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4 marzo 2018, cambiamo l’Italia (44) – Sull’onestà individuale e sulla giustizia collettiva che fa scalo a Perugia

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

perugia

Screenshot da ilfattoquotidiano.it

Nel tempo sono arrivata alla conclusione che l’onestà non sia un tratto che appartiene alla nostra anima quando nasciamo. Penso invece che, proprio come accade per la disonestà, sia una caratteristica che la nostra persona fa più o meno sua durante l’estrinsecarsi dell’esistenza. Ne deriva che tanto più ci accompagneremo con altri spiriti che hanno fatto dell’onestà una importante dirittura di vita tanto più saremo onesti noi e viceversa. Lo dico senza dubbio alcuno avendomi baciato la fortuna e avendo avuto un esempio mirabile di spirito onesto accanto a me sin dalla mia più tenera età, avendo potuto constatare direttamente negli anni quanto sia facile allontanarsi da dati insegnamenti e quanto occorra vigilare sempre per riportarci sulla retta via.

La giustizia invece è una sorta di ideale esterno su cui destini noi possiamo agire solo collettivamente: nessuno, infatti, si può fare giustizia da solo, questo lo capisce anche un bambino. La giustizia resta dunque un metro importante soprattutto quando si tratta di misurare la nostra onestà davanti agli occhi del mondo. L’importanza di riuscire a fare, in quanto collettività, una giustizia giusta non potrà quindi mai essere sottolineata abbastanza. Se è vero infatti che io credo che esista una giustizia altra e di tipo universale che vigila, e non fa sconti di alcun tipo, su tutte le dinamiche davvero pregnanti nell’esistenza di ciascuno di noi, è pure vero che anche la giustizia terrena è importante e quindi siamo back to square one: la giustizia è di fatto un ideale sommo verso cui tutti quanti noi dovremmo tendere.

Come cittadina libera ed eticamente cosciente io non ho paura a dire pubblicamente che negli ultimi quattro anni ho avuto la netta impressione che la giustizia italiana si sia bloccata da qualche parte, e lo abbia fatto soprattutto quando si trattava di toccare da vicino alcuni personaggi molto potenti in quello stesso periodo. Mi auguro di sbagliarmi, naturalmente. Sono certa di sbagliarmi, ma questa resta pur sempre la mia impressione. Per esempio, io mi sono interrogata parecchio sul Caso Consip, e ancora oggi continuo ad interrogarmi. C’è qualcosa in quel particolare scandalo – gravissimo peraltro –  nonché nelle dinamiche con cui è stato gestito e di cui noi sappiamo attraverso i giornali, che non mi torna. Come è possibile per esempio che ancora non ci abbiano saputo spiegare chi ha tolto le cimici intercettative? Come è possibile che date accuse, ribadite anche da poco da chi le aveva fatte, almeno a quanto si legge, non vengano investigate con la determinazione che sarebbe necessaria?

Ecco, sì, a occhio esterno, a occhio profano sembra quasi che in dati scandali manchi la “determinazione” a investigare, specie quando quella dovrebbe più servire, ovvero quando si punta verso l’alto. Il marcio, infatti, non parte mai dal basso, ma sempre dall’alto. Il supposto caso di insider-trading tra Matteo Renzi e Carlo De Benedetti, invece mi ha colpito in maniera diversa. Per la precisione mi ha colpito con la “determinazione” di uno sputo in faccia. Ne deriva che anche in questo caso io non posso che chiedermi: come è possibile che una questione così grave non venga investigata in maniera tenace e sotto prospettive multiple?

Sarà forse pure per questo dunque che oggi mi si è quasi contentato il cuore quando ho letto che la procura di Perugia starebbe investigando su quest’ultima faccenda. Scoprire, infatti, che la giustizia italiana, e cioè la capacità etica della nostra collettività, non si è fermata in alcun luogo, ma stava solo facendo tappa a Perugia dà una sorta di conforto importante. Per noi che a queste cose ci teniamo, che all’onestà e alla giustizia ci teniamo, ma anche e soprattutto dà conforto a coloro che hanno fatto finta che dati problemi non esistessero per il quieto vivere, per la carriera, immagino. Sono di fatto questi spiriti a necessitare più degli altri della capacità etica dell’insegnamento collettivo anche se, naturalmente, non lo sanno, fanno finta di non saperlo, o non sono ancora in grado di comprenderlo per davvero.

Rina Brundu

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