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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

PAOLO CAMPIDORI ANNUNCIA: A MONTESENARIO HO RITROVATO UN MEGALITO CHE HO CHIAMATO “LA CASA DELLA PRINCIPESSA”

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – LISTA AGGIORNATA DEI DERETANI INAMOVIBILI

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per conoscere tutti i deretani di cui sopra)

PERLE POLITICHE – SENILITÀ, OKAY, MA SE DOVESSI DIVENTARE RENZISTA…

…portarmi dal veterinario e sopprimermi subito, please!

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L’idolo etrusco di Peglio

Che tutta la montagna dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo  fino comprendere  i nostri monti in prossimità  di Firenze fossero ‘antropizzati’ (popolati) da popolazioni ‘indigene già  a partire dal XII secolo (e oltre) è cosa risaputa, e, molte sono le ‘risultanze’ trovate fino ad oggi che ce lo confermano.
In modo particolare verso il II Millennio a.C. si ha, non dico la matematica sicurezza, ma almeno la  consapevolezza acquisita   di popolazioni appenniniche definite genericamente ‘primitive’ che vivevano allo stato primordiale nelle grotte, più¹ o meno artificiali dell’Appennino, costituendo così la popolazione Appenninica, definita genericamente ‘primordiale’, se non addirittura additate con nomi specifici che si rifanno ad altre civiltà .
Tale è il caso dei Ligures Magelli che, secondo Strabone o Dionigi di Alicarnasso abitarono i monti sulla destra dell’Arno. Alla cultura Ligure (o Celtica), sembra che si soprapponesse, successivamente, la cultura Villanoviano-Etrusca, durante tutto l’arco di tempo del I Millennio a.C. Ho l’impressione, ma non la certezza assoluta, che queste genti (autoctone), appartenessero a culture fluviali, che usavano i fiumi per lavorare i loro utensili, esercitare la caccia e la pesca, ma che, tuttavia, abitassero in alto sui monti, dove probabilmente esercitavano attività  la caccia, l’allevamento, la pastorizia, etc.
Una civiltà  quindi dal doppio aspetto abitativo: uno fluviale (temporale), forse invernale ed uno montano (estivo). Queste culture (seminomadi) fluviali e allo stesso tempo montane seguivano, nel loro peregrinare la direzione dei fiumi, cioè da Nord-Sud e viceversa. Le stesse, risalivano i fiumi dell’Appennino Toso-Emiliano-Romagnolo del Santerno, della Diaterna, del Senio, dell’Idice,del Savena,  etc. , come abbiamo detto, per cacciare la selvaggina o effettuare la pesca lungo i fiumi e per praticare l’allevamento. Le loro abitazioni erano probabilmente fatte di capanne (per lo più di legna e frasche), oppure si servivano di ‘abituri’ ricavati nelle rocce (grotte). Sulla montagna, durante la stagione buona si svolgeva la loro vita , la vita di comunità , gli aggregamenti religiosi, come le feste in onore alle loro divinità.
Le grotte montane, servivano loro sia come rifugio contro il freddo e le intemperie, sia come difesa dalle bestie feroci, ma anche come depositi di armi, pelli, prodotti caseari, etc. . Tracce di vita primordiale sono state rilevate, tempo fa, anche in alcuni villaggi della Valle dell’Inferno, che si trova presso l’attuale Badia di Moscheta, in modo particolare nelle località  di Osteto, dove ancora si possono notare alcuni resti di queste primitive abitazioni inglobati nelle nuove  abitazioni. Altre realtà dello stesso genere l’ho io ritrovate presso in Mugello, principalmente nella zona pedemontana di Vicchio.
Tali abituri, formati da lastroni posti in pendio e sorretti lateralmente da grossi massi (pilastri) si trovano anche sui declivi del Monte Senario, che più volte ho avuto l’opportunità  di segnalare. Ma anche in altre occasioni ho avuto l’opportunità  di segnalare la presenza in loco della presenza di popolazioni villanoviane-etrusche in tutta quella zona, in modo particolare sul versante est che guarda Polcanto (Borgo San Lorenzo) e sul versante Ovest che guarda Buonsollazzo. Infatti, in tutta la zona sono presenti moltissimi segni (simboli) graffiti sui massi; si tratta di piccole croci, freccette, serie di punti che formano dei cerchi, lettere, e, numerosissimi ‘ometti’, in varie posture, simili a quelli che si trovano sulle urnette cinerarie a forma di casa del periodo Villanoviano, di Vulci e altri siti.
Ma tornando alla scoperta del megalite, un complesso litico, di grandi proporzioni, in parte distrutto e non si sa per quali ragioni, possiamo parlare di un ‘ritrovamento’ veramente importante, forse un tempio, forse una tomba risalente approssimativamente al XII secolo a.C.?Devo dire, per onor del vero, che questo complesso megalitico era segnalato nelle carte sentieristiche di quei luoghi come un masso naturalistico, al quale era stato dato il nome di “Masso del Fuso”, vale a dire come uno dei tanti massi ‘creati’ dalla natura, come potrebbero essere altri massi che si trovano nella zona o in zone come questa. Debbo dire con franchezza che non furono le carte sentieristiche del luogo a condurmi al “Masso del Fuso”, ma fu casualmente, percorrendo il sentiero che conduce a Polcanto, dove ero alla ricerca di graffiti, dei quali ho parlato sopra. Ad un certo punto il sentiero biforcava sulla destra, e ad una cinquantina di metri c’era questo ‘manufatto’ gigantesco, formato da enormi pietre, lavorate grossolanamente. Mi resi conto di trovarmi davanti ad un grande ‘edificio’ costruito anticamente, composto da un lungo ambulacro fatto di lastroni di pietra e da una specie di ‘cappella’ con una cupola fatta di lastroni rotondeggianti, che assomigliavano al guscio di una chiocciola. Questa cupola, era sorretta da un enorme colonna litica (dolmen), il tutto di straordinaria bellezza. Lo chiamai subito la “Casa della Principessa”, poiché, un graffito (o forse un disegno naturale della pietra) mostrava una figurina di una giovane con una treccia che lanciava in aria una specie di palla. La bellezza del luogo, la posizione, la grandiosità dei manufatti, mi fecero pensare che ciò non fosse una abitazione, ma piuttosto un tempio, una tomba principesca o altro edificio a carattere religioso. Sono ritornato sul luogo e mi sono reso conto, anche dalle grosse pietre che componevano tale ‘manufatto’ che sono rotolate più in basso, che lo stesso potesse essere davvero una tomba principesca del periodo Villanoviano o precedente. Per quanto riguarda la parte centrale, un ambiente sovrastato da una specie di cupola rotonda fatta di grossi massi, mi sembra di poter azzardare una certa somiglianza con la Tanella di Pitagora di Cortona, anche se questa mi sembrerebbe appartenere ad un periodo più tardo. Dai ritrovamenti archeologici fatti a Fiorenzuola, al Peglio, e un po’ in tutto l’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, cioè della presenza etrusca in tali luoghi (lo confermerebbero la statuetta bronzea del Peglio (*) e la targhetta con l’epigrafe di Culsans ritrovata a Fiorenzuola) che doveva esserci un trait-d’union, un fil-rouge importante che univa le popolazioni appenniniche accennate con quelle di Cortona. Ma questa è solo un’ipotesi.

(*) Guarda caso il bronzetto di Tinia ritrovato al Peglio (Fiorenzuola-Firenze) si trova conservato nel Museo di Cortona…!

Paolo Campidori

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