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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Happy Halloween 2017 – Storie di spiriti

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – IL TEOREMA RENZI-TAVECCHIO-VENTURA

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per leggere tutto l’articolo)

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Finalmente il bank-holiday di Halloween… e nell’attesa della fatidica notte del 31 ottobre… su Rosebud festeggiamo con qualche altra storia di spiriti e un nuovo estratto dal mitico testo “LA SOPRAVVIVENZA DELL’UOMO DOPO LA MORTE del Rev. C. L. Tweedale (1932)”, per la precisione pubblico le pagine 202-206. Chi volesse leggersi la celebre introduzione di Ernesto Bozzano la trova qui. Mi scuso per la forma ma il testo è tratto da un pdf.

Enjoy… pardon, happy scary hours!

RB

Ma la più notevole testimonianza intorno al riconoscimento di uno spirito, tornato in vita, ci è data dalla stessa Florence Marryat a pag. 73-86 del suo libro There is No Death (Non c’è morte) da cui tolgo quanto segue:

morteL’anno che morì John Powles, il 1860, fu l’anno più critico della mia esistenza.
Non è il caso di dire il perché e il come. Basti dire che stavo molto male d’animo e
di corpo e appunto per questo i medici mi consigliarono di ritornare in Inghilterra,
che io raggiunsi il 14 dicembre. Il 30 dello stesso mese diedi alla luce una bambina
che visse solo dieci giorni. Essa era nata con un difetto stranissimo che per la
chiarezza dell’argomento debbo descrivere. Nella parte sinistra del labbro superiore
aveva un marchio semicircolare, come se fosse stato asportato un pezzo di carne, che
lasciava scoperta parte della gengiva. La gola poi era sprofondata nell’esofago
cosicché nel breve periodo della sua esistenza terrena dovette essere alimentata
artificialmente. Inoltre la mascella era così contorta che se fosse vissuta fino a
tagliare i denti, i molari sarebbero risultati davanti.
Il difetto era di una natura così strana che il medico curante, Dott. Federico
Butler di Winchester, invitò altri medici di Southampton e altrove a visitare la
bambina e tutti dichiararono che non si era loro mai presentato un caso simile.
Questo è un fattore di grande importanza nel mio racconto. Mi si sottopose ad una
tempesta di domande per sapere se avessi mai avuto qualche scossa nervosa di natura
fisica o morale per spiegare quella lesione nella bambina e si concluse che la
malattia, che avevo sofferto, poteva benissimo esserne stata la causa. Il caso fu
pubblicato sotto finti nomi in The Lancet come un fenomeno fuor del comune. La mia
povera creatura, che fu battezzata col nome di “Florence”, visse tra la vita e la
morte fino al 10 gennaio 1861, quando si spense. Passato il primo dolore non pensai
più a lei fuorché come a qualcosa che “avrebbe potuto essere”, ma che non sarebbe
stato mai più. In questa valle di lacrime la perdita di un bambino è presto sommersa
sotto il cumulo delle altre tribolazioni. Tuttavia non dimenticai mai la mia povera
creatura tanto più che allora, per fortuna, essa era “l’unico agnellino morto” del
mio piccolo gregge. Nel riferire le vicende della mia prima seduta colla Sig.ra
Holmes ho accennato come comparve una ragazzina tutta imbacuccata la bocca e il
mento, la quale disse ch’era venuta appunto per me, benché io non la riconoscessi. A
quel tempo ero così ignara delle cose d’oltre tomba che non mi passò nemmeno per la
mente che la bambina, che m’era stata rapita quando aveva dieci giorni, potesse
esser cresciuta da quel tempo fino a raggiungere i dieci anni. Allora non potevo
capire, come capisco ora, Longfellow, che ritengo uno dei più grandi spiritualisti
del tempo.

E dì per dì pensiam: Che sta facendo
Nel bel regno lassù tra stella e stella?
E d’anno in anno i passi suoi seguendo
Noi la vediam ognor farsi più bella.
Più non vedremo l’infantile aspetto,
E quando un giorno allargherem le braccia

Per riabbracciarla con selvaggio affetto
Non sarà più di bimba la sua faccia,
Ma di bella donzella smagliante
Cui vestì di sua grazia il paradiso,
E irradiato dall’alma traboccante
Vedremo noi allora il suo bel viso.

La prima seduta mi fece una tale impressione che due sere dopo ritornai in casa
della Sig.ra Holmes (e questa volta da sola) per assistere ad un’altra seduta. Il
primo spirito che si presentò fu la stessa fanciullina di prima. La Holmes era
sicura che lo spirito veniva per me. Dopo la precedente seduta aveva tentato di
mettersi in comunicazione con lei. “So”, aggiunse, “che è una vostra stretta
parente. Avete perduto qualcuno della sua età?”. “Mai!”, risposi e a questa
dichiarazione il piccolo spirito se ne andò mestamente come prima.
Alcune settimane dopo Henry Dunphy (colui che m’aveva presentata alla Holmes) mi
invitò ad una seduta privata in casa sua, in Upper Gloucester Place, tenuta dalla
celebre medium Florence Cook. Il salotto era diviso in due parti da due tende di
velluto dietro cui Miss Cook stava seduta su di una poltrona. Le tende erano fissate
con spilli dalla metà in su lasciando una vasta apertura in forma di V.
Siccome la Cook non mi conosceva affatto, fui sorpresa di udire una voce diretta
dirmi di mettermi vicino alle tende e tenerne unite le estremità inferiori, mentre
le forme comparivano di sopra, e dal mio posto dovevo necessariamente udire ogni
parola che passava tra la Cook e le voci. La prima faccia che si presentò fu quella
di un uomo a me ignoto; poi seguì una conversazione nervosa tra la medium e lo
spirito controllo. “Portala via. Va via! Non ti voglio vedere. Non toccarmi mi
fai paura! Via, via!”. Così gridava Miss Cook e la voce: “Non far la sciocca, Florrie.
Non essere scortese. Non ti farà alcun male”, e così via. Ed ecco che subito dopo
sorse alla vista, tra l’apertura delle tende, la bambina che avevo veduta dalla
Sig.ra Holmes, tutta imbacuccata come prima, ma cogli occhi sorridenti rivolti verso
di me. Richiamai l’attenzione dei presenti su di lei, chiamandola di nuovo “la mia
monachina”. Non mi spiegavo però l’antipatia che la Cook mostrò verso di essa, e
finita la seduta, quando ella riprese la sua condizione normale, le domandai se si
ricordava delle faccie viste nell’estasi ipnotica. “Qualche volta” rispose. Le
parlai allora della “monachina” e le chiesi come mai le facesse paura. “Non saprei
dirlo”, rispose. “Non conosco nulla intorno a lei. Mi è perfettamente ignota. Mi
pare che non abbia la faccia completamente sviluppata. C’è qualcosa che non va
intorno alla sua bocca. Mi fa paura!”.
Quest’osservazione gettata là a caso mi fece pensare e tornata a casa scrissi a
Miss Cook pregandola d’indagare chi fosse quel piccolo spirito, ed essa mi rispose
così:
Cara Sig.ra RossChurch,
ho interrogata “Katie King”, ma essa non seppe dirmi altro se non che lo spirito,
che ieri sera si manifestò per mio mezzo, è una giovanetta a voi strettamente
congiunta.
Tuttavia non ero ancora convinta dell’identità dello spirito, benché “John
Powles” insistesse ch’essa era la mia bambina. Tentai e ritentai di comunicare con
lei in casa mia, ma senza risultato. Trovo nel diario delle nostre sedute private di
quel periodo parecchi messaggi di “Powles” riferentisi a “Florence”. In uno disse:
“La mancanza di forza, da parte di vostra figlia, per comunicare con voi non dipende
dall’esser ella troppo pura, ma troppo debole. Vi parlerà un giorno. Essa non è in
cielo”. Quest’ultima asserzione, ignorante, com’ero, delle cose di lassù, mi stupì e
addolorò nello stesso tempo. Non potevo credere che una piccola innocente creatura
non fosse ammessa alla Beatifica Presenza; ma d’altra parte, che motivo aveva il mio
amico di ingannarmi? Non avevo ancora appreso che uno spirito può essere
assoggettato a un periodo di disciplina anche senz’aver mai commesso un peccato.
E procede così: Durante i dodici mesi che seguirono presi parte a numerose sedute con vari psichici e lo spirito della mia bambina (com’ella si chiamava) non mancò mai di
manifestarsi. Qualche volta mi toccava colla manina di bimba perché la riconoscessi,
o poneva la bocca accanto alla mia per farmi sentire il difetto delle labbra. Altre
volte parlava o mostrava la faccia. Una volta durante una seduta con Carlo Williams
io e la mia vicina Lady Archibald Campbell ci sentimmo più volte tirar per la veste
come per richiamar la nostra attenzione, poi l’oscurità si ruppe per incanto e sbucò
fuori la mia bambina sorridente come una visione di sogno, coi capelli sventolanti
intorno alle tempie e gli occhi azzurri fissi su di me. Lady Archibald Campbell la
vide chiaramente come me. Ma eravamo ancora lontani da quella prova suprema che
doveva togliere ogni dubbio intorno alla perfetta identità tra lo spirito che
comunicava con me, ed il corpicino che io avevo messo al mondo. William Harrison
(che non aveva mai ricevuto alcuna prova del ritorno di propri amici o parenti)
m’informò che aveva ricevuto un messaggio dalla sua amica Sig.ra Smorta
poco prima, in cui si diceva che se egli avesse tenuto una seduta colla medium Florence
Cook ed alcuni compagni ben armonizzati, essa avrebbe fatto del suo meglio per
comparirgli colle sue fattezze terrene e dargli la prova che egli cercava da tanto
tempo. Mi chiedeva perciò se volevo prender parte insieme con lui e Miss Kidlingbury
ad una seduta colla Cook, ed io accettai. Ci riunimmo pertanto in una stanzetta di
circa 8 piedi per 16, col pavimento nudo, senza mobili. Portammo noi stessi, per
sederci, tre seggiole di vimini. Fissammo con chiodi un vecchio scialle nero
attraverso un angolo, dove ponemmo un cuscino perché Miss Cook vi appoggiasse il
capo. La Cook, una brunetta piccola ed esile, con occhi neri ed una massa di capelli
ricciuti, era vestita di un merino grigio ornato di nastri cremisi. Prima della
seduta mi disse che da un po’ di tempo era diventata irrequieta durante la trance e
che spesso usciva fuori e s’aggirava in mezzo al circolo. Mi pregava di riprenderla
severamente, se così facesse, e rimandarla nel suo gabinetto, ed io promisi che
l’avrei fatto.
Quando Florence Cook si fu seduta per terra dietro lo scialle (che lasciava
vedere le falde del suo abito di merino) ed ebbe appoggiato il capo sul cuscino,
abbassammo la fiamma a gas e prendemmo posto sulle sedie. La medium si mostrò
dapprima molto irrequieta. Dopo pochi minuti si vide lo scialle tremolare, poi una
grossa mano bianca si sporse e si ritirò parecchie volte.
Non avevo mai vista in questa vita la Sig.ra Sper
cui si faceva la seduta e non potevo perciò riconoscere la mano; tutti però notammo com’essa era grossa e bianca.
Un momento dopo lo scialle fu alzato e ne sbucò fuori gatton gattoni una figura di
donna, che poi si rizzò su e stette a guardarci. Era impossibile, data la scarsa
luce e la distanza, riconoscerne le fattezze e perciò il Sig. Harrison chiese se
essa fosse la Sig.ra S.
La figura accennò di no col capo. Pochi mesi prima avevo
perduto una sorella e m’attraversò la mente l’idea che potesse esser lei. “Sei tu Emilia?”
chiesi. Ma la testa accennò di nuovo di no, e Miss Kidlingbury che ripeté la domanda
a proposito di una sua amica, ebbe la stessa risposta. “Chi può dunque essere?”
chiesi con curiosità al Sig. Harrison.
“Mamma! non mi conosci?”. Era la vocina esile, come un bisbiglio, di “Florence”.
Scattai su e mi precipitai verso di lei esclamando: “La mia piccina! e chi poteva
pensare di trovarti qui?”. Ma ella disse: “Ritorna a sedere, verrò da te”. Mi rimisi
a sedere e “Florence” attraversò la stanza e venne ad assidersi in grembo a me. Non
aveva nulla in capo; solo i capelli, di cui mostrava gran dovizia, le scendevano pel
dorso e per le spalle, coprendole. Le braccia erano nude e nudi i piedi e parte
delle gambe, e l’abito che indossava non aveva forma o stile ma sembrava una certa
quantità di metri di mussola morbida e spessa ravvolta attorno al suo corpo dal
petto fin sotto le ginocchia. Era solida e con membra rotondette. La seduta aveva
luogo quando “Florence” doveva avere un diciasette anni.
“Florence, gioia mia, sei proprio tu?” gridai. Ed ella: “Alzate il gas e guardate
la mia bocca”. Harrison soddisfece il suo desiderio e noi tutti vedemmo
distintamente quel particolare difetto del labbro, ch’ella aveva portato dalla
nascita difetto, si ricordi, che i medici più eminenti avevano dichiarato così
raro che non si era mai presentato alla loro osservazione prima d’allora. Aprì pure
la bocca e mostrò com’essa era priva di esofago. Mi sono proposta, cominciando
questo libro, di esporre unicamente i fatti e lasciare che i lettori ne traessero
essi stessi la conclusione; perciò non interromperò il racconto per fare
osservazioni su questa inequivocabile prova d’identità. So solo che rimasi senza
parola e mi misi a piangere. In quel momento Miss Cook che non aveva cessato di
mugolare e muovere dietro lo scialle, scattò fuori a dire: “Non ne posso più” ed
uscì nella stanza, e si fermò lì ritta nel suo abito grigio dai nastri rossi, mentre
“Florence” mi sedeva in grembo nel suo drappeggio bianco. Ma la cosa durò un solo
istante, giacchè appena la medium fu pienamente in vista, lo spirito diè un balzo e
sparì dietro la cortina. Ricordando l’ingiunzione fattami dalla Cook, le feci una
ramanzina per aver abbandonato il suo posto ed essa, mugolando, si ritirò dov’era
prima. Si era appena chiuso dietro di lei lo scialle, che “Florence” riapparve ed
aggrappandosi a me, esclamò: “Non lasciarglielo più fare; mi spaventa tanto!”. Ed
infatti tremava come una foglia. “Ecchè, Florence”, diss’io “vuoi farmi credere che
hai paura di Miss Cook? Ma quaggiù, in questo mondo, siamo noi, poveri mortali, che
abbiam paura degli spiriti”. Ed ella: “Temo”, disse, “che mi mandi via”. Però la
Cook non ci disturbò più e “Florence” stette ancora un po’ con noi. Essa mi strinse
le braccia al collo, mi posò la testa sul petto, e mi baciò e ribaciò cento volte.
Poi diè di piglio alla mia mano, l’allargò e disse ch’essa era sicura ch’io dovessi
riconoscere la sua mano quando la sporse fuori della tenda, poiché era tanto simile
alla mia. Io ero tutta sossopra in quel momento e “Florence” mi disse che Dio le
aveva permesso di mostrarmisi con quel difetto affinché io potessi non aver dubbio
sulla sua identità. “Alle volte tu ne dubiti, mamma e credi che gli occhi e le
orecchie t’ingannino; ma dopo questo non dubiterai più. Non credere che io sia così
nel mondo degli spiriti. Da molto tempo è scomparso questo difetto, ma l’ho ripreso
stanotte per renderti sicura. Non piangere mamma. Ricordati che Io sono sempre con
te. Nessuno può portarmitivi via. Gli altri tuoi figli, sulla terra, possono
diventar uomini e disperdersi per il mondo lasciandoti sola, ma la tua bambina fatta
spirito, ti sarà sempre accanto”. Non calcolai e non posso calcolare quanto tempo
“Florence” rimase visibile in quell’occasione. Harrison mi disse poi che essa stette
con noi una ventina di minuti, ma la di lei indiscutibile presenza costitui
va per me una meraviglia tale che l’unica cosa, a cui potessi pensare, era che essa
era là che io tenevo realmente tra le braccia la mia piccola creatura, che io avevo colle mie mani deposta nella bara che parlava come parlavo io e si era fatta
donna. Così stetti seduta colle braccia strette intorno a lei ed il mio cuore
palpitante accanto al suo, finché venne a mancare il potere e “Florence” dovette
darmi l’ultimo bacio e lasciarmi in mezzo al più grande stupore. Dopo il fatto che
ho raccontato ho vista ed udita più volte “Florence” ma sempre senza il marchio
sulla bocca, che mi assicura non affliggerà mai più né lei né me. Potrei riempire
pagine e pagine descrivendo le sue amorevolezze e i suoi messaggi affezionati e, a
volte, solenni. Ma ho detto di lei quanto basta per interessare il lettore
ordinario. Fu per me cosa meravigliosa notare come, col passar degli anni, ella
assumeva con me modi e toni diversi. Era una semplice bambina quella che m’apparve
nel 1873, che non sapeva esprimersi. Quella che mi apparve nel 1890 era una donna
piena di saggezza e di delicate premure. Ora poi dimostra sempre diciannove anni.
Quando toccò quest’età essa mi disse che ormai aveva raggiunto il pieno sviluppo
della donna nel mondo di là e non sarebbe invecchiata oltre, nell’aspetto. Anche
stanotte è la vigilia di Natale mentre sto scrivendo la sua storia, viene a me e
dice: “Mamma! non darti in preda alla malinconia. Quel ch’è stato è stato.
Seppelliamo il passato sotto le gioie del presente”.

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