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GIORNATA DEL DIALETTO 2018 – CARO DIALETTO, TI SCRIVO … E la poesia “A TTE, VOCE ‘E ‘STA TERRA”

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

18Caro “dialetto”,
il 17 gennaio è la giornata dedicata a te, ed io ti scrivo innanzitutto per dirti che da settantasette anni  ti voglio bene perché sei stato  “la prima lingua” che ho parlato, che ho imparato nei vicoli e nelle strade di Napoli dove sono nato e perché sei stato tu che mi hai avvicinato alla poesia e mi hai fatto vivere di poesia. Per questo ti voglio ringraziare, di cuore. E ti scrivo anche per dirti che non ho mai condiviso quanto diceva l’Unesco nel 2012 affermando che tu, straordinaria parlata napoletana, ti saresti estinto entro la fine di questo secolo. Così come non condivido ciò che ha detto l’Istat informandoci, qualche giorno fa, che i dialetti, mentre sono abbastanza diffusi su siti e blog, si usano sempre di meno in ambito familiare. Per quel poco di esperienza che ho dissento del tutto da tale funerea previsione, così come non ritengo di alcuna utilità la promulgazione di leggi che prevedano l’introduzione dello studio dei dialetti nelle scuole. Secondo me, per salvaguardare te e tutti gli altri nostri dialetti basterebbe arricchire il programma di “lettere” con poesie di poeti dialettali scelti tra i migliori, e delle varie epoche, e si salverebbero non solo le parlate popolari e i termini che inevitabilmente si vanno perdendo per la naturale evoluzione di ogni lingua, ma anche le nostre splendide tradizioni culturali. Sono le poesie (in particolare) e le canzoni “lo scrigno” dove ritroviamo vocaboli e detti della nostra storia e delle nostre radici. Pertanto, solo indirizzando i ragazzi alla lettura – e quindi allo studio dei poeti più rappresentativi – ribadisco – delle varie epoche, riusciremo a salvare qualcosa di ”tutti voi dialetti d’Italia” dall’inevitabile oblio del tempo e da una umanità sempre più “distratta e superficiale”. Pertanto, arricchendo i programmi scolastici con opere dialettali e facendo leggere più poesie agli alunni, diventa consequenziale lo studio del dialetto, delle regole grammaticali, della etimologia dei vocaboli ecc. E sarà la particolarità di alcuni termini – tra cui tanti oramai in disuso – e l’arguzia e il sentimento del poeta che sicuramente susciteranno interesse nei ragazzi stimolandoli all’approfondimento ed allo studio – che così risulterà gradevole e affatto noioso – delle nostre parlate dialettali. Se c’è da fare una legge se ne faccia una per inserire nell’insegnamento: educazione – da contrapporre alla scostumatezza e al bullismo, che pare siano pane quotidiano per molti-; eleganza e amore – per contrastare la volgarità sempre più dilagante -; consapevolezza – per far comprendere fra le altre cose ai nostri giovani la fortuna che hanno avuto di nascere in questa terra così ricca di storia e di tesori d’arte; riconoscenza – per non dimenticare mai di dire “grazie” a tutti coloro che ci hanno fatto e ci fanno del bene! Materie, queste, che sarebbe opportuno far conoscere anche alla maggioranza degli adulti. E poi, mettiamo la parola “fine” alla balzane proposte di qualcuno che addirittura  vorrebbe sostituire “voi dialetti” alla lingua italiana. Cara mia parlata napoletana, sono sicuro che anche tu condividi di tenercelo ben caro il nostro italiano, sia per la sua bellezza letteraria sia per dare un senso al sacrificio di tanti nostri giovani connazionali che morirono per vederci tutti affratellati, sotto una sola bandiera e una sola lingua che ci accomuna tutti e ci fa sentire non campanile ma NAZIONE. Tu, dialetto mio carissimo, devi continuare ad essere “il gioiello di famiglia” da amare, da custodire, da difendere, da mostrare, da lasciare in eredità ai nostri figli sollecitandoli a rispettarti e ad amarti come ho fatto io e tanti altri che ti vogliono bene. Tu continuerai ad essere il nostro “gioiello di famiglia” che tramanderemo ai nostri figli che – a loro volta – tramanderanno ai loro figli. Tutto qui!
 

A TTE,  VOCE  ‘E  ‘STA  TERRA

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Voce d’ ‘a terra mia, voce sincera,
ca saje purtà tutte ‘e penziere mieie
p’ ‘e strade d’ ‘a poesia,
a tte, stanotte,
io voglio dedicà  vierze d’ammore.

Pe’ tte,  parlata antica, santa, eterna,
ca tuorne ogni mumento
a nascere e a cantà
ncopp’ ‘e vvucchelle d’ ‘e ccriature, voce
allera e malinconica ‘e stu popolo
c’ha scritto dint’ ‘e ppagine d’ ‘a vita
parole ‘e fede, ‘e libertà, ‘e speranza,
pe’ tte,
cumpagna ‘a cchiù carnale,
ca daje calore a tutte ‘e sentimente
ca m’ardono e me scorrono int’ ‘e vvene,
stanotte io scrivo, appassiunatamente:
te voglio bene
Raffaele Pisani, napoletano a Catania 
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