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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

OPERAZIONE TUBARISC di Vincenzo Guarna

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

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L’edizione 2018 dell’antologia dedicata a Vincenzo Guarna pubblicata da Ipazia Books…

L’operazione tubarisc”, – attualmente in pieno svolgimento – sta realizzando l’arredo urbano dell’ultimo tratto del Viale Aldo Moro di Soverato, ossia, più precisamente, della “rambla” (unico esempio di “rambla” nella città) compresa tra la via Guarasci e l’ex lungomare. Perchè “tubarisc”? L’espressione nasce dal connubio ovvero incastro della parola “tubo” con la parola “tovarisc”. La prima denota ed esalta il massiccio impiego di tubi o sezioni di tubo, destinati a fioriera, su cui l’intera operazione è impostata e fondata. La seconda evoca le ragioni ideologiche e gli indirizzi culturali, tutti risalenti al marxismo e all’ex Unione sovietica dei suoi autori o ispiratori (tovarisc, come si sa, è l’equivalente russo del termine italiano “compagno”). Tanto è vera quest’ultima circostanza che, all’origine, l’operazione in questione, pare, si sarebbe dovuta intitolare, “teoria delle cento fioriere” con evidente richiamo, addirittura, a Mao Tze Tung e alla sua famosa “teoria dei cento fiori”. Ma questo titolo, così si racconta , è stato dismesso quando un ruvido membro dell’opposizione ha ventilato nel Consiglio Comunale l’ipotesi di una denuncia all’autorità giudiziaria, contro la Giunta e i progettisti dell’operazione, per “millantato credito”. Logaritmi alla mano egli si diceva in grado di dimostrare che in nessun caso, sarebbe stato possibile allocare negli esigui spazi disponibili, neanche utilizzandoli al 100%, più di 57 fioriere, qualunque fosse stata la loro circonferenza. Abbiamo, prima, adoperato non a caso il temine “rambla”. Esso, derivante dallo spagnolo (famose sono “las ramblas” di Barcellona), ma ormai di uso frequente se non corrente nella nostra lingua, sta per “largo viale con ampio marciapiedi al centro”. Tale è, in realtà, il tratto di viale che ci interessa e proprio sul suo possente e sinora rustico marciapiede centrale l’ex «teoria delle cento fioriere», oggi «operazione tubarisc» si sta sviluppando in tutta la sua folta potenza e originalità. Diremo, tra breve, come. Ma prima corre l’obbligo di soffermarsi sulla sua originalità. Che non è cosa di poco. Essa, anzi, tanto per intenderci, deliberatamente e in un sol punto, sconvolge e, a suo modo, annichila tutte le istanze “funzionalistiche” che sono ormai presenti nell’urbanistica contemporanea soprat-tutto per l’infuenza su di essa, diretta o riflessa che sia, del grande architetto americano Wringt. Per lui, come ognun sa, in architettura (e, per estensione, nell’arredo urbano) il “bello” tanto più è tale quanto più l’opera finita si dimostri utile e “funzionale” al suo ultimo destinatario che è l’uomo. L’arte, potremmo dire, al servizio dell’uomo. Per contro, nell’operazione tubarisc, questa concezione pragmatica dell’arte, chiaro specchio dell’utilitarismo borghese che pervade la società americana, è decisamente respinta. Tant’è che l’uomo, di fatto, appare praticamente espunto dal prodotto finale. Ivi, infatti, per lui, non superfici larghe e aperte ma solo zone residuali e frante; non passi liberi, ma tratti inseminati di ostacoli; non spazi schietti, ma nodosi e involti; non veri percorsi, insomma, ma, ora qui ora lì, margini effimeri e caduchi. Fioriere ovunque. Un tripudio di fioriere. L’arte, come ornamento e rappresentazione. Prevale, invero, nell’ “operazione tubarisc” e fa le sue massime prove una concezione dell’arredo urbano che, pur nel rispetto della sua assoluta originalità, potremmo, non senza audacia, ricondurre, almeno in parte, ad una moderna e aristocratica interpretazione e rivisitazione dell’estremo barocco non esclusa qualche raffinata incursione nel tardomanierismo. Ma, forse, sarebbe ancor più proprio parlare di una estetica nuova, mai sinora sperimentata in Italia, che per i suoi processi e le sue tecniche meritamente andrebbe denominata “dell’invasione”, ossia dell’occupazione perentoria non men che intensa degli spazi disponibili. E’ comprensibile, a questo punto, che chi, ignaro d’arte – com’è gran parte della cosiddetta gente comune – percorra oggi la rambla di che andiamo discorrendo, osservando quel che vi accade, subito finisca con esprimere sconcerto e disappunto arrivando, in qualche caso, a prodursi in vere e proprie manifestazioni di indignazioni e rabbia. Si tratta, ne siamo certi, di uno stato d’animo di primo impatto, dunque passeggero e destinato, col tempo, a modificarsi e mutarsi in ammirazione e consenso. E’ stato sempre così di fronte alle autentiche novità nel campo dell’arte e della produzione intellettuale. Fu clamoroso, tanto per fare un esempio di genere diverso, l’insuccesso, alla sua prima rappresentazione, nel 1921 della commedia “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello. Il suo impianto scenico di teatro nel teatro, il contrasto, – mai prima registrato sui palcoscenici del nostro Paese – non già tra personaggi e personaggi ma, per contro, tra questi ultimi e gli attori non poteva non turbare e confondere – e, infatti li turbò e li confuse – i primi inavveduti spettatori. Che reagirono nell’unico modo prevedibile e logico, ossia con lazzi e frizzi a oltranza. Il tempo, però, diede ragione al drammaturgo agrigentino. Tutti, a poco a poco intesero e ormai intendono (noi, ancor oggi, un poco meno – ma di certo è colpa e difetto nostro) che la dinamica franta e incondita dei “Sei personaggi….”, il paradosso sui cui essi si reggono e, per così dire, si muovono non hanno nulla di farsesco né sono un vano farnetico come a quelli era parso (e a noi, tuttavia, pare) ma celano, invece, in sé una singolare e inusitata forza di tragica rappresentazione. Così va il mondo. Ma veniamo, anzi torniamo, dopo questa lunga non men che inutile digressione, al nostro soggetto. Ossia i processi costruttivi attraverso cui l’operazione tubarisc si va compiendo. E diciamo subito, per la perspicuità di quel che andremo a rappresentare nel prosieguo, che il marciapiede su cui essi si vanno concretizzando, largo in ogni sua parte circa 20 metri, è suddiviso, per l’intersecarsi della rambla con la v. S. G. Bosco prima e con la v. C. Colombo poi, in tre segmenti, lunghi, il primo, circa 40 metri e circa 90 il secondo ed il terzo. Aggiungiamo che i tre segmenti di marciapiedi sono dotati, da tempo, di illuminazione notturna consistente in un filare di pali elettrici in metallo terminanti,ognuno, in alto con una specie di V divaricata che regge sulle punte, di spalla l’uno all’altro, due fari. In tutto 9 pali elettrici distanti l’uno dall’altro in media 30 metri. L’ operazione ha avuto inizio intorno alla loro base dopo che sui tre segmenti di marciapiede era stata trasferita e scaricata, a mezzo di appositi convogli, una cospicua scorta di tubi o sezioni di tubo alcuni di diametro pari a cm. 175 (che chiameremo “grandi”), altri di diametro pari a cm. 115 (che nel prosieguo chiameremo “medi”) e altri, infine (che chiameremo piccoli ovvero, avuto occhio alla loro forma, “cilindri”) di diametro pari a cm. 60 ma di altezza doppia (100 cm) dei primi due. Si è, quindi, dato corso, come dicevamo, alla fase costruttiva operando innanzitutto intorno alla base dei 9 pali elettrici. Quivi sono stati posti, concentrici ad essa e sovrapposti l’uno all’altro, due sezioni di tubo grande. Subito dopo, intorno a quelli e precisamente un poco sotto la loro congiunzione, è stato costruito , in mattoni forati, un anello concentrico largo circa 50 cm. e alto 10 cm. E’ stata, poi allargata, -sempre con mattoni forati, – di circa 20 cm. la circonferenza del tubo più basso costituente il nucleo dell’ elaborato. Questo per supportare il soprastante anello. Il prodotto così finito e definito, molto simile per forma ad un enorme fungo capovolto, ha il tallo in alto (con ruolo e funzione di fioriera) e, al centro, (con funzione di sedile), il rovescio delle falde del cappello riverso al suolo. Subito dopo, tra un fungo e l’altro si è provveduto a costruirne un altro del tutto simile per dimensioni e forma, ai primi. In totale sono stati costruiti 9 + 9 funghi. L’uniformità che poteva derivare dalla loro fitta sequenza in verticale è stata spezzata con un’abile non men che geniale soluzione tecnica consistente nell’attribuzione a 5 dei 18 funghi in questione di un tallo più breve ovvero monco. E’ bastato, per questo, porre nel nucleo dell’elaborato non già due tubi grandi sovrapposti l’uno all’altro, ma un tubo solo e disporre, poi, strategicamente e con grande fantasia, negli spazi disponibili, quei funghi stronchi. Così è stato invero fatto, tant’è che uno di essi è stato posto all’inizio del primo segmento del marciapiede e l’altro al suo termine; uno all’inizio del secondo segmento di marciapiede e l’altro al suo termine; uno, infine, l’ultimo, all’inizio del terzo segmento di marciapiede. Esaurita questa prima parte del progetto gli esecutivi sono passati senza indugio, alla seconda. E hanno con rapidità provveduto all’impiego dei tubi medi realizzando, qua e là, tra un fungo e l’altro, – mediante la collocazione di quattro di quelli sulle estremità laterali della piattaforma fruibile, l’uno opposto all’altro, – un quadrato di singolare specie e bellezza. Di simili quadrati ne sono stati impiantati 4, uno sul primo segmento di marciapiede, il più corto, due sul secondo e uno sul terzo. Dopo di che, stanchi ma non domi, i medesimi esecutivi sono passati all’impiego dei tubi piccoli ovvero cilindri. In questo si sono appalesati prudenti e discreti piazzandone in forma di scolta o sentinella sui bordi della struttura, non più di 9. Risultano così impiegati sui tre segmenti di marciapiedi, alla fine, n. 31 tubi grandi n. 12 tubi medi e n. 9 tubi piccoli o cilindri. In totale, – a parte gli anelli/sedile e il supporto sottostante, che non conteggiamo, – n. 56 tubi tra grandi medi e piccoli. Abbiamo provato a percorrere in verticale i tre segmenti di marciapiedi facendo affidamento, per questo, sulla nostra esile complessione e sulla perdurante (a malgrado gli anni e gli acciacchi) agilità delle nostre membra. Siamo montati sul primo segmento per la rampa di accesso di sinistra lambendo con il fianco destro il primo fungo centrale. Subito ci siamo trovati di fronte un cilindro. L’abbiamo evitato con un rapido scarto a destra finendo senza scampo a ridosso del secondo fungo. Abbiamo, senza perderci d’animo, superato il nuovo ostacolo aggirandolo in senso antiorario e conquistato un esiguo spazio a destra abbiamo impresso ritmo al nostro movimento finendo senza remissione contro il primo dei tubi medi che presidiano l’esigua area compresa tra il 2° e il 3° fungo. Flettendoci con agilità l’abbiamo evitato portandoci con un forte impulso del nostro fianco destro al centro e da qui accelerando il passo siamo andati audacemente incontro al 4° fungo. L’abbiamo evitato di un soffio curvandoci a sinistra e aggirandolo in senso orario e ci siamo irrimediabilmente scontrati con il secondo cilindro. L’abbiamo eluso con un fulmineo zig zag e raggiunto l’ultimo fungo siamo sgusciati, adeguatamente curvi e contratti, tra quello e l’ultimo cilindro raggiungendo finalmente l’incrocio con v. S.G. Bosco. Con un balzo, decisi ad ogni costo a non mollare siamo montati sul secondo segmento di marciapiede e qui, senza mutare stile e ritmo, siamo andati imperterriti avanti. Ma mentre, procedevamo senza tregua curvando o flettendo o piegando o inarcando la nostra persona, ci parve di percepire, per così dire, nella nostra psiche, una sorta di sottile e delicata erosione. Era una perdita, meglio, uno struggimento, senza ragione ma anche senza dolore. A cui, anzi si accompagnava, una sensazione sottile e vana di serenità e di pace. Esaurito il secondo segmento di marciapiedi affrontammo il terzo e sempre girovagando e zigzagando e flettendoci e curvandoci eravamo prossimi a metà del percorso quando l’erosione che era nella nostra psiche d’un tratto si fece uno smottamento, quindi una frana, la serenità che ad essa si accompagnava si esaltò, esplose. In quel momento, perso il concetto della nostra identità credemmo senza fallo di essere Alberto Tomba impegnato in un vertiginoso slalom sulle bianche piste di Insbruck. Ci parve che un fragoroso scroscio di applausi, proveniente dai palazzi e dall’Hotel “Gli Ulivi” rimasti dietro di noi, sanzionasse e approvasse la nostra formidabile impresa. Ci riprendemmo, tornando in noi stessi quando, finalmente, ci trovammo su ciò che resta dell’antico lungomare cittadino, ossia l’esiguo tratto – correttamente dotato di carreggiata e marciapiedi laterali – compreso tra l’incrocio con la rambla di cui sin qui ci siamo occupati, e il Salapadù. Un tratto molto simile, a questo punto, ad un arto estrapolato dal suo corpo, come quelli che pendono tetri e orrendi dalle pareti dei Santuari ove si veneri qualche famoso taumaturgo. La sgradevole sensazione provata per quanto sopra, però, si cancellò in noi quando, dopo averlo percorso, attingemmo finalmente l’enorme terrazza che la parte centrale dell’ex lungomare, libera da quel mutilo membro, è ormai diventata. Una terrazza nuova e originale per grandezza e prospettiva. Unica forse sulle rive del Mediterraneo. Prendemmo a percorrerla ebbri di spazio. Se non che mano a mano che procedevamo ci parve che tutti quelli che ci venivano incontro o ci precedevano da presso o da lungi (non molti, ma stante l’ora neppure pochi) si muovessero vagamente circonflessi pendulo l’omero volto a oriente, fluido e ondeggiante l’arto sottostante. Ci interrogavamo sul singolare caso di tanti attratti e sbilenchi convenuti alla stessa ora nello stesso sito, quando, infilata in tasca una mano, per estrarne una sigaretta, ci venne fatto di rilevare che noi pure, come tutti gli altri, ci andavamo muovendo per così dire in diagonale, chino sul fianco destro il busto, flessa e rientrante l’anca soggetta, obliquo il piede. Ci rendemmo, allora, conto che quell’infelice modo di procedere nostro e altrui non derivava da intrinseco difetto dei corpi, ma invece, dalla grave inclinazione trasversale del suolo su cui ciascuno di noi precariamente muoveva i suoi passi. Era avvenuto che gli autori dell’opera, presi dalla furia di terrazzare congiungendo – mediante elevazione e ammattonamento della preesistente carreggiata, – i due marciapiedi laterali, non avevano considerato o, meglio, avevano scelto di non considerare la circostanza che essi insistevano su due piani differenti: rilevato ed eminente quello sul lato mare, depresso nonchè profondo quello sul lato monte. Il risultato era una pendenza, quasi si direbbe, uno scoscendimento che in qualche punto, specialmente in prossimità della grande ansa corrispondente al Lido Ottagono, evocava alla mente i grandi declivi che caratterizzano le curve delle piste, ove i ciclisti corrono le loro gare a cronometro. Eravamo in questi pensieri quando ci parve che molti degli sciancati che ci attorniavano, d’un tratto ci indirizzassero verso la bassa ringhiera che delimita, in piena ansa, la terrazza sul lato mare. Ci portammo in quel luogo e ivi scoprimmo che due uomini visibilmente anziani giacevano distesi al suolo immobili: forse morti, forse soltanti attoniti e collassati. Gli accorsi si interrogavano sull’evento, ne ricercavano le cause, formulando le più vane non meno che strampalate teorie. Finchè uno di essi si ricordò che in un suo precedente passaggio da quelle parti, aveva visto i due seduti sulla panchina dell’opposto e basso marciapiede. Tutti intesero subito che evidentemente essi, incuranti dell’età e, forse, per una sfida a quella, ad un certo punto avevano deciso di affrontare l’erta parete che avevano dinnanzi per raggiungere a piedi il contrario lato della terrazza. L’avevano fatto con impeto e baldanza. Ma giunti in cima le ragioni dell’età erano prevalse ed essi, disfatti, erano piombati al suolo dove ora giacevano. A questo punto uno dei presenti estrasse dalla sua cintola un cellulare, armeggiò sulla sua tastiera, se lo incollò all’orecchio e con voce tonante, muovendosi in circolo con passi grandi e nervosi (perchè mai chi adopera per via il cellulare si comporta in tal modo?) notificò la disgrazia, – così si espresse,- al pronto soccorso. Mai soccorso fu più coerente alla sua qualificazione. S’udì senza soluzione di continuità muovere dall’altura ove insiste il locale ospedale il suono di una sirena di ambulanza. Seguimmo il percorso del mezzo dal suono che, man mano che si avvicinava si faceva più acuto e penetrante. Finchè d’un tratto e quando ormai era prossimo alla sua meta, esso parve, pur permanendo disperato e lacerante, che ristesse. Fu allora che, uno dei due caduti mosse un piede, tradì una breve contrazione muscolare sul viso. La scena che seguì richiamò alla nostra memoria alcune sequenze classiche dei films americani degli anni 50′ dove si raccontano le battaglie dei marines nel Pacifico a Guadalcanal o ad Hochinawa. Uno dei presenti, pietosamente, si chinò su di lui, lo sollevò delicatamente dal busto, gli pose, tra le labbra, una sigaretta accesa. L’uomo aspirò, quasi sorrise, aprì gli occhi e, forse, mormorò parole. L’ambulanza pur continuando a segnalarsi con l’urlo esasperato delle sue sirene, non compariva. Sbarramenti di ogni tipo non le consentivano di accedere sulla grande terrazza ormai definitivamente interdetta a qualsiasi tipo di veicolo su ruote. Il caduto richiuse gli occhi. L’uomo pietoso che lo sosteneva delicatamente depositò il suo busto al suolo. L’urlo vicino dell’autoambulanza ebbe dapprima un guizzo, poi si affiocò, arruginì, lentamente si estinse.

Soverato 1996, Vincenzo Guarna
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