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Torre dell’aquila di Giuliana Borghesani

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

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Ispirato dagli affreschi della Torre dell’Aquila di Trento, questo romanzo di Giuliana Borghesani, autrice veronese, è in sé una raffigurazione di una vita medievale vivace e ideale animata da figure fantastiche, mitiche, scaltre ma didattiche. Scaltra è anche la scommessa che Orso di Montenero, signore del feudo, farà con un amico: decorare le pareti bianche della sua Torre dell’Aquila, entro l’anno. Come farò? Dove troverò l’ispirazione per terminare il lavoro in tempo?, si lamenta Mastro Cicogna, l’allampanato pittore incaricato da Orso di occuparsi del progetto. Fortuna vuole che Mastro Cicogna non sia solo e, grazie ad una moglie quasi fattucchiera e all’aiuto di un amico cacciatore, si mette tosto all’opera, imbarcandosi in un viaggio di conoscenza e di scoperta che, mese dopo mese, gli rivelerà una vita di borgata magica e dannata a un tempo, come mai avrebbe potuto immaginarla prima…

Leggine qui un estratto…

«Il Vespro, è ora che torni a casa. Non si vede più niente».

Guardò il lavoro di quel giorno e non si sentì soddisfatto. L’unica cosa che era riuscito ad impostare era la scena di sfondo: non erano ancora erette le grandi tende colorate, né il palco su cui le dame avrebbero ricevuto gli onori dovuti, non c’era l’affannata corsa dei cavalli, né l’incrociarsi delle lance dalla punta stondata, fatte apposta per torneare. Ma negli occhi del pittore era vivo il ricordo di tanti tornei passati, così da ricrearne l’ombra, in attesa di riempirle con lo spirito quello futuro. Raccolti e puliti i pennelli, dato un ultimo sguardo, s’avviò lentamente per le scale. Nel cortile fu accolto da un’agitazione che, appollaiato nella sua torre, non aveva colto. Uguccione sembrava una trottola, così gli altri scudieri, cavalli e cavalieri si confondevano e s’incrociavano, come a saggiare le proprie capacità prima del tempo stabilito. Dalle finestre Ghisela e le sue amiche sorridevano e sussurravano, indicando ora questo ora quello: finalmente un po’ di vita dopo tanta calma e tanto silenzio rallegrava le corte giornate invernali e forse qualcuna avrebbe saputo in quale castello avrebbe condotto la sua vita di sposa. Mastro Cicogna, naso all’aria, insisteva a fissare la finestra che l’aveva attratto prima. Gli sembrò di vedere un’ombra, ma era troppo lontana, e c’era troppo buio per essere certo. Però una delle amiche di Ghisela non si vedeva.

«Bisogna che ne parli a Bertilla, anche se non è qui, saprà certo chi, come e perché».

La fiducia nella moglie sfiorava la fede assoluta, niente era impossibile a quella donna che molti anni prima gli aveva salvato la vita. Le vie del paese erano stracolme di gente, anche se l’ora era tarda; di solito i bravi paesani si rinchiudevano in casa e si stringevano intorno al focolare acceso. I fumi delle zuppe che cuocevano nei pentoloni nei camini stuzzicavano l’appetito e servivano a far scendere su tutti una piacevole quiete, che li ripagava delle fatiche di una lunga giornata. Bisognava aspettare dopo cena, quando i piccoli cominciavano a ciondolare il capo assonnati, perché qualcuno vicino al fuoco raccontasse di streghe e di fate, di fatti passati e di speranze. Ma in quei giorni il torneo stuzzicava la curiosità di tutti e si faticava a trovare la strada di casa. Quando Mastro Cicogna arrivò alla sua si stupì che nessuno l’aspettasse.

«Bertilla!».

Cercò di evocare la moglie col solo potere della voce, ma naturalmente non fu così e, mogio mogio, il povero pittore si dispose ad accendere il fuoco. Il focolare era spento e faceva supporre che Bertilla se ne fosse andata da tempo. Il fuoco alla fine si mise a scoppiettare, ma nessun profumo di cibo saliva sotto i travi scuri del tetto.

«Se almeno imparassi a fare una zuppa adesso ci sarebbe la cena pronta».

La donna era apparsa sulla porta, senza che nessun rumore l’avesse annunciata, i lunghi capelli sempre più arruffati. Erano gli occhi il suo punto di forza, chi vi guardava dentro sapeva che avrebbe trovato comprensione e aiuto.

«Dove sei stata?» Mastro Cicogna sorrise beato alla moglie. Non solo era felice di vederla, ma assaporava la cena: il suo stomaco brontolava da un po’.

«Mangiamo, mio caro, poi ti racconto una bella storia, anche se forse ne sei già al corrente».

Il pittore scosse la testa, ovvio che la moglie sapesse già tutto. Il mistero ruotava intorno al volto dagli incerti contorni dietro i vetri e alla cattiveria che si sprigionava. In breve la parca tavola fu imbandita e marito e moglie si sedettero davanti ad una minestra fumante, odorosa di erbe. Non tutti gustavano minestre più saporite, perché poche donne conoscevano il bosco e i suoi doni come Bertilla; non era una donna comune, aveva appreso tante cose durante la sua lunga e non sempre facile vita, tra queste conoscenze c’era anche quella delle erbe. Come i santi monaci dei monasteri sparsi intorno, anche a lei erano note le proprietà salutari che la natura spargeva a piene mani per chi sapeva interpretare i suoi segnali, ma, a differenza loro, conosceva anche molte delle erbe che servivano a rendere più buone le vivande, a stimolare l’appetito. Dal suo focolare uscivano sempre aromi, inconsueti spesso, ma invoglianti e non passava giorno che, superando alcune ritrosie, qualche donna passasse di lì, per caso, e le chiedesse cosa bolliva in pentola. E non pochi erano gli uomini che facevano lo stesso, con la speranza di riportare nelle loro più banali case la fantasia succulenta della mensa di Mastro Cicogna.

«Dunque, cosa ti turba?».

Abituata a non perdere tempo, nell’attesa che venissero a galla dubbi e pensieri, Bertilla entrò direttamente in argomento. Mastro Cicogna rimase a mezz’aria con il cucchiaio di legno, gocciolante.

«Non so che dire, mi frullano in testa pensieri non dei più rosei, ma non saprei dirti cosa mi preoccupa. Potrei parlarti di Uguccione, che è salito due volte in cima alla torre e non solo per chiacchierare o per dare un’occhiata a Imelda, che se la merita davvero».

«Non ti preoccupare di questo, quei due non staranno troppo ancora a guardarsi, fingendo disinteresse o arrossendo».

«Sai qualcosa che non so, ovviamente».

«So quello che sa ogni donna e che nessun uomo riesce a vedere. Si amano, anche se ancora non lo confessano nemmeno a loro stessi. L’Amore è un signore geloso e non vuole essere tenuto segreto. Vedrai, tra non molto anche tu, anche se perso tra i tuoi sogni colorati, te ne accorgerai».

«Non ne dubito, se lo dici. Forse, anzi, di un altro amore mi sono già accorto, però temo che non sia del tipo giusto».

Si fermò senza continuare e per un po’ tacquero. Poi Bertilla parlò a voce sommessa.

«La moglie di Isidoro sta male. Soffre molto».

Mastro Cicogna non disse una parola, ma la guardò. Curioso che il nome d’Isidoro uscisse nei loro discorsi, quando solo quel pomeriggio anche Uguccione ne aveva parlato.

«Cos’ha di grave? Quanto Isidoro è forte, tanto Zoe è sempre stata fragile e delicata, ma proprio malata non l’ho mai vista».

«Aspetta un figlio. Sai quante altre volte ha sperato che succedesse, ma non ha mai portato a termine una gravidanza. Ora sembra che, oltre ai soliti problemi per il bambino, ce ne siano anche per lei».

«Come hai saputo tutto questo?» domandò incuriosito Mastro Cicogna.

«Sono stata da lei, oggi. Isidoro è venuto a chiamarmi dopo che te ne eri andato».

«Puoi fare qualcosa per lei?».

Isidoro era un omaccione grande e grosso, ma schivo e Mastro Cicogna ne apprezzava la delicatezza che si nascondeva nelle sue mani. Pochi sapevano che meraviglie fosse capace di ottenere dal suo ferro incandescente, non solo spade e ferri da cavallo. Zoe sembrava una bambina e mal si adattava la sua figura a quella del fabbro, invece bastava guardarli per capire quale profondo legame li unisse. Forse anche questo rendeva tanto caro al cuore dell’allampanato pittore quella montagna scura di muscoli. Bertilla gli aveva restituito la vita e ora era una fonte costante di serena abitudine. Senza di lei Mastro Cicogna sapeva che non sarebbe vissuto un attimo e Isidoro non avrebbe sopportato la perdita di Zoe esattamente allo stesso modo.

«Isidoro teme di non avere soldi a sufficienza per curarla, non si fida che gli darò tutto l’aiuto che serve senza niente in cambio, o forse è orgoglioso e non vuole accettare niente. Mi preoccupa, potrebbe fare cose che non gli sono congeniali. E credo sia peggio che meglio anche per Zoe».

I due restarono in silenzio, cupi pensieri li accompagnavano: la certezza della malattia e il dubbio sul mistero che Mastro Cicogna aveva solo assaporato, senza conoscere a fondo.

«Cerca di notare qualche movimento strano: qualcuno avvicina di nascosto Isidoro, qualche voce strana che vola fino al tuo rifugio nelle nuvole».

«Uguccione potrebbe essere il mio udito, quanto a vista sono un privilegiato».

Finita la cena, si alzarono, stanchi per la lunga giornata; Bertilla accese la sua particolare lampada: una ciotola di pietra levigata, riempita di grasso con lo stoppino nel centro. La donna vi mescolava sempre essenze aromatiche, ricavate da piante nascoste nel bosco. Era solita dire che il profumo aiutava a vivere bene, meglio di certi puzzi, e arricciava il naso. Alcune comari, che la criticavano in segreto e che ancora la chiamavano strega, avevano la “buona” abitudine di usare poca acqua, figuriamoci se perdevano il loro tempo per ottenere profumi delicati. Salirono al piano superiore, dove un grande letto col saccone di fieno e il materasso di lana li attendeva. Nonostante i corpi avessero bisogno di riposo, le menti rimuginavano i dubbi e le paure per il loro piccolo mondo.

Fonte: www.ipaziabooks.com

Tratto da “La torre dell’aquila” di Giuliana Borghesani (Ipazia Books, 2018, Dublin)

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