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L’inesistenza dell’inferno: scampato pericolo per Antonio Socci

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

devil-29973_960_720.pngdi Renato Pierri.

Antonio Socci dovrebbe essere contento di apprendere da Papa Francesco che non esiste l’inferno. Eh, sì, perché un signore che dà sempre addosso al Papa appena questi apre bocca, rischia di finirvi all’inferno. Scherzo, ovviamente. Però è vero che Antonio Socci non perde occasione per criticare il Papa e questo lo rende poco credibile anche quando magari ha ragione. Questa volta, però, non mi sembra abbia ragione. Non si può affermare che l’inferno esiste solo perché nelle Scritture si parla dell’inferno. Qualcuno, magari lo stesso Socci, potrebbe subito obiettare che allora non si può affermare, per esempio, la nascita verginale di Gesù solo perché è scritto nel Vangelo. Ma l’obiezione è sbagliata. La nascita verginale di Gesù, oppure, non so, la sua risurrezione, sono in contrasto con le leggi della natura, ma non sono in contrasto col concetto che il credente ha di Dio. L’inferno è in contrasto con la misericordia infinita di Dio, ed è sicuramente questo che ha persuaso il Papa della inesistenza dell’inferno. Magari il Papa avrà anche letto “L’anima e il suo destino” di Vito Mancuso, il teologo cattolico che espone diverse buonissime ragioni che negano l’esistenza dell’inferno come pena eterna. Per non annoiare il lettore mi limito a trascriverne una: «Gesù ha insegnato a perdonare “settanta volte sette”, cioè sempre. Infatti, fino a quando non si perdona, il male subito agisce in noi provocando malessere, desiderio di vendetta, collera, disarmonia. La nostra energia interiore ne viene risucchiata, sporcata. Occorre perdonare anzitutto per il bene di se stessi… Solo in un secondo tempo, potrà sorgere il perdono anche come attivo sentimento verso colui che ci ha procurato il male». Penso che il lettore abbia già capito, ma trascrivo alcune righe più avanti: «La teologia che sottostà alla dannazione eterna non attribuisce a Dio, al Padre degli uomini, nemmeno questo primo livello del perdono come buon senso e ne fa un Dio perpetuamente irato, roso dal risentimento. Il Dio di cui si pensa che mantenga l’eternità della dannazione per goderne lui e i suoi eletti, è un Dio abitato dall’ira, desideroso di vendetta, maschile, troppo maschile» (pp. 258 – 259).

In una lettera apparsa su Il Manifesto del 16 gennaio 2007, scrivevo: “Riguardo alla dannazione eterna, in realtà, è difficile immaginare che Dio, Padre della misericordia, non abbia dato la possibilità anche all’anima più nera, di pentirsi amaramente, per tornare cambiato alla casa del padre; così come nella parabola del figliol prodigo”.

Ecco. Perché Antonio Socci non prova a confutare le tante ragioni che inducono ad escludere l’esistenza dell’inferno, anziché appellarsi alle Scritture?

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9 Comments on L’inesistenza dell’inferno: scampato pericolo per Antonio Socci

  1. Tutto ciò che mi chiedo io è come un qualcuno che si vuole giornalista e uomo di lettere possa occuparsi di inferni e di diavoli, questo è il vero mistero arcano… fermo restando che siamo in Italia terra di pseudo filosofi berluscalfariani e dunque tutto può essere… Sic!

  2. renato pierri // 8 April 2018 at 18:50 //

    Mi ha fatto riflettere, gentile scrittrice, però forse una risposta l’avrei.

  3. Ne sono lieta, può senz’altro pubblicarla qui, ma soprattutto la faccia avere a Socci… io mi riferivo a lui. saluti.

  4. renato pierri // 9 April 2018 at 09:10 //

    Allora ho capito male. Pensavo si riferisse a Scalfari. Questo mi faceva riflettere.
    Socci si occupa d’inferno o di diavoli perché crede davvero che esistano inferno e diavoli. E poi, come accennavo, ogni occasione è buona per attaccare questo Papa. Non gli piace. Gli piaceva Ratzinger. Una volta disse che Benedetto XVI era un papa rivoluzionario…

  5. Il discorso è tanto più valido per Scalfari che di recente Floris ha ignominiosamente definito “filosofo”: speriamo Nietzsche non si stia rivoltando nella tomba, ma è molto probabile!

  6. renato pierri // 10 April 2018 at 14:23 //

    Non sono nella mente di Eugenio Scalfari e non posso sapere perché s’interessi di problemi religiosi, in questo caso di diavoli e inferno. Però credo di poter dare almeno una risposta alla domanda perché una persona atea mostri interesse per problemi religiosi. Le regole, gli insegnamenti, le credenze della Chiesa cattolica, non sono le regole, gli insegnamenti, le credenze di un club privato. La Chiesa ha influito e continua ad influire sul modo di vivere, sui costumi, sulla mentalità di masse enormi di persone, influisce sul mondo che circonda anche la persona atea ed è quindi naturale che questa s’interessi di quelle credenze, di quegli insegnamenti, di quelle regole. In qualche modo esse riguardano anche chi non crede.
    Solo un esempio: la morale sessuale della Chiesa cattolica ha contribuito fortemente a creare pregiudizi nei riguardi delle persone omosessuali. Mi sembra giusto che anche chi non crede, muova critiche, in proposito, alla Chiesa.
    C’è poi il segreto piacere di mettere in difficoltà (e non è difficile) l’interlocutore credente. La segreta speranza che si renda conto dell’inganno, giacché questo pensa l’ateo, che il credente s’inganni. Ma credo che vi siano anche altre risposte alla domanda.

  7. Non penso afatto che Scalfari sia ateo. Scalfari non ha secondo me la cultura per essere ateo. Per essere ateo bisogna studiare, occuparsi di filosofia, di uomini, essere come Umberto Eco insomma, persone capaci. Scalfari si può occupare solo di superstizione… Questo almeno è il mio parere dopo avere letto il suo scrivere scolastico. saluti.

  8. renato pierri // 11 April 2018 at 17:50 //

    Interessante il suo concetto di “ateo”, anche se comunemente per “ateo” s’intende chi nega l’esistenza del divino.
    Una decina d’anni fa, basandomi sull’etimologia del termine, mi divertii a scrivere:

    Affari Italiani 16 marzo 2007; La Stampa 18 marzo
    “Ecco le differenze tra un ateo e un credente”
    “Atei e credenti di fronte all’Aldilà”
    Le differenze tra un ateo e un credente, oltre al fatto ovviamente di credere o non credere nell’esistenza di Dio, sono un paio e di poca importanza. Il primo, ad esempio, può dire un’innocua bugia e fingere d’essere credente; il secondo non può farlo, senza il rischio di finire all’inferno. Altra differenza: un credente, se pronuncia il termine “ateo” (privo di Dio), riferendosi in genere ai non credenti, sbaglia, giacché secondo Matteo (25, 45 – 46) privi di Dio (della sua grazia) dovrebbero essere gli ingiusti. Il termine, invece, pronunciato da un non credente, non ha senso, giacché non si può essere privi di ciò che non esiste. Per quanto riguarda l’altro mondo, non c’è alcuna differenza. Se esiste l’aldilà, infatti, sia i giusti credenti, sia i giusti non credenti, sempre secondo Matteo, se ne andranno tranquilli in paradiso; mentre gli ingiusti credenti e gli ingiusti non credenti precipiteranno all’inferno. Se l’aldilà non esiste, i giusti e gli ingiusti, credenti o atei che siano, dopo la morte avranno la stessa identica sorte: finiranno nel nulla.

    Renato Pierri

  9. Per la verità quello non è il mio concetto di ateo, e peraltro “ateo” non vuol dire necessariamente che si nega il divino…. Ma questo è sicuramente il mio concetto di ateo applicato alla superstizione che si vuole “acculturata” come è quella che diffonde Scalfari (lo dico sempre basandomi sulla lettura delle sue composizioni). Sic! Insomma, a Scalfari e non solo a lui farebbe bene molto bene un corso di scienza applicata… e anche di filosofia per la verità… ma questo sarebbe chiedere troppo, me ne rendo conto.

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