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Filosofia dell’anima – La “normalità” di Rocco Siffredi

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

rocco-siffredi-the-mag-evidenzaStasera, dopo lo straordinario “Fratelli di Crozza” (Canale Nove) ho seguito “La Confessione” di Rocco Siffredi condotta da Peter Gomez. Siffredi si è presentato in stile ultra low-profile con un maglioncino nero sotto giubbotto d’ebano che rendeva ancora più smagrito il suo volto allungato puntellato da una barbetta rada. Anche l’eloquio era particolarmente ciarliero al punto che arrivava “forzato”. A ben vedere c’era tanto di “forzato” nei discorsi di Siffredi, o almeno tanto che arrivava tale, come se oltre al fisico invecchiato fosse oramai stanco anche il suo spirito. Stanco di cosa?

Guardando alla filosofia di vita di Siffredi evidenziata dalla sua brillante carriera nel campo di lavoro scelto, io non sposo né le opinioni dei suoi denigratori (che al giorno d’oggi immagino veramente pochi, saranno sicuramente di più coloro che lo ammirano o tentano di emularlo), ma non sposo neppure l’approccio epidermico al “problema”, che a volte, la maggior parte delle volte, predilige lo stesso interessato. Per la verità la domanda che mi pongo analizzando vite come la sua (che a dire il vero è la stessa domanda che mi pongo guardando a vite apparentemente ordinarie, monotone, noiose) è: perché?

Naturalmente anche questa mia è una domanda epidermica, banale, banalissima. So bene che non esistono vite ordinarie, monotone, noiose, ogni vita ha delle peculiarità tutte sue che la rendono unica, e se non credessi questo non avrei mai immaginato la mia filosofia dell’anima. Ne deriva che anche la vita di Siffredi è una vita assolutamente degna, non nel senso che è socialmente accettabile, ma nell’ovvio senso che può esistere, o per meglio dire “deve” esistere proprio come è esistita e come esiste. Non mi interessa dirimere sul perché la sua vita “deve” esistere (proprio come è esistita e come esiste) in questo contesto, invece mi interessa dirimere sulle ragioni dell’apparente “stanchezza” del suo spirito.

Parlando di cinque sue giovanissime colleghe po*nostar che si sarebbero suicidate in pochi mesi, Siffredi ha dato ad intendere che la colpa sia della società digitale, liquida, liberata, ma ancora puritana che regna da noi ma soprattutto negli Stati Uniti. Poco dopo, menzionando la moglie, che evidentemente ama moltissimo, ha detto che vorrebbe regalarle la gioia del cuore, la felicità del cuore da qui in avanti. Poi c’erano gli occhi di Siffredi che facevano i discorsi più interessanti proprio a causa del loro esser cerchiati e anche quelli “stanchi”. La sua bocca invece continuava a dire che lui è nato per dare “piacere” e che ormai non potrà mai smettere di fare ciò che ha sempre fatto, almeno fino a che le forze lo sosterranno e “lui” si terrà in gran forma.

C’è una sottile linea rossa che tracciano tutti questi discorsi, ma questa linea, paradossalmente, non si spiega mai. Per la verità sembrerebbe una linea oltre la quale il “liberato”, il “liberatissimo” Siffredi – quell’uomo di mondo che suo malgrado cerca e ha sempre cercato la “normalità” a tutti i costi, arrivando fino al punto di immaginarsela dove non c’è, pena lo sprofondare dentro una dimensione dominata da un orrore senza fine di tipo kafkiano – non osa guardare. Proprio così: l’impressione è che Siffredi si sia costruito un mondo meraviglioso e tutto suo, un mondo sicuramente alla sua portata, nel senso che non è frutto di una irrealizzata fantasia ma che può toccarlo con mano, un mondo che è persino protetto tutt’intorno da un confine molto ben segnato, ma il problema è che il proprietario di quei terreni sembrerebbe non voler guardare tra le terre “inesplorate” che si mostrano oltre lo steccato: che le ritenga luoghi abitati da brutti mostri?

Francamente adesso me lo chiedo anche io: che tipo di “mostri” abiteranno quelle terre inesplorate che incutono tanto timore a Siffredi? E se io fossi uno di tali mostri? Se fossi io il mostro che profana i sogni di Siffredi? Se lo fosse anche il suo panettiere sotto casa? Magari l’insegnante di sua figlia? L’arrottino all’angolo? Può essere… tutto può essere in date dimensioni dove la prospettiva di visione ha valori mirabili, sorprendenti.

Di certa c’è solo l’impressione, la forte impressione consegnatami dall’odierna “confessione” con il cuore “in mano” di questo attore molto trendy, che se noi “mostri” normali abbiamo le nostre noie da gestire quotidianamente, soprattutto quando costretti a guardarci dentro, anche i cavoli che infastidiscono lo spirito “stanco” di Rocco Siffredi non potranno che essere cavoli amari…. pardon, cazzi amari… noblesse oblige ma l’estraneazione dell’Essere, anche a dispetto della sua consacrata “normalità” a tutti i costi, dovrà gioco forza restare sempre quella!

Rina Brundu

 

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