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Filosofia dell’anima – Onore all’ex partigiano Giulio Gauna, detto “Canguro”, e alla moglie Vera Sartore.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

children-2857266_960_720.jpgSono morti insieme come insieme avevano sempre vissuto. Lui, il marito, aveva 90 anni, si chiamava Giulio Gauna, anche se quando era soldato per i compagni era semplicemente “Canguro”. Lei, la moglie, si chiamava Vera Sartore, aveva 88 anni e l’Alzheimer da parecchio tempo. Sono morti insieme, o quasi, perché Giulio ha sparato a Vera e dopo, un secondo dopo, si è sparato pure lui, ponendo fine ad una vecchiaia di sofferenza che si trascinava da tanto. La polizia starebbe indagando: pensare che ci sarebbero tanti casi aperti sui quali la polizia potrebbe indagare, invece indagano sulla morte di Giulio e di Vera!

Pensare poi che se nella nostra scuola, nei nostri circoli, nella società, si prediligesse un sano insegnamento del metodo filosofico all’indottrinamento tramite superstizione di tipo religioso, forse Giulio e Vera se ne sarebbero andati altrimenti, non diversamente, ma sicuramente meno soli e meno infelici. Sì, perché purtroppo noi nasciamo e cresciamo addestrati a ritenere che la vita sia una corsa ad ostacoli senza fine, dove si cade, ci si rialza, si cade ancora e, nelle occasioni più fortunate, magari aiutate con una buona dose di furbizia e di cattiveria, non si cade più. E poi si muore, magari nel sonno, ed è in quella occasione che i parenti si riuniscono per i funerali, recitano preci e litanie ormai conosciute a memoria, depongono fiori, mentre il domani sarà un altro giorno e tutto sarà stato anche già dimenticato, dipartiti inclusi. Al più, l’animo saggio della comunità potrebbe sospirare a posteriori: “Poverini, oggi a loro domani a noi”.

No, non è così, non è affatto così! Intanto coloro che ci “lasciano”, in qualsiasi maniera, ricchi o poveri che fossero, sani o malati che fossero, non sono “poverini”…. Giulio e Vera non erano e non sono “poverini”.  Lui è stato un ex partigiano, un soldato che ha combattuto per la sua Patria, per tutti noi (da questo punto di vista non importa neppure da che parte stava), e se è stato tale sarà stato anche un uomo di valore; insomma, Giulio è stato sicuramente un individuo che tra le trincee ha saputo fare come i saggi immortalati da Umberto Eco, ha saputo guardare la morte “con occhi fermi e senza paura”: cos’altro avrebbe dovuto temere un uomo così? Lei, Vera, con quell’uomo ha condiviso un’intera esistenza che, dati i tempi che li ha visti giovani insieme, possiamo immaginare tutt’altro che facile; che poi la vita delle donne, specie di quelle che scelgono di fare le mogli fin da giovanissime, non deve essere mai facile, né ieri né oggi. No, Giulio e Vera non sono stati due “poverini”, ma sono stati due di noi che dobbiamo salutare con molto onore, soprattutto perché la loro dignità l’hanno dimostrata tutta proprio nel modo in cui hanno scelto di lasciare questo mondo e la sua folle indifferenza.

Ma non va bene neppure un’affermazione tipo “oggi a loro domani a noi”. Non va bene perché il destino non è ineluttabile, un qualcosa di segnato, una dirittura ultima contro cui non si può agire. Un sano dedicarsi al metodo filosofico ci insegnerebbe infatti che il “problema” non sta in quell’ultimo istante fatale, ma nel percorso che compiamo fino a quel momento, nelle scelte che facciamo, nella vita che conduciamo all-along; magari il “problema” sta proprio in quel procedere spediti di cui ho già detto, in quell’andare senza mai fermarci a riflettere e a domandarci: ma dove stiamo andando? Cosa stiamo facendo? La responsabilità personale è di fatto ciò che sovente fa tutta la differenza tra gli insegnamenti filosofici e gli indottrinamenti di natura religiosa. Per l’Essere che abbraccia la filosofia la responsabilità personale è tutto, mentre la vita scorre scevra da promesse di beatitudine illusorie, da promesse di improbabili salvatori dell’anima e di un’altrettanto improbabile remissione dei peccati… la vita e le nostre azioni che l’hanno resa tale si risolvono in sé, diventano specchio della nostra coscienza, il patrimonio più prezioso che noi ci possiamo portare dietro.

Ogni onore dunque a Giulio e Vera che oggi ci hanno lasciato dopo una esistenza “ricca” in una maniera estremamente dignitosa, soprattutto se consideriamo il poco e il nulla didattico che hanno ricevuto da noi come società. Ogni onore e merito per la vita difficile che hanno condotto e per la “modestia” con cui hanno scelto di abbandonare questo mondo. Ma forse è pure per questo che adesso viene facile immaginarli nuovamente felici, di nuovo bambini, di nuovo mano nella mano, cuore a cuore, anima nell’anima come solamente può accadere a chi si appartiene, in questo e su altro piano di esistenza.

Rina Brundu

 

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