare a vivere, nell’attesa di ritrovare e riabbracciare anche la sua Giada, un giorno.

Rina Brundu

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