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Filosofia dell’anima – Della democrazia al tempo della Rete. E di una epifania mentre Berlusconi imperversava in tv

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

think-3087400_960_720Amo il silenzio. In molte situazioni non lo scambierei neppure con musica celestiale. Così mi accade, spesso e volentieri, di accendere la televisione, ma di abbassare il volume completamente, l’unica maniera per riuscire a concentrarmi. Ieri mattina ho fatto proprio questo, peraltro senza controllare su quale canale fossi sintonizzata. Ad un certo punto, con la coda dell’occhio, ho visto Silvio Berlusconi entrare nello studio del programma che stava andando in onda e che, ho realizzato, era uno studio di Canale 5. Ho visto che si è seduto ed ha iniziato a parlare e a gesticolare con dei fogli in mano, come usa fare sempre. Naturalmente, me ne sono ben guardata dall’alzare il volume e ho continuato a fare ciò che stavo facendo, salvo scuotermi 40 minuti dopo e realizzare che quel signore era ancora lì. Sono trascorsi almeno altri dieci minuti e solo allora se ne è andato, osannato, riverito e baciato finanche in fronte dalla gioiosa conduttrice, quasi orgasmatica per l’occasione.

Non era la prima che assistevo ad una simile scena (o sceneggiata), ma chissà perché questo particolare episodio del Berlusconi che imperversa in tv in periodo elettorale, mi ha dato molto da pensare. Mi ha fatto comprendere per esempio, sempre di più, quanto sia stata importante la rivoluzione digitale. Al tempo della nostra fanciullezza, infatti, noi non avremmo avuto altra scelta da opporre al lungo discorso che ha fatto il signore di Arcore, se non forse cambiare su un canale Rai e dunque sorbirci la stessa oratoria scaltra da parte del ducetto di Rignano, dei suoi adepti, o del suo editore (quello Rai, ma pure l’altro).

Insomma, noi dovremmo fare un monumento a tutti quei ragazzi che, con il loro genio, sovente con la nobiltà del loro spirito, ci hanno regalato sprazzi di libertà che non avremmo immaginato mai altrimenti. Oggi come oggi, la predica di Berlusconi in tv, peraltro silenziata sul mio lato, rivela solo una sorta di povertà dellolo spirito, una povertà di fondo che sconvolge quasi, mentre si propone come fosse una inutile predica nel deserto, al vento. Ovvio, non nego che ci sia in Italia ancora una parte importante di elettorato che guarda queste cose, vuoi per l’età vuoi per un’oggettiva impossibilità a nutrire lo spirito altrimenti, ma è pur vero che, nel nostro tempo, questa sorta di predicazione in esclusiva, o per diritto di censo, sta testimoniando il suo canto del cigno senza che nessuno la rimpianga troppo.

Che ne è stato della mia epifania? Sì, certo, l’epifania che mi ha colpito strano è stata una iper-realizzazione di come, quella grande calamità politica e civile che è stata il renzismo, abbia annientato persino la necessità di una parvenza del seguire una data etica, in tv come nella vita. Dunque se trent’anni fa si parlava di par-condicio mediatica adesso l’unica condicio che conta è esserci, presenziare, mostrarsi il più furbo, fottersene delle ragioni di chi non è rappresentato e delle ragioni di chi vorrebbe sentire anche i suoi rappresentanti: viva la faccia! C’è qualcosa di immensamente triste in tutto questo, ed è tristo il fatto che non si senta una sola voce autorevole abbastanza da saper intervenire con decisione, da riuscire a mutare la situazione.

A chi rivolgersi, poi, quando dal caso Consip alle ultime notizie di ieri in quel di Firenze, sembrerebbe quasi che l’età barbara renzista abbia distrutto tutto, ovvero sia riuscita finanche nel tanto agognato proposito di delegittimare in noi, dentro di noi, la stessa magistratura? Il rispetto per quella?

Sì, all’età digitale dobbiamo molto, soprattutto quando guardiamo alle dinamiche più vere della nostra vita democratica. Le dobbiamo pure questo dolore spavaldamente acuto che ci prende dentro, prodotto dalla nostra coscienza insolitamente viva mentre soffre le pene dell’inferno.

Rina Brundu

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