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Filosofia dell’anima – La strage degli innocenti e un pensiero per Beatrice Inguì contro il bullismo online

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

lamb-2216160_960_720di Rina Brundu.

Alcuni giorni prima di Pasqua mi trovavo in Sardegna e mentre salivo in macchina le verdi colline d’Ogliastra avevo davanti a me un Suv trainante un carrello stipato con una ventina di agnellini. Erano piccoli, piccolissimi e mostravano un musetto spaventato dagli improvvisi scossoni che subiva il mezzo che li trasportava a velocità sostenuta. O forse lo spavento era dato da quel loro essere stati separati dalle madri? Magari dal presentimento che qualcosa di brutto sarebbe successo a ciascuno di loro alla fine di quel viaggio? Certo, c’era pure la possibilità che quel musetto intristito me lo stessi figurando con la mia immaginazione fervida, ben sapendo, anche io, il motivo di quella sorta di transumanza all’incontrario, dalla marina alla montagna… Tutto poteva essere, insomma, come è sicuramente stato che la domenica successiva, a dispetto delle mie remore morali, ho mangiato agnello arrosto e quello è stato senz’altro il cibo più prelibato gustato durante quel viaggio.

Confesso di avere ancora grosse difficoltà nell’accettare il tratto darwiniano che connota la nostra essenza incarnata. Diversamente da un animalista integralista (peraltro io non li chiamo animali ma “altri esseri”, parendomi che il termine animali sia molto più appropriato per tanti rappresentanti della nostra specie), mi rendo conto che la nostra esistenza nell’universo fisico non potrebbe proporsi così come si propone senza il suo tratto più squisitamente istintivo, predatorio, persino cannibale… tuttavia, a momenti mi diventa impossibile sostenere il peso del dolore che il pensiero di un tale status-quo determina. E poi ci sono altri momenti in cui, piaccia o non piaccia, davanti a un piatto prelibato, mi riscopro perfettamente capace di procedere senza fermarmi a pensare, a riflettere. Tristissimo!

Vero è pure che gli agnelli sacrificali sono sempre tanti, a Pasqua così come in ogni altro periodo dell’anno, mentre le vittime delle tante meditate stragi degli innocenti non sono solo quadrupedi ma spesso e volentieri bipedi, proprio come noi. Per esempio, difficile non pensare alla giovane studentessa Beatrice Inguì, suicidatasi alcuni giorni orsono buttandosi sotto il treno della stazione di Porta Susa, in quel di Rivoli, come ad un altro agnellino innocente sacrificato sull’altare della nostra incapacità di essere un popolo e di essere persone dotate di una tempra etica e morale più importane, dunque in grado di identificare soluzioni sostenibili a problemi esistenziali apparentemente insolubili.

Che a ben guardare, o almeno a guardare da una prospettiva esterna, la vita di Beatrice, proprio come quella degli innocenti trasportati dalla marina alla montagna, muoveva tentando di bilanciarsi tra due problemi apparentemente insolubili, almeno per lei: 1) la necessità di controbattere con la dovuta forza contro gli sciacalli che la bullizzavano online e nella vita quotidiana; 2) la convinzione radicatasi in lei stessa che il suo essere sovrappeso sminuisse in un qualsiasi modo il valore del suo esistere, della sua vita.

Non so se Beatrice fosse sovrappeso o meno e francamente non mi interessa, ciò che mi fa rabbrividire e la povertà intellettuale e umana di background che viene automaticamente denunciata da quella sua terribile ed errata convinzione che l’ha portata a togliersi la vita. Ma che ambienti frequentava Beatrice? Che scuole frequentava Beatrice? Che modelli formativi aveva Beatrice? Probabilmente gli stessi che, purtroppo per noi, hanno la maggior parte dei nostri ragazzi abbandonati a loro stessi mentre, istante dopo istante, schiacciano il naso e tutto il loro viso contro quello schermo del telefonino che ci sta letteralmente rincoglionendo come nazione, come specie.

Tuttavia si farebbe un grosso torto alla nostra società moderna tutto sommato sempre migliore della sua matrigna che vigeva nel terribile passato che ci siamo lasciati alle spalle, se in virtù di un ragionamento epidermico dovessimo concludere che la colpa è dei telefonini, dei social network, di questo e di quello… tranne la nostra. La verità è che il male che vive nel profondo fondo degli sciacalli che hanno bullizzato Beatrice fino alla morte, il male che viveva nel profondo fondo della stessa Beatrice, oramai convintasi di meritare solo la morte in virtù del suo supposto “problema”, ha le stesse radici. E le sue radici affondano nell’immaturità, nella nostra incapacità di vincere l’istinto, proprio come è accaduto a me il giorno di Pasqua a dispetto delle mie velleità etiche…

Per la verità, una parte di quel male affonda le sue radici anche nel nostro destino che immagino potremo cambiare solo alla fine di un percorso probabilmente lunghissimo. Alla fine di un percorso che nel suo perfezionarsi reclamerà le vite di molti altri agnellini innocenti che, proprio come Beatrice, si sentiranno soli, abbandonati, incapaci di trovare la forza per combattere le loro battaglie perdute in partenza, per risolvere i loro problemi esistenziali apparentemente insolubili e che a ben guardare avranno proprio ragione: i problemi saranno davvero insolubili e loro saranno sicuramente soli!

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