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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Media e regime (23) – Il Caso Lorusso (FNSI). Corradino Mineo sul Caso Consip e “Residuo” di Carlos Drummond De Andrade

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – LISTA AGGIORNATA DEI DERETANI INAMOVIBILI

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per conoscere tutti i deretani di cui sopra)

PERLE POLITICHE – SENILITÀ, OKAY, MA SE DOVESSI DIVENTARE RENZISTA…

…portarmi dal veterinario e sopprimermi subito, please!

(Clicca qui per leggere tutto)

Rina Brundu

media e regime (15)

Devo dire che se le dichiarazioni attribuite ieri da Il Fatto Quotidiano al segretario della FNSI Raffaele Lorusso (dichiarazioni inneggianti al libero sistema mediatico e alla libera Stampa che regnerebbe in Italia), fossero vere, avrebbero un merito: sarebbero la singola dichiarazione, il singolo fatto mediatico che, dai tempi delle maggiori palle del renzismo, mi abbiano fatto alzare un sopraciglio. Pensavo infatti che sul sistema politico-mediatico italiano le avessi sentite già tutte, e non a caso non sto guardando più le trasmissioni di approfondimento, neppure su La7, credo di essermi persa anche il magnifico Crozza su Discovery.

Per dati versi sono rimasta e sono ancora scioccata dalle parole del segretario FNSI: se questi sono i pensieri dei “vertici”, della testa, come si muovono i piedi nel tetro panorama giornalistico italiano? Io credo che si muovano più o meno come i ratti e gli scagnozzi renzisti che hanno attaccato me, anzi, ne sono sicura, ma non per questo riesco a impedirmi di restare allibita. Resto allibita dalla leggerezza con cui il segretario della FNSI attacca Grillo per una battuta straordinaria: come mai non abbiamo sentito simili parole infuocate quando ai vertici c’era il ducetto che ne ha combinate di cotte e di crude, dal caso Sallusti, al caso Belpietro, al caso Giannini, al caso Il Fatto Quotidiano, al caso Gabanelli… Lorusso e i suoi colleghi non avrebbero avuto che da scegliere per dare contro al Sistema… ma, no, meglio attaccare Grillo che non ha dietro alcun editore a proteggergli le spalle, il popolo italiano non fa testo.

Ciò che mi sconvolge di più è l’appellarsi del segretario FNSI ai più nobili valori verso cui guarderebbe l’attuale sistema mediatico italico, un sistema edenico, sembrerebbe. Purtroppo però è pure quello stesso che le varie organizzazioni internazionali che si occupano di libertà di stampa, di libera informazione, relegano puntualmente tra i sistemi degli stati canaglia (peraltro la nostra nazione è l’unica, tra le democrazie occidentali, a comparire in quella lista, e come abbiamo ben visto in questi tre lunghi anni perniciosi per la democrazia italiana tale classificazione è tutto fuorché immeritata); ed è anche quello stesso sistema corrotto dell’ingerenza politica sull’informazione RAI, dei maggiori giornali italiani impegnati ad elogiare le supposte virtù di una casta politica nefasta come nessuna mai prima d’ora, sdraiata davanti al potere. Attovagliata con quello.

La buona notizia è che se il giornalismo italiano è morto da tanto tempo (e bene sarebbe non tentare mai di ricordarne gli alti ideali allo scopo di non procurare altro dolore), di tanto in tanto qualcuno si sveglia e nel palcoscenico politico-mediatico annichilito, imbambolato, stuprato dagli interessi di bottega, qualche autocritica sa farla, qualche verità sa raccontarla ancora. È questo il caso del bravo senatore DEM Corradino Mineo, le cui dichiarazioni riprese dal giornale di Travaglio, meritano, secondo mese, di essere divulgate, conosciute, e non necessitano di ulteriori commenti.

“Per Corradino Mineo” scrive Il Fatto Quotidiano” “l’intromissione sull’attività dei magistrati che stanno coordinando l’inchiesta Consip è un “segnale pesantissimo”. “Quello che pare stia succedendo nel Csm è un po’ allarmante: il Consiglio va deciso verso il cambiamento di funzioni di Woodcock, lo si vuole obbligare a non fare più il pm. Questo è un segnale pesantissimo, con il Csm che a inchiesta ancora aperta interviene come un ariete su un giudice”, spiega il senatore. “Se fosse successo ai tempi di Mani Pulite ci sarebbe stata un’insurrezione popolare”. Intervistato da Radio Cusano Campus, il parlamentare componente della Commissione Antimafia smonta anche la tesi del complotto: “Tutta la caciara che si è montata qualche giorno fa riguardo un golpe realizzato da un magistrato e due carabinieri mi è sembrata subito poco credibile. Ne ho visti tanti di attentati alle istituzioni democratiche, ma così smandrappati mai. In questa inchiesta al momento non c’è reato, ma è preoccupante che anche intimi del presidente del Consiglio ronzassero come mosche intorno a Consip. Questo come cittadino mi preoccupa””.

Rina Brundu

Residuo

(Carlos Drummond De Andrade)

Di tutto è rimasto un poco. 
Della mia paura. Del tuo ribrezzo. 

Dei gridi blesi. Della rosa 
è rimasto un poco. 

È rimasto un poco di luce 
captata nel cappello. 
Negli occhi del ruffiano 
è restata un po’ di tenerezza 
(molto poco). 

Poco è rimasto di questa polvere 
che ti coprì le scarpe 
bianche. Pochi panni sono rimasti, 
pochi veli rotti, 
poco, poco, molto poco. 

Ma d’ogni cosa resta un poco. 
Del ponte bombardato, 
delle due foglie d’erba, 
del pacchetto 
-vuoto- di sigarette, è rimasto un poco. 

Ché di ogni cosa resta un poco. 
È rimasto un po’ del tuo mento 
nel mento di tua figlia. 

Del tuo ruvido silenzio 
un poco è rimasto, un poco 
sui muri infastidì, 
nelle foglie, mute, che salgono. 

È rimasto un po’ di tutto 
nel piattino di porcellana, 
drago rotto, fiore bianco, 
di rughe sulla tua fronte, 
ritratto. 

Se di tutto resta un poco, 
perché mai non dovrebbe restare 
un po’ di me? Nel treno 
che porta a nord, nella nave, 
negli annunci di giornale, 
un po’ di me a Londra, 
un po’ di me in qualche dove? 
Nella consonante? 
Nel pozzo? 

Un poco resta oscillando 
alla foce dei fiumi 
e i pesci non lo evitano, 
un poco: non viene nei libri. 

Di tutto rimane un poco. 
Non molto: da un rubinetto 
stilla questa goccia assurda, 
metà sale e metà alcool, 
salta questa zampa di rana, 
questo vetro di orologio 
rotto in mille speranze, 
questo collo di cigno, 
questo segreto infantile… 
Di ogni cosa è rimasto un poco: 
di me; di te; di Abelardo. 
Un capello sulla mia manica, 
di tutto è rimasto un poco; 
vento nelle mie orecchie, 
rutto volgare, gemito 
di viscere ribelli, 
e minuscoli artefatti: 
campanula, alveolo, capsula 
di revolver… di aspirina. 
Di tutto è rimasto un poco. 
E di tutto resta un poco. 
Oh, apri i flaconi di profumo 
e soffoca 
l’insopportabile lezzo della memoria. 

Ma di tutto, terribile, resta un poco, 
e sotto le onde ritmate 
e sotto le nuvole e i venti 
e sotto i ponti e sotto i tunnel 
e sotto le fiamme e sotto il sarcasmo 
e sotto il muco e sotto il vomito 
e sotto il singhiozzo, il carcere, il dimenticato 
e sotto gli spettacoli e sotto la morte in scarlatto 
e sotto le biblioteche, gli ospizi, le chiese trionfanti 
e sotto te stesso e sotto i tuoi piedi già rigidi 
e sotto i cardini della famiglia e della classe, 
rimane sempre un poco di tutto. 
A volte un bottone. A volte un topo. 

[da “La rosa del popolo”, 1945]

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