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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8º. Breaking News

Il grave caso Maria Etruria Boschi e la Sardegna. Un appello a tutti i Sardi: difendete l’immagine e la dignità (anche politica) della nostra isola, è un vostro dovere!

Onorate gli insegnamenti de... IS MANNOS.

ROSEBUD TV – Francesco de Gregori – Generale

AFORISMI MEMORABILI E ZIBALDONE


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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Attenzione la versione definitiva di questi testi uscirà solo dopo le elezioni politiche


Il caso diffamatorio su Wikipedia 

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Gli stornelli del 4 marzo e dieci validi motivi per cui Luigi Di Maio sarà Premier!

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Dieci validi motivi per cui Luigi Di Maio sarà Premier!

Stornelli politici per il 4 marzo 2018

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Rina Brundu

Cito dall’articolo di Marco Travaglio titolato “Professione pericolo” apparso su ilfattoquotiano.it: “A qualcuno parrà strano, ma vorremmo spezzare una lancia, ovviamente etrusca, per Maria Elena Boschi: qualcuno, per favore, le dica dove sarà candidata perché questo gioco dell’ oca (absit iniuria verbis) fra la natia Toscana e la Basilicata, le Marche e la Lombardia, la Campania e il Lazio, la Sardegna e il Trentino Alto Adige rischia di umiliarla”.

Di norma sono abituata a fare sempre un doppio controllo prima di prendere per buone le parole di un qualsiasi giornalista italiano, ma nel caso di Marco Travaglio voglio fare un’eccezione perché costui è un raro professionista nostrano non abituato a sparare cazzate. Ne deriva che se – in prospettiva prossime Elezioni Politiche – sento colui associare il nome di Maria Etruria Boschi al Trentino Alto Adige non posso che concludere che lo staff PD abbia pensato che da quelle parti potrebbero riuscire con una “candidatura vincente” perché gli abitanti “vengono dalla montagna”, e dunque spetterà a quei residenti montanari provare il PD in torto… ma se leggo un Travaglio che associa, anche solo en-passant, il nome di Maria Etruria Boschi alla mia amata Sardegna, di fatto umiliandola (non la Boschi, ma la mia isola) a me girano a mille i coglioni ideali.

Dato che il renzismo infame ci ha abituato ad ogni turpitudine politica, ovvero ha dimostrato più volte in passato di essere davvero capace di tutto, non credo che davanti ad una prospettiva così orripilante per la nostra Sardegna, ci sia da girare intorno alla faccenda con molti giri di parole, con circomlocuzioni ricercate, ma ritengo invece che ci sia ogni motivo e ogni urgenza per fare un appello forte e chiaro a tutti i Sardi: il prossimo 4 marzo difendete l’immagine e la dignità (anche politica) della nostra isola, è un vostro dovere! Perché se é vero che anche molti di noi sardi veniamo dalla montagna, quella montagna è il Gennargentu e noi non permettiamo a nessuno di infangarla, di sputarci sopra, di mettersela sotto i piedi mentre sta scaltramente tentando di raggiungere i suoi scopi moralmente e politicamente discutibili.

Rina Brundu

PS Di norma non amo molto dare visibilità ai “momenti” della mia bellissima infanzia ai piedi del Gennargentu vissuti tanti e tanti anni fa, forse perché a dispetto del renderli pubblici continuo a considerarli esperienza prettamente privata…. Ma oggi voglio fare un’eccezione e, qui di seguito, riprendo il passaggio IS MANNOS. Ogni sardo davvero degno di questo nome sa bene chi sono is mannosSe ce lo ricordiamo, allora vediamo di rispettarne gli insegnamenti e di non offenderne la memoria il 4 marzo… sarebbe il nostro minimo dovere etico e civile!

 

IS MANNOS sprosmall

Ti insegnavano, “is mannos (1)”, a loro modo. Per lo più non sapendo di insegnare. Ti insegnavano con il silenzio. Con gesti rari. Educati. Davanti al fuoco. Alla brace ancora ardente e alla cenere più fredda che si impadroniva del focolare e lo colorava della sua tinta smorta. Il fumo, a volte, non saliva lungo la cappa annerita e rientrava nella stanza, rosata, impregnandola del suo sapore, acre. Dalla finestra, minuta, dai vetri stanchi, entrava una luce diffusa, fastidiosa, a suo modo mancante. Di ogni splendore. A maggio tornavano i pastori. Dal Campidano e da ogni angolo di Sardegna che nella brutta stagione aveva saputo di sole. Non era raro, allora, che qualcuno tra quelli si fermasse dai nonni. Per farsi raccontare. È fissato nel ricordo di bimba piccolissima la figura di un misterioso visitatore: gigante!

Era un signore avanti negli anni, possente, una barba fluente, vestito di velluto scuro, portava i gambali e parlava poco. Mi guardava con occhi neri e profondi e di tanto in tanto annuiva ai discorsi-altri. Intimava rispetto ma non saprei dire perché. C’erano regole di quella atavica filosofia dell’anima che intuivo per affinità ma non riuscivo a spiegarmi. Non mi spiegavo la remissività apparente che mal si conciliava con il germe “balente” che, lo sapevo, viveva dentro di loro. Finanche di me. E non trovava pace. L’ombra sotto cui tale “tratto” prosperava era quella benigna e ad un tempo nefasta della grande montagna, antica di milioni di anni, abituata a comandare. Sul nostro destino, sui nostri pensieri, sulle nostre azioni mai troppo grandi. Ma senza riuscire a domarci.

Quella combattuta era dunque antica guerra velata, riproposta ad ogni canto di gallo, ad ogni vagito di bimbo o ad ogni atteso ciclo di luna. Ma in tale continuata e silenziosa battaglia c’era scritto tutto di noi: piegati nel corpo ma spavaldi nell’anima. Soprattutto, liberi. Liberi come le aquile che pattugliavano i cieli chiari sbeffeggiando il cacciatore a valle. Liberi come i mufloni che dai crinali più aspri vegliavano sul loro futuro, segnato, fosse anche fatto di un solo domani. Liberi come leprotti che correvano veloci a nascondersi sotto l’ombrello che erano i funghi titani. Liberi come l’aria che nutriva lo spirito e respiravamo in abbondanza a titolo di compenso. Per il desco. Mancante. Di tutto. Il resto. Di tutto ciò che avrebbe dovuto fornirci coscienza della nostra identità. E delle sue possibilità. Dei nostri diritti e delle nostre speranze.

Ma, lui, il pastore gigante, pareva non farsene cruccio della contigenza, presente o passata, e proseguiva a “spiegarsi”, muto. Seduto su una sedia impagliata, poggiata alla parete quasi per carità, si limitava a fissare ora l’uno ora l’altro. Nella stanza. E non si muoveva. Quali storie mi nascondi? Pensavo. Speravo, le avrebbe rivelate almeno alla nonna, la quale, ne ero certa, le avrebbe riproposte la sera. Che lei aveva un dono per i racconti carichi di significato, per le morali importanti estrapolate dalla roccia più dura anche se a forza viva. L’ospite, era chiaro, non avrebbe proferito verbo. Non avrebbe impartito lezioni, non avrebbe commentato, illustrato, interpretato, chiarito.

Fu infatti nell’andarsene il suo dono più grande. Nella sedia vuota, nella cucina sgomberata del suo Essere essenziale, nelle domande mute destinate a diventare enigma. Eterno. Come dentro ogni filosofia degna che si interroga senza mai rispondersi e consegna un abbozzo di illuminazione alla mera benevolenza… del Tempo.

(1) lett. i grandi, gli anziani. (Tratto da Spoon River d’Ogliastra, Ipazia Books)

 

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