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4 marzo 2018, cambiamo l’Italia (59) – L’acuto dei Cinque Stelle nel silenzio siderale della Stampa italiana. Il leader Di Battista stende in una le velleità del ducetto e manda Berlusconi al tappeto per KO tecnico.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

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Ci stanno dicendo, tutti loro, che se vincono i Cinque Stelle lasceranno l’Italia:

pensate, abbiamo la possibilità di toglierceli dai coglioni tutti insieme!

Alessandro Di Battista

L’Italia c’è, i Cinque Stelle pure. Dopo mesi e mesi di attacchi vergognosi nei confronti di questi ragazzi, nei confronti di Virginia Raggi, degli altri sindaci pentastellati, di buona parte del popolo italiano che li sostiene, ma che a un tempo sembrava incapace di difendersi, ecco l’acuto… memorabile, indimenticabile lanciato ieri sera in quel di Arcore da un leader politico italiano atipico nella sua qualità di personaggio onesto e presentabile. Nella sua qualità di leader simpatico non in virtù di merito mediatico, assegnatogli dagli scaltri cronisti del “Corsera”, ma in virtù della brillantezza e dello splendore della sua anima.

Alessandro Di Battista ci ha abituato da tempo alle sue uscite che hanno nulla del politically-correct che sta tanto a cuore ai politicanti da strapazzo che ci hanno governato per 70 anni, tra gli ultimi suoi commenti da ricordare c’è pure quel “rincoglioniti” dato poche sere fa a tanti italiani, con ogni ragione! Certo però la sua performance di ieri in quel di Arcore è stata diversa. Pungente sotto ogni punto di vista, non solo per avere raccontato tante verità opportunamente ignorate sui giornaloni di regime proni all’amnesia selettiva, non solo per quell’incredibile atto di “purificazione collettivo” come lo ha presentato mentre si apprestava a leggere la sentenza di condanna a Dell’Utri nella pubblica piazza, ma anche per la capacità goliardica, ironica, condita di perle memorabili. In virtù di questo Di Battista riusciva a passare in maniera straordinariamente scanzonata da costrutti meramente insolenti “Ci stanno dicendo, tutti loro, che se vincono i Cinque Stelle lasceranno l’Italia: pensate, abbiamo la possibilità di toglierceli dai coglioni tutti insieme!” ad altri più riflessivi ma ugualmente potenti “Chi voterà certi soggetti non avrà più diritto di lamentarsi in questo Paese!”, oppure “Questo Paese morirà di minuti di raccoglimento, di giornate della memoria…”, in un crescendo senza fine, trainato da una vena retorica e da una passione stellare.

Ma in questo suo predicare a briglia sciolta, il giovane leader grillino ha fatto molto di più del parlare ad una piazza. Se da un lato ha dato plastica evidenza di cosa sia un leader kennediano nella sua essenza, gramsciano nella sua essenza, dunque un leader del popolo perché è amato dal popolo e dunque ha dato chiara evidenza anche della distanza che lo separa dalle anelanti velleità farlocche dirigenziali del duce di Rignano, se da un lato ha dato una scapaccione sonoro al potentissimo Silvio Berlusconi da Arcore mandandolo al tappeto per KO tecnico davanti all’opinione pubblica mondiale, come forse non erano riuscite a fare neppure le sentenze dei tribunali, dall’altro è soprattutto riuscito a dare al popolo italiano una salutare e rinnovata carica di fiducia come non la sentivamo da tempo.

Insomma, forse proprio perché si è prodotto quando circondato dal solito silenzio solenne, connivente, omertoso azionato da una Stampa italiana che, ora lo possiamo dire con certezza, si vende al miglior offerente e dunque è PU**ANA, l’acuto di ieri sera resterà nella nostra Storia collettiva migliore, quella infangata in questi ultimi tre anni, ma la cui memoria, come si evince, non è così facile imbrattare, deturpare, e alla fine si rivelerà forse come la nostra vera ancora di salvezza.

Rina Brundu

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