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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Ho spento la luna. Ma era un sogno?

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

Per l’E-Book clicca qui.

PERLE DI ROSEBUD – LISTA AGGIORNATA DEI DERETANI INAMOVIBILI

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per conoscere tutti i deretani di cui sopra)

PERLE POLITICHE – SENILITÀ, OKAY, MA SE DOVESSI DIVENTARE RENZISTA…

…portarmi dal veterinario e sopprimermi subito, please!

(Clicca qui per leggere tutto)

Nico Grilloni

Racconti

Adesso che finalmente Rosebud può proteggere al meglio anche il lavoro autorale, penso sia d’uopo dedicare nuovamente uno spazio alla creatività in forma di poesie e di racconti. E cominciamo proprio da oggi. Chi volesse partecipare può farlo usando il solito modulo collabora o inviando direttamente il racconto e/o la poesia all’indirizzo email della Redazione. Il tema è libero e non abbiamo neppure limiti di spazio. Grazie a tutti coloro che parteciperanno. RB

Quell’autunno fu veramente freddo. Mi trovavo in macchina con batuffolo rosa in una pianura gelida, illuminata da una luna sfacciata e rubiconda. Una luce violacea inondava i campi smossi. A batuffolo rosa quel riverbero, così come qualsiasi luce, dava fastidio. Perché batuffolo rosa era una specie di talpa ormai in via di estinzione. Piuttosto denutrita, era ricoperta da un morbidissimo pelo che, dal musetto alla coda lunga e sottile, assumeva tutte le possibili gradazioni del rosa. Quando era costretta ad uscire nelle ore diurne, teneva gli occhi quasi costantemente chiusi e la sua andatura molleggiata, spesso zigzagante, i suoi improvvisi scarti dinanzi ai pali dell’illuminazione e della segnaletica stradali erano dovuti al fatto che sentiva il pericolo dell’urto, l’ostacolo, solo quando arrivava quasi a sbattervi col naso. L’intuito, come un sesto senso, la salvava dall’impatto.

Da quando batuffolo rosa aveva deciso di starmi accanto, le mie preoccupazioni, le mie ansie alla ricerca di una vita diversa, più serena e meno impegnata, erano letteralmente scomparse. E si era pure dileguata la mia nevrastenia che il solito amico medico aveva dichiarato caratteriale e quindi inguaribile. Batuffolo rosa era insomma, per me, essenziale. Era il nettare degli dei, l’elisir di lunga vita, l’eternità della muraglia cinese, la prima meraviglia del mondo, la rinnovata voglia di fare l’amore, di incidere sulle cortecce frasi banali, di cercare l’Orsa Maggiore, di mostrarmi a Sirio e ai satelliti artificiali anche nudo come un verme peloso. Era il complemento preciso, quasi matematico, il tutto, il totale, le galassie, l’infinito, la coccinella, la violetta di marzo, la mia estate di san Martino, un drink d’arcobaleno con la fettina d’arancia a cavallo del bicchiere, sferici ghiaccioli nel deserto, il salvagente nei marosi, un camino acceso al Polo.

Si può allora capire come, pur essendo una talpa, non avessi nelle mie giornate che una sola finalità: farla felice. Pertanto, qualsiasi cosa potesse in qualche modo darle fastidio, dovevo eliminarla; mentre ritenevo, ovviamente, mio piacevolissimo dovere accudire, con estrema sollecitudine, a tutte  le  esigenze,  a tutti i desideri espressi,  o anche solo accennati da batuffolo rosa.

Quella sera, per esempio, avevo fermato la vettura nella pianura ghiacciata perché avevo intuito che la piccola talpa voleva le carezzine. La presi fra le mani, le diedi un bacino sul naso, ma feci la sciocchezza, mentre l’accarezzavo, di esporre il suo viso alla luna.

Batuffolo rosa, i cui occhi fino ad allora avevo potuto ammirare per il loro luccichio nell’ombra dell’abitacolo, emise una specie di miagolio nervoso e, con un saltino, si infilò sotto la giacca.

“Ti da fastidio la luna?” chiesi scherzando. Un ripetuto miagolio di assenso venne da sotto la mia ascella. “Okay – dissi sempre scherzando – ora spengo la luna”. Feci schioccare le dita e… e la luna si spense.

Lì per lì ebbi l’impressione di essere diventato cieco. Istintivamente, e stupidamente, provai e riprovai a schioccare nuovamente le dita, ma senza alcun risultato.

Ho combinato un bel pasticcio, mormorai fra me e me. La talpa venne fuori dalla giacca e dai dentini ordinati e dagli occhi lucidi e sorridenti capii che l’avevo fatta felice per l’ennesima volta. Squittendo di gioia, andò ad accucciarsi sul mio collo come era solita fare nei momenti di estrema felicità.

Il giorno dopo i giornali riportarono la notizia a tutta pagina nelle edizioni ordinarie e straordinarie. Non si sapeva come e perché la luna fosse scomparsa. La radio e la televisione organizzarono dibattiti, fili diretti con tutti gli osservatori astronomici del mondo, si intervistarono gli scienziati più prestigiosi, e perfino gli astrologi, il mago del Vesuvio e la cartomante di Tortona. E vennero fuori le teorie più assurde – anche più assurde della realtà – mentre fece capolino la consueta paura dell’apocalisse: la scomparsa della luna ne era il preludio.

Dopo aver sfogliato diversi quotidiani, andai alla redazione del quotidiano locale a trovare gli amici. Sembrava fossero stati tutti morsicati dalla tarantola. Giravano attorno ai tavoli come se s’inseguissero l’un l’altro, saltavano da una macchina da scrivere all’altra, da un terminal all’altro, correvano alle telescriventi e ne ritornavano delusi con in mano il foglietto d’agenzia con l’ultima ipotesi avanzata a Monte Palomar, dal famoso nipotino del famosissimo Asimov che, neppure nei sogni più catastrofici e fantastici,  aveva pensato  ad  una simile evenienza.

Mi avvicinai a Paolo, redattore della “nera”, l’unico che stava immobile e seduto con la testa fra le mani.

– “Io so come la luna si è spenta. Non so perché. So solo come…”

– “Come?!”

– “Beh, ieri sera ho fatto così con le dita… e si è spenta…”

– “Ma vai… Non perderai mai la voglia di scherzare?”

– “Sapevo che non mi avresti creduto. Comunque io la “dritta” te l’ho data… Ciao.”

Uscii all’aperto col desiderio di respirare a pieni polmoni e giurando a me stesso di non dire più a nessuno la verità.

Mi sedetti in macchina e mentre stavo per mettere in moto sentii venire dal sedile posteriore una risatina: hi-hi-hi-hi…

Batuffolo rosa, la talpa, era lì, sotto il poggiabraccio, con enormi Ray-ban che lasciavano vedere, di tutto il viso, solo i dentini ordinati. Le feci una carezza che volle interpretare come un invito a nascondersi sotto la giacca. Dopo qualche secondo mi vidi porgere i Ray-ban da una rosea zampetta. Sapeva che ogni tanto anche a me la luce dava fastidio.

Come due lucciole diurne (ma esistono?) ci allontanammo nel traffico.

Nico Grilloni

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