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Esami di Stato 2017. Di promossi e bocciati e di uno Stato assente: cui prodest?

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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Nico Grilloni

esami di stato 2017- cui prodest-Anche gli esami di Stato edizione 2017 sono andati in archivio. E siamo alle solite: la percentuale dei promossi è, anche quest’anno, quasi del 100 %. In effetti il dato fornito dal Miur ci dice che la media esatta è del 99,5% il che vuol dire che soltanto un misero 0,5% dei candidati è stato bocciato.
Già questo dato pone qualche interessante interrogativo. Infatti la media dei promossi nella prima metà del secolo scorso era del 60% e pervenne, agli inizi della seconda metà del medesimo secolo, al 70%. Come a dire insomma che, nell’arco di circa cinquant’anni i nostri studenti hanno un salto di qualità notevole. Ma è proprio così? Io so che fino a quasi gli anni 60 gli esami di Stato si articolavano su quattro prove scritte. Chi, come lo scrivente, aveva frequentato il liceo classico, dopo la prova di italiano – il tema – bisognava affrontare le due versioni latine, una dall’italiano in latino e la successiva dal latino all’italiano e quindi, infine la versione dal greco. Agli orali poi si portava storia, filosofia, matematica, fisica e scienze e dopo quattro o cinque giorni bisognava rispondere su italiano, latino, greco e storia dell’arte. E il tutto con i riferimenti agli anni precedenti. Il che significava, per esempio per l’italiano, che se dovevi sapere i canti del Paradiso di Dante – programma della Divina Commedia dell’ultimo anno – non potevi non sapere chi fosse Guido Cavalcanti o il Conte Ugolino che il sommo poeta aveva relegato all’Inferno. E ciò, vale ripeterlo, per tutte le materie.
Quando ho raccontato agli allievi di una quinta superiore questo itinerario scolastico del secolo scorso ho raccolto sguardi del tutto increduli. Eppure era così.
Non c’era la tesina che oggi portano agli esami di maturità (sic!?) tutti gli allievi componendola nella quasi totalità con un “copia e incolla” dal Web, “copia e incolla” talvolta evidentissimo, ma sul quale spesso le commissioni chiudono entrambi gli occhi. Non c’era la terza prova, una sorta di pastone multidisciplinare che nulla dice sulla preparazione dell’allievo. Non è casuale che dall’anno prossimo scompaia. E gli orali, a quel tempo molto seri, oggi si liquidano con qualche farfugliamento che denota una preparazione spesso men che mediocre.
Fra i ministri del Miur che si sono succeduti negli ultimi anni c’è stata anche Mariastella Gelmini che fra tante cazzate pronunciate – storico il neutrino che si era fatto un viaggio in tunnel dalla Svizzera all’Abruzzo – una cosa corretta l’ha però detta: eliminiamo questi esami che data la percentuale di promossi, si rivelano inutili e, fra l’altro, costano oltre 500 mila euro all’erario. Si disse al tempo: non è possibile perché occorrerebbe una modifica costituzionale. Ma questo ostacolo si è già bellamente rimosso anni fa quando, sperimentalmente, le commissioni si “costruirono” con gli insegnanti dell’ultimo anno di corso sotto la supervisione di un presidente esterno la cui presenza realizzava “l’esame di Stato”.
Ma la domanda era: sono gli studenti di oggi più preparati di quelli di ieri? La risposta è un NO secco. Agli scettici e agli increduli posso solo suggerire di leggere i componimenti di italiano di una buona parte di coloro che quest’anno si sono diplomati: la grammatica è pressoché sconosciuta, la sintassi e la consecutio temporum ignorate (si passa dal tempo presente, al passato remoto o al futuro con sconcertante disinvoltura), il lessico è poverissimo e quindi le ripetizioni frequenti, come se della lingua madre gli studenti avessero assimilato soltanto una sorta di survival language di 200 parole. Questa è la realtà e attendo a piè fermo, con un bagaglio inconfutabile di prove e di esperienza, chi voglia confutarla.
Qualche mese fa nel cosiddetto “Manifesto dei 600”, cosiddetto perché lo firmarono circa 600 intellettuali (accademici della Crusca, linguisti, ecc.) si poteva leggere: “È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente” (…) “Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana”.
E non basta. Alcuni mesi fa al concorso per l’insegnamento nelle scuole d’infanzia e nella scuola primaria il numero dei promossi non ha coperto i posti a concorso. Nel concorso per la scuola elementare sono stati bocciati infatti sette concorrenti su dieci e prevalentemente per le bestialità che la commissione ha riscontrato nella prova d’italiano. Su 37.838 candidati che hanno affrontato la prova scritta, solo 11.102 (circa 1l 30%) sono stati ammessi all’orale. Ed è andata peggio al concorso per la scuola dell’infanzia dove su 2701 partecipanti hanno superato la prova di italiano solo in 448 (ossia il 16,5%).
Quindi non è da dirsi che campanelli d’allarme sullo stato della nostra scuola non abbiano suonato e più volte e anche in maniera talvolta assordante. Ma allora nascono domande più inquietanti: perché il Governo tace? Perché nessuna forza politica ne parla? Si vuole il volgo sciocco e ignorante? La risposta e un secco SI. Ma su ciò tornerò a breve. Anche perché l’ultima recentissima invenzione della nostra attuale ministra dell’Istruzione consiste nel ridurre a quattro anni il classico quinquennio delle superiori.

Nico Grilloni

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