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Media e regime (40) – Il caso Orietta Berti.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

question-2004314_960_720Ancora non riesco a capacitarmi. A dirla tutta dovrei iniziare in altra maniera però. Dovrei iniziare chiedendo scusa a Orietta Berti. Debbo farlo perché non ho problemi a confessare che, vuoi perché appartiene a una generazione diversa dalla mia, vuoi perché non seguo granché il mondo canzonettaro italiano, non l’avevo mai vista come una rappresentante di quel mondo di “paillettes” capace di esprimere “committment” di tipo sartriano, impegno intellettuale e civile, insomma. Sapevo, certamente, della sua partecipazione alle Feste dell’Unità, ma chissà perché (pensa tu!), la sua presenza colà la spiegavo come un momento di “colore”: vuoi mettere invece quando cantavano i “grandi” cantautori masculi con tutti i gioielli tra le gambe? Vuoi mettere quando arrivava il giullare Benigni a leggere una terzina dantesca?! Sic!

Proprio così, io debbo delle scuse alla signora Berti e penso che siano in tanti in Italia a dovergliele. Di fatto, pensando a questa notizia del suo “endorsement” ai Cinque stelle, mi rendo conto che colei abbia poco o nulla da guadagnare da questa scelta. Almeno apparentemente, s’intende. E già perché in realtà così facendo, Orietta Berti si è “semplicemente” guadagnata la stima imperitura dell’Italia onesta, si è guadagnata la stima di chi pensa che la vita sia altro oltre l’arraffare denaro a scapito altrui, di chi pensa che anche al tempo della rivoluzione digitale l’amor di Patria, di una Patria ideale, eticamente valida, non sia un’opzione da mettersi sotto i piedi. Con la sua scelta si è guadagnata un posto di tutto rispetto nella nostra storia recente, un posto che in automatico la pone tra coloro che a buon diritto potranno dire: io sono stata capace di dire no!

Non è una questione da poco. E che non si tratti di sciocchezzuola lo sappiamo bene soprattutto adesso, dopo quattro anni di renzismo deleterio, laddove infiniti personaggi che pure pensavamo “capaci” non hanno saputo fare altro che pr*****uire la loro “arte”, il loro sentire, la loro etica alle ragioni dell’arrivismo e del familismo più scaltro per trarne, immagino, qualche vantaggio economico e mediatico, almeno nelle intenzioni. Ho letto da qualche parte che la Berti avrebbe fatto ciò che ha fatto perché tempo fa avrebbe promesso il suo voto “all’amico Grillo” e dunque avrebbe inteso onorare quella promessa. Con tutto il rispetto io questo non lo credo. Io credo, invece, che questa signora abbia guardato allo sfascio di Sistema che ci circonda, alla corruzione che dilaga, ai giochi di corridoio con cui la casta, indifferente al sentire del popolo, si sta assicurando lo scranno per i prossimi cinque anni (mirabili in questo senso i recenti colloqui di cui si è sentito tra l’ex Premier golpista e l’amicone di sempre Denis Verdini!), e abbia provato schifo. Si è trattato, insomma, e sempre secondo me, di una decisione semplicemente dettata dallo schifo, dalla nausea civile.

Not in my name!, deve avere quindi pensato la signora Berti. Ma neppure nel nome dei miei figli, dei miei nipoti; non nel nome della mia eredità ideale: mai! Bravissima! Ammirevole! Ecco, se solo un 50% più uno di tutti gli italiani che andranno a votare il prossimo quattro marzo, facessero questo discorso, e si determinassero a comportarsi come questa donna molto in gamba, forse per il nostro Paese ci sarebbe ancora una piccola speranza. Di un futuro migliore, di un futuro di cui non doverci più vergognare nei secoli che verranno. Se poi qualcun altro, nel fantastico mondo canzonettaro e “artistico” nostrano, trovasse il coraggio e mostrasse palle grandi abbastanza come quelle della Berti… non sarebbe male. Ma capiterà? Succederà? Se tanto ci dà tanto è legittimo dubitarne, ma tutto può essere nel fantastico mondo della Repubblica delle Banane politicamente, civilmente, artisticamente, mediaticamente andate a male.

Rina Brundu

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