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Filosofia dell’anima e vite che insegnano (21) – In morte del brillante divo Stephen Hawking. E su “La teoria del tutto” (2014).

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

theory-of-everything-poster.jpgLo confesso con molta onestà intellettuale: Stephen Hawking non è mai stato il mio fisico ideale. A lui preferivo personaggi come Ed Witten e Leonard Susskind. In realtà non lo so il perché sia stato così, ma ho sempre pensato che Hawking fosse un poco sopravvalutato, che fosse anche una sorta di diva cinematografica oltre che una mente molto capace. Naturalmente a suo tempo ho visto il film che gli fu dedicato (“The Theory of Everything”, 2014, diretto da James Marsh), e ricordo che la sceneggiatura di Anthony McCarten non mi aveva impressionato: decisamente costui mancava del talento di un Aaron Sorkin! Comunque tale produzione è da vedere perché è innegabilmente didattica.

L’uomo Stephen Hawking ho cominciato ad apprezzarlo durante le sue brevi comparsate nella sit-com “The Big Bang Theory” al fianco dell’immenso character fictional Sheldon Cooper. In quelle occasioni ho sicuramente ammirato il grandioso tratto goliardico di Hawking (un tratto che per la verità accomuna molti grandi scienziati, cito per tutti lo scaltrissimo Richard Feynman che alle feste non esitava a travestirsi da regina Elisabetta), la sua capacità straordinaria di farsi beffe di se stesso e del suo male, ovvero ho ammirato in lui alcuni degli elementi che raccontano l’intelligenza della nostra specie come nient’altro. Lo scienziato Hawking invece non c’è bisogno di raccontarlo, meglio sarebbe che ognuno leggesse e rileggesse i suoi studi, tanti, non solo il più gettonato “A Brief History of Time”.

Ma, ammettiamolo, nel caso di Hawking c’è un altro macroelemento – tra quelli che compongono la sua, come la nostra, essenza – che si faceva ammirare più di tutti gli altri: il suo spirito brillante e infinitamente “resiliant”. Di fatto è proprio in virtù di questo elemento che la vita di Stephen Hawking diventa automaticamente una vita che insegna… che ci insegna quasi tutto. Ci insegna, per esempio, che se il nostro destino deve compiersi in un dato modo esso si compirà proprio in quel modo (secondo i medici Stephen avrebbe dovuto essere già morto da molto tempo); ci insegna che non importa quale sia la malattia che atrofizza il nostro corpo o la nostra mente, se vi è anche un solo misero spazio da sfruttare, e da utilizzare per raggiungere i suoi scopi, il nostro spirito lo userà; ci insegna cos’è l’orgoglio, la determinazione, l’empatia, l’arte di non arrendersi mai, la capacità immaginifica che si fa scienza senza confini; ci insegna, inoltre, a vivere la vita al suo massimo senza cadere mai, soprattutto davanti alla malattia e alla difficoltà oggettiva, nella tentazione superstiziosa, ma a seguire solamente il dettame del cuore e della ragione, ovvero di tutto ciò che ci fa umani, che ci qualifica come rappresentanti della specie ominide autoctona di questo pianeta.

L’anima incarnata di Hawking ha insomma vissuto così pienamente la sua storia di uomo, determinandosi ad ammantarsi di pregi e difetti come qualsiasi altro fellow-man, che forse è pure per questo – mi dico – che Stephen non è mai stato il mio fisico ideale; difficile, infatti, per chi conosce tutto il suo percorso esistenziale, non provare empatia anche per le “sofferenze” dei tanti che lo hanno aiutato, della prima moglie che lo spronò a studiare, che lo aiutò in tutto, ma che poi dovette farsi da parte quando Hawking si risposò…. E come non pensare ai tanti studenti che con lui hanno “faticato” e si sono finanche caricati sulle spalle la parte più mondana e pesante del “lavoro”? Costoro, codesti personaggi di secondo livello, probabilmente verranno scordati il giorno in cui lasceranno questa terra, ma senza di loro Hawking stesso non avrebbe mai potuto essere, così come non avrebbe mai potuto essere, non avrebbe mai potuto estrinsecarsi al meglio, la sua grande “arte” scientifica.

Sì, proprio così, la vita di Stephen Hawking è una vita che insegna a 360 gradi, non solo nelle aule universitarie, o sull’event-horizon dei più mostruosi “black holes”, mentre un tale straordinario status-quo diventa automaticamente una fortuna incommensurabile per lui, un dono preziosissimo per tutti quanti noi!

Rina Brundu

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