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Riflessioni sul Quarto Potere (1). Della deontologia e dell’etica mancante. Il caso Roma

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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A mio avviso si tratta di un disegno che metaforicamente racconta molto bene la parabola del “Quarto Potere” liberal e democratico: anelavano verso l’alto ma sono talmente caduti in basso  che alla fine hanno mostrato il culo…

Quante cose ci insegna il tempo che passa! Per esempio, mi rendo conto solo ora di come non avessi mai compreso il vero significato dell’espressione “Quarto Potere”, ovvero il vero significato dell’espressione “il potere della Stampa, del mondo mediatico”. O forse, per maggiore correttezza, sarebbe meglio scrivere che non avevo mai riflettuto abbastanza su cosa volesse dire quell’espressione. Per mera pigrizia mentale credo che me l’avessi sempre figurata come una sorta di eufemismo della miglior capacità dei giornali e del giornalismo, dunque dei giornalisti, di portare all’attenzione dei più una data storia, un dato problema, e dunque di “agire” sulle sorti dello stesso: risolvendolo o, nella peggiore delle situazioni, mostrandolo urbi et orbi come una sorta di peccato di omissione nel caso in cui la comunità tutta non fosse riuscita ad ottenere alcun risultato, l’avesse ignorato.

Sciocchezze, naturalmente! Di fatto non c’è nulla come le recenti vicissitudini politiche (ma non solo) in Paesi come gli Stati Uniti e l’Italia, per farci capire come l’idea di un meccanismo mediatico etico sia una mera fake-news ante-litteram, a ben guardare forse la più riuscita di tutte. Negli Stati Uniti è bastato che il popolo americano decidesse di votare come meglio riteneva per fare saltare il tappo. All’improvviso abbiamo scoperto che nella cosiddetta stampa liberal, democratica, non vi era nulla di “liberal” e “democratico”, esattamente come non vi era nulla di liberal e democratico negli inviati trendy, anche dei nostri datati giornaloni, in quella nazione. Il caso Weinstein poi, nella sua perniciosità, ha avuto il “merito” di toglierci la fuffa dagli occhi anche rispetto a tante altre “madonne” del radical-chichismo, del politically-correct d’antan che si volevano e si raccontavano etiche. Tra tutti mi piace ricordare il caso Meryl Streep, a quanto si legge grande amica da sempre di Harvey Weinstein, amica ‘cecata però rispetto agli shortcomings del suo potentissimo compagno di merenducce cinematografiche. Sul fronte politico, la stessa signora (proprio come va facendo Jane Fonda) continua a vedere le pagliuzze negli occhi di Trump ma le sfuggono le travi in casa Clinton sia rispetto ai comportamenti privati tutt’altro che edificanti di Bill sia rispetto alle trame che avrebbe ordito la consorte con il Russiagate e con il tentativo scaltro di guadagnarsi la poltrona di Presidente.

Che dire poi del Bel Paese? Che non fossimo i favoriti delle associazioni internazionali che si occupano di Libertà di Stampa con serietà lo sapevamo bene, ma forse non avevamo mai davvero compreso il perché. Negli ultimi anni invece ci siamo scoperti feudo provinciale come mai pensavamo di essere, peraltro un feudo “debolissimo”, facilmente conquistabile se basta un reuccio qualsiasi, arrivista e anelante, a mettere in fila non solo i direttori di tutte le nostre testate, giornalistiche e televisive, ma finanche la nostra capacità di fare controllo e di esprimere, o voler esprimere, deontologia. Un caso che ha dimostrato molto bene come la deontologia giornalistica sia morta in Italia è stato senz’altro il caso Roma, laddove i “notisti” più insospettabili, anziché dare sostegno a una giovane sindaca alle prima armi ma onesta, ne hanno profittato, come “vultures” per flagellarla, nonché per denigrare la nostra meravigliosa capitale in tutto il mondo. E lo hanno fatto senza vergognarsi un solo momento, finanche senza accorgersi che stavano scavando la loro stessa fossa dato che d’ora in poi i loro scritti non varranno la carta igienica dove saranno pubblicati.

Le avventure su esposte, benché funeste, portano seco un in-più positivo di natura nietzschiana: tutto ciò che non ci uccide, anche a livello di comunità, ci rende più forti. E sì, perché, da oggi in poi chiunque si beva con ammirevole ingenuità e candore le notizie farlocche che trova scritte in un qualsiasi giornale, ha un problema e quel problema è prettamente suo. In realtà quando si decide di prestare la nostra fiducia a chiunque scriva, non importa chi sia o a quale titolo lo faccia, non importa il giornalone trendy o il bloghetto della nonna, la domanda che ci si dovrebbe fare è questa: perché sta esprimendo questa opinione? Cosa ha da guadagnarci? È la verità? Dove posso scovare un’opinione che mi mostri un punto di vista diverso? Proprio così, trovare un’opinione che mostri un punto di vista diverso, non omologato, è quasi un nostro dovere di cittadini liberi di questo millennio. Solo così infatti le due versioni opposte potranno essere messe a confronto e noi potremo esercitare anche la nostra capacità di razionalizzare e di cogitare.

Quest’ultimo punto di fatto è molto importante. Per anni ci siamo dovuti sorbire l’ammonimento: leggete, leggete, leggere fa bene apre la mente. D’accordo ma vero è che se siamo in presenza di una porta, da quella potrà entrare di tutto: dai fiorellini trasportati dal vento in primavera a folate particolarmente poderose, inclusi olezzi che preferiremo restassero fuori dalla nostra casa. A mio avviso leggere è importante – fermo restando che, grazie alla Rete, oggidì leggono e scrivono tutti, ed è questo un in-più che 99 volte su 100 data Stampa dimentica di sottolineare – ma è molto più importante imparare a pensare, elevare la nostra potenza di cogitazione perché solo così diventeremo persone e spiriti veramente liberi.

Tornando a monte e al significato dell’espressione “Quarto Potere” non farebbe male ricordare che in quel costrutto il “potere” di cui si parla non è quello ideale, etico, edenico di cui ci raccontavano da bambini a scuola, ma è un potere vero è proprio che attraverso le sue maglie e i suoi mille intrallazzi diventa espressione quanto più vera di una capacità di azionarsi che è prima di tutto politica e dunque incide in maniera importante sulla vita di una intera nazione, di milioni di cittadini, di tutti noi. Come dirla in maniera meno semanticamente estenuante, meno contorta, più alla portata di tutti? Forse ho trovato. Ricordatevi semplicemente che quando leggete un editoriale di Repubblica voi state leggendo l’opinione di Carlo De Benedetti e famiglia, quando leggete un editoriale del Corsera state leggendo il parere degli Agnelli, di Mediobanca e di chi più ne ha più ne metta. Tutti pareri rispettabili per carità, l’importante è tenere sempre bene a mente che quel parere coloro non ve lo stando danno a-gratis, a scopo condivisivo, ma piuttosto perché lo facciate vostro, possibilmente senza discuterlo, e infatti, sempre allo scopo (stavolta quasi intimidatorio), viene sovente corredato da “firma prestigiosa”. Come vincere allora questa paura intimidante? A mio avviso bisogna fare così: ricordarsi che nella vita noi abbiamo solo bisogno di espellere metano e ingollare ossigeno onde impedire alle cellule di morire. Tutto il resto, incluso il pensiero delle “firme prestigiose”, è discutibile, opinabile.

Rina Brundu

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