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Filosofia dell’anima – Dei molti perché sulla “vita esemplare” di Marina Ripa di Meana

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

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In omaggio a Marina Ripa di Meana inauguriamo qui, su Rosebud, uno stile sopra le righe che non ci è mai appartenuto e, proprio per questo, è quanto mai necessario provarlo…

Marina Ripa di Meana è stata uno di quei rari esseri dei quali, paradossalmente, non si riesce a parlarne sopra le righe neppure volendo. La sua essenza “diversa”, naturalmente mediatica, sembrava riuscire a vincere anche la determinazione alla critica del critico d’assalto più scaltro. Dovendola definire politicamente si potrebbe finanche dire che avesse qualità mediatiche esattamente contrarie a quelle possedute dal ducetto di Rignano ai suoi tempi.

Naturalmente, non è così. Non è affatto così. In realtà la domanda di queste ore per qualsiasi critico davvero valido dovrebbe essere: ma di cosa stiamo parlando? Di chi stiamo parlando? Lo specifico da persona che una ventina d’anni fa lesse finanche una sorta di biografia di questa signora titolata I miei primi quaranta anni, o giù di lì. Ma a dispetto di quella “lettura”, francamente io non ho ancora capito perché sono qui a scrivere, perché mi sento in dovere di scriverne per il sito, perché i giornali italiani in questo momento stanno “celebrando” questa morte come fosse una morte da ricordare.

Sono d’accordo che con ciò che passa attualmente il convento a livello di mediaticità a qualsiasi titolo, la Ripa di Meana non era il peggio del peggio della nostra epoca, ma le domande restano: di cosa stiamo parlando? Di chi stiamo parlando? Perché parlare di una persona che ha dedicato la sua vita a saltare gioiosamente di letto in letto, a cambiare uomini, a fare una sorta di apologia di questa tipologia di vita libertina, a pontificare nei salotti televisivi mentre i poveri cristi erano intenti a lavorare? Forse perché è morta di cancro? Sapessero quanti se ne sono andati a causa di quella malattia, e il cui esempio di vita è stato senz’altro più mirabile del suo, sebbene vivessero nell’anonimato! O perché era simpatica? Non mi risulta che la simpatia abbia mai contribuito a creare uomini e donne che si fanno ricordare, piuttosto è stato quasi sempre il contrario perché per poter fare o dire qualcosa di nuovo, di diverso, occorre per forza avere il coraggio dell’antipatia.

Ma non farei giustizia al mio unico neurone rincoglionito se liquidassi la faccenda morte della “Ripa di Meana” con questi discorsi. Di fatto quando io penso a vite “esemplari” come quelle di questa signora mi vengono in mente solo tre possibilità riguardanti la natura del legittimo percorso della loro anima: 1) che quando sono venute al mondo hanno semplicemente ricevuto questa raccomandazione: vai, sii felice, del resto fregatene!; 2) che quando sono venute al mondo sono state semplicemente lasciate in balìa di se stesse, dei vizi e delle virtù che facevano da dna ideale alla loro essenza atavica e dunque che successivamente le loro anime abbiano scelto come meglio hanno potuto, magari la via più facile; 3) che quando sono venute al mondo siano state pregate di meditare prima di fare, ma loro abbiano sbeffeggiato quella possibilità e abbiano proceduto come un treno senza mai fermarsi a pensare.

Ne deriva che se la prima possibilità fosse quella più vera da applicarsi alla “vita esemplare” di Marina Ripa di Meana, oggi la sua anima non potrà che risultare splendente e felice, anche per tutto ciò che ci ha comunque, a suo modo, insegnato. Se Marina è invece appartenuta alla seconda categoria di spiriti, ovvero a quelli non forti abbastanza, paradossalmente è in questa sua “celebrazione” che ci è dato di vedere e toccare con mano la nostra effettiva miseria, fiinanche nello sceglierci i maestri d vita da onorare; tuttavia, se la signora Ripa di Meana è stata lo spirito libero, insofferente a qualsiasi tipo di insegnamento, di catena etica (quando l’etica si fa imprescindibile dirittura universale), proprio come sarebbe tipico degli spiriti ultra-irriverenti che appartengono alla terza categoria su indicata, oggi è facile immaginarla vestita di un abito meno brillante, intenta (speriamo) a meditare sul suo percorso di vita.

Chissà perché, però, qualsiasi sia l’abito con cui vogliamo immaginarla bardata per questa sua “solenne” occasione, l’impressione è che il sorriso volpino lo porti sempre (ancora) stampato sul viso. E dunque, indipendentemente dal come la si potrà giudicare, da cosa ci abbia effettivamente insegnato la sua “vita esemplare”, dalla nostra opinione su di lei, questo è sicuramente un elemento di cui dobbiamo necessariamente tenere conto, nel bene e nel male.

Rina Brundu

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