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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Matilde Serao contro la superstizione. Un omaggio a 90 anni dalla morte. Gli altarini e il miracolo di San Gennaro.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

Macché, macché! Travaglio lo sopravvaluta (nda: sopravvaluta Renzi)…. Questo signore non ha una strategia perché non è capace di averla… Renzi spara cazzate! Il suo grande alleato è la vigliaccheria congenita del sistema politico italiano! E che fai tu, Gruber? Sei diventata una sostenitrice di Renzi? Non ti riconosco più! Cosa pensi possa accadere a un paese come questo guidato da un Premier come questo? Cosa credi sia successo oggi per giustificare la lettera a Repubblica pubblicata senza critiche? Renzi avrà chiamato Calabresi e gli avrà ordinato: “Senti, c’ho una lettera… pubblicamela!”. Un giorno chiamerà Cairo e gli dirà: senti, questa Gruber mi sta sulle scatole, toglila!”.

Giampaolo Pansa, Otto e mezzo (La7), 11 febbraio 2016

Tratto dal Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu.

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Matilde Serao, una donna e una giornalista italiana in gamba

Vi meravigliate degli altarini? Vi scandalizzate della piccola processione di donne scalze e scapigliate, che portano una immagine della Madonna e salmodiano? La superstizione del popolo napoletano – oh, povera gente che è vissuta così male e con tanta bonarietà, che muore in un modo così miserando, con tanta rassegnazione! – la superstizione di questo popolo ha fatto una dolorosa impressione a tutti. La credevate cessata la superstizione? Come potevate crederlo? Non vi rammentate più nulla, dunque? Nel colera del 1865 vi furono processioni e pubbliche preghiere; nel colera del 1867, più tremendo, più straziante, che veniva dopo la guerra, da tutte le parrocchie uscirono le immagini della Vergine e quelle dei santi protettori, le processioni s’incontravano per le strade, si mescolavano: era tutto un mistero mediovale e meridionale. Come oggi Umberto di Savoia le ha incontrate, diciassette anni fa, le ha incontrate il gran re Vittorio Emmanuele. Nella spaventosa eruzione del 1872, per tre giorni di seguito una lava ha minacciato Napoli: le popolane sono andate al Duomo per avere la testa di san Gennaro: la volevano portare in giro, per far arrestare la lava. Per un momento i nobili custodi delle reliquie e i canonici della cattedrale, non la dettero loro. Al quarto giorno non uscì il sole; una nuvola fittissima di cenere copriva Napoli, cominciava a piovere cenere, come a Pompei; le popolane, in tutti i quartieri, fecero delle processioni, piangendo, gridando in una tenebra lugubre. Nel colera del 1873, più mite certo, ma sempre vivissimo, nei quattro quartieri popolari, fu portata in processione la Madonna dell’Aiuto ai Banchi Nuovi, la Madonna di Portosalvo a Porto, il Gesù alla Colonna, della chiesa nel vicolo dell’Università. O che memoria labile abbiamo tutti! E la vita quotidiana? Solo a guardarsi attorno, a osservare quello che accade, anche superficialmente, nessuno poteva lusingarsi che la esaltazione religiosa del popolo napoletano fosse cessata. Di questi altarini, con un paio di ceri innanzi, ve ne sono ad ogni angolo di strada, nei quartieri popolari, in certe tali feste. Li fanno i bimbi è vero: ma le madri sorvegliano, le sorelle grandi chiedono l’obolo ai passanti, un po’ ridendo, un po’ pregando. Per le feste più grandi, con lampioncini alla Ottino e festoni variopinti, il popolino si quota per un anno, e un vicolo la vuol vincere sull’altro: accadono risse, corrono coltellate per questa emulazione. Queste emulazioni sono pittoresche e fanno andare in estasi gli artisti – razza di egoisti – che se ne stanno immersi nella contemplazione del loro Buddha, che è l’arte. Ancora: quando una donna si salva da una grande infermità, per ringraziare Dio, scioglie il voto di andare cercando l’elemosina, per tutte le case del suo quartiere; sale, scende, con le gambe malferme, con la faccia scialba, ricevendo rifiuti secchi e porte battute in faccia. Non importa, bisogna sopportare, è il voto. Tutto quello che raccoglie, va alla chiesa. Quando un bimbo è malato, lo votano a san Francesco: quando risana, lo vestono da monacello, con una tonaca grossolana, col cordone, coi piedini nudi nei sandali, con la chierichetta. Chi non ne ha incontrati, nei quartieri popolari?


Del miracolo di san Gennaro, fate le alte meraviglie? Quelle vecchie abitanti del Molo che
si pretendono sue discendenti, che invadono l’altare maggiore, che non lasciano accostarsi nessuno, gridano il Credo, mentre si attende il miracolo, e ogni volta che ricominciano, alzano il tono, sino all’urlo, che si dimenano come ossesse, che lo gratificano di vecchio dispettoso, vecchio impertinente, faccia verde; vi stupiscono? Vi è il piede di sant’Anna che si mette sul ventre delle partorienti, che non possono procreare il figlio; vi è l’olio che arde nella lampada, innanzi al corpo di san Giacomo della Marca, nella chiesa di Santa Maria la Nuova, che fa guarire i mali di testa; vi è il Crocifisso del Carmine che ha fatto sangue dalle piaghe; vi è il bastone di san Pietro che si venera nella chiesa sotterranea di Sant’Aspreno, primo vescovo di Napoli, ai Mercanti; vi è l’acqua benedetta di San Biagio ai Librai che guarisce il mal di gola; vi sono le panelle, pagnottine di pane benedette di San Nicola di Bari, che buttate in aria, nel temporale, scampano dalle folgori. Vi sono centinaia di ossicini, di pezzetti di velo, di pezzetti di vestito, di frammenti di legno, che sono reliquie. Ogni napoletana porta al collo o sospeso alla cintura, o ha sotto il cuscino, un sacchettino di reliquie, di preghiere stampate: questo sacchettino si attacca alle fasce del bimbo, appena nato. Credete che al napoletano basti la Madonna del Carmine? Io ho contati duecentocinquanta appellativi alla Vergine, e non sono tutti. Quattro o cinque tengono il primato. Quando una napoletana è ammalata o corre un grave pericolo, uno dei suoi, si vota a una di queste Madonne. Dopo scioglie il voto, portandone il vestito, un abito nuovo, benedetto in chiesa, che non si deve smettere, se non quando è logoro. Per l’Addolorata il vestito è nero, coi nastri bianchi; per la Madonna del Carmine, è color pulce coi nastri bianchi; per l’Immacolata Concezione, bianco coi nastri azzurri; per la Madonna della Saletta, bianco coi nastri rosa. Quando non hanno i danari per farsi il vestito, si fanno il grembiule; quando mancano di sciogliere il voto, aspettano delle sventure in casa. E il sacro si mescola al profano. Per aver marito, bisogna fare la novena a san Giovanni, nove sere, a mezzanotte, fuori un balcone, e pregare con certe antifone speciali. Se si ha questo coraggio, alla nona sera si vede una trave di fuoco attraversare il cielo, sopra vi danza Salomè, la ballerina maledetta: la voce che si ode, subito dopo, pronunzia il nome del marito. Anche san Pasquale è protettore delle ragazze da marito e bisogna dirgli per nove sere l’antifona: O beato san Pasquale – mandatemi un marito – bello, rosso, colorito – come voi tale e quale – o beato san Pasquale! – Anche san Pantaleone protegge le ragazze, ma in diverso modo: dà loro i numeri del lotto, perchè si facciano la dote, e si possano maritare. Nove sere bisogna pregarlo, a mezzanotte, in una stanza, stando sola, col balcone aperto e la porta aperta, e dopo gli Ave e i Pater dirgli questa antifona: san Pantaleone mio – per la vostra castità – per la mia verginità – datemi i numeri, per carità! Alla nona sera si ode un passo, è il santo che viene, si odono dei colpi, sono i numeri che dà. Alla quarta o quinta sera di questi strani riti, le ragazze sono tanto esaltate, che hanno delle allucinazioni e cadono in convulsioni. Alcune affermano di aver visto e di aver udito qualche cosa, alla nona sera: ma che mancò loro la fede e il miracolo non è riuscito.

Tutte le superstizioni sparse pel mondo, sono raccolte in Napoli e ingrandite, moltiplicate. Noi crediamo tutti quanti alla jettatura. Non parliamo dell’olio sparso, dello specchio rotto, del cucchiaio in croce col coltello, della sottana posta alla rovescia che porta sfortuna, dei soldi mercati (gobbi), dei ragni, degli scorpioni, della gallina: superstizioni vecchie, chi se ne occupa? I  napoletani credono ancora alle sibille: vi è una Chiara Stella alle Cento Strade, verso il Corso Vittorio Emmanuele, vi è una siè Grazia al Vicolo Mezzocannone, famosissime; e molte altre minori. Si compensano cinquanta centesimi, due lire, cinque lire. I napoletani credono agli spiriti. Lo spirito familiare napoletano che circola in tutte le case, è il monaciello, un bimbetto vestito di bianco quando porta fortuna, vestito di rosso, quando porta sventura. Una quantità di gente mi ha affermato di averlo visto. In piena Napoli, alla salita di Santa Teresa, una bellissima palazzina non si affitta mai: per vent’anni l’ho vista chiusa, poichè è abitata dagli spiriti. Il napoletano crede agli spiriti che dànno i numeri, crede agli assistiti: gli assistiti sono una razza di gente stranissima, alcuni in buona fede, alcuni scrocconi, che mangiano poco, bevono acqua, parlano per enigmi, digiunano prima di andare a letto e hanno le visioni. Vivono alle spalle dei giuocatori: non giuocano mai. Talvolta i giuocatori delusi bastonano l’assistito, poi gli chiedono perdono. Anche i monaci hanno le visioni. Ve n’era uno famoso, a Marano presso Napoli: vi andava la gente in pellegrinaggio. Un altro giovane, era al convento di San Martino: anche famoso. Talvolta i giuocatori sequestrano il monaco, lo battono, lo torturano. Uno ne morì. Prima di spirare, pronunziò dei numeri: li giuocarono, uscirono, mezza Napoli vinse al lotto, poichè un giornale aveva riportati questi numeri.

Il popolo napoletano, specialmente le donne, crede alla stregoneria. La fattura trova apostoli ferventi: le fattucchiere, o streghe, abbondano. Una moglie vuole che suo marito, che va lontano, le resti fedele? La strega le dà una cordicella a nodi, bisogna cucirla nella fodera della giacchetta del marito. Si vuole avere l’amore di un uomo? La fattucchiera brucia una ciocca di capelli vostri, ne fa una polverina, con certi ingredienti: bisogna farla bere nel vino, all’uomo indifferente. Si vuol vincere un processo? Bisogna legare, moralmente, la lingua dell’avvocato contrario: fare quindici nodi ad una cordicella, chiamare il diavolo, uno scongiuro terribile. Si vuol far morire un amante infedele? Bisogna colmare un pignattino di erbe velenose, metterle a bollire innanzi alla sua porta, nell’ora di mezzanotte. Si vuol far morire una donna, una rivale? Bisogna conficcare in un limone fresco tanti spilli che formino un disegnino della sua persona, e attaccarvi un brano del vestito della rivale e infine buttare, questo limone, nel suo pozzo. La fattura ha uno sviluppo larghissimo; letteratura strana, talvolta ignobile, di scongiuri, e di preghiere; ha una classificazione, per le anime timide e per le anime audaci: ha una diffusione in tutti i quartieri; ha un soccorso per tutte le necessità sentimentali e brutali, per tutti i desideri gentili e cruenti.
Ecco tutto. Cioè, non è tutto. Esagerate venti volte quello che vi ho detto: forse, non sarete nel vero. Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi? E chi ha fatto nulla per la coscienza del popolo napoletano? Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio.

Tratto da “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao, 1906

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La biografia che segue è tratta dalla pagina wikipedica italiana.

Matilde Serao (Patrasso, 7 marzo 1856 – Napoli, 25 luglio 1927) è stata una scrittrice e giornalista italiana. È stata la prima donna italiana ad aver fondato e diretto un quotidiano, Il Mattino.

Biografia

I primi anni

Matilde Serao nacque dal matrimonio tra l’avvocato napoletano Francesco Serao e Paolina Borely[1], nobile greca decaduta, discendente dei principi Scanavy di Trebisonda[senza fonte]. Il padre Francesco, avvocato e giornalista, aveva dovuto lasciare la sua città nel 1848 perché ricercato come anti-borbonico[1]. Durante l’esilio in Grecia[1] aveva trovato lavoro come insegnante[senza fonte]. Conobbe e sposò Paolina Borely, che sarà il modello della giovane Matilde.

Il 15 agosto 1860 la famiglia Serao, con l’annuncio dell’ormai imminente caduta di Francesco II, tornò velocemente in patria[1]. Trovò alloggio a Ventaroli, frazione di Carinola.

« Ventaroli è anche meno di un villaggio né voi lo troverete nella carta geografica: è un piccolo borgo nella collina più vicino a Sparanise che a Gaeta. Vi sono duecentocinquantasei anime, tre case di signori, una chiesa tutta bianca ed un cimitero tutto verde; “vi è un gobbo idiota, una vecchia pazza e un eremita in una cappelluccia”. »
(Matilde Serao, articolo pubblicato postumo il 24 giugno 1956 su Il Mattino.)

L’adolescenza
La vita sociale di Matilde durante la prima adolescenza fu spensierata e serena. Seguì la famiglia a Napoli verso gli inizi del 1861, dove il padre cominciò a lavorare come giornalista a Il Pungolo[N 1]. Matilde visse così fin da piccola l’ambiente della redazione di un giornale. Nonostante questa influenza, e malgrado gli sforzi di sua madre, all’età di otto anni non aveva ancora imparato né a leggere né a scrivere. Imparò più tardi, in seguito alle vicissitudini economiche e alla grave malattia della donna.

Quindicenne, priva di titolo di studio, si presentò in qualità di semplice uditrice alla Scuola Normale “Eleonora Pimentel Fonseca”, in piazza del Gesù a Napoli. L’anno dopo, all’età di sedici anni, Matilde abiurò la confessione ortodossa per il cattolicesimo. In poco tempo riuscì a ottenere il diploma di maestra. Per aiutare il magro bilancio della famiglia cercò un lavoro stabile, vincendo un concorso come ausiliaria ai Telegrafi di Stato; l’impiego la occupò per quattro anni. Nonostante buona parte della giornata fosse assorbita dal lavoro, la vocazione letteraria non tardò a divenire prepotente.

Cominciò dapprima con brevi articoli nelle appendici del Giornale di Napoli[1], poi passò ai bozzetti e alle novelle firmate con lo pseudonimo “Tuffolina”. A 22 anni (1878) completò la sua prima novella, Opale che inviò al Corriere del Mattino.

La scrittura
A 26 anni (1882) lasciò Napoli per andare alla “conquista di Roma”. Nella capitale collaborò per cinque anni con il Capitan Fracassa. Sotto lo pseudonimo «Ciquita» scrisse di tutto, dalla cronaca rosa alla critica letteraria. Inoltre si ritagliò uno spazio nei salotti mondani della capitale. Però la sua fisicità, la mimica e i modi spesso troppo spontanei per l’ambiente salottiero, la risata grossa, non la favorirono. Durante quelle riunioni, la sua fama di donna indipendente suscitò più curiosità che ammirazione.

« Quelle damine eleganti non sanno che io le conosco da cima a fondo – scrisse la giovane Matilde – che le metterò nelle mie opere; esse non hanno coscienza del mio valore, della mia potenza… »

I momenti felici del soggiorno romano furono probabilmente le serate che passò accompagnata dal padre, nella redazione del Fracassa.

In occasione dell’uscita del libro che la rese famosa, Fantasia (1883), il commento del critico Edoardo Scarfoglio non fu favorevole. Sul giornale letterario Il libro di Don Chisciotte Scarfoglio, infatti, scrisse: «… si può dire che essa sia come una materia inorganica, come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso, nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano di saporire la scipitaggine dell’insieme». Quanto al linguaggio adoperato nel libro, aggiunse: «… vi si dissolve sotto le mani per l’inesattezza, per l’inopportunità, per la miscela dei vocaboli dialettali italiani e francesi».

Più tardi la stessa Matilde riconobbe le ragioni di questo suo “non scrivere bene” nei suoi studi cattivi e incompleti e nell’ambiente; ma ci tenne a precisare: «Vi confesso che se per un caso imparassi a farlo, non lo farei. Io credo, con la vivacità di quel linguaggio incerto e di quello stile rotto, d’infondere nelle opere mie il calore, e il calore non solo vivifica i corpi ma li preserva da ogni corruzione del tempo[N 2]».

L’inizio del sodalizio con Scarfoglio
Il primo incontro tra Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao avvenne nella redazione del Capitan Fracassa. Matilde Serao rimase affascinata da quel giovane intelligente e vivace. Nacque una relazione che suscitò il pettegolezzo della Roma-bene. Edoardo Scarfoglio scrisse di lei a un’amica:

« Questa donna tanto convenzionale e pettegola e falsa tra la gente e tanto semplice, tanto affettuosa, tanto schietta nell’intimità, tanto vanitosa con gli altri e tanto umile meco, tanto brutta nella vita comune e tanto bella nei momenti dell’amore, tanto incorreggibile e arruffona e tanto docile agli insegnamenti, mi piace troppo, troppo, troppo. »
Il 28 febbraio 1885 Matilde ed Edoardo si sposarono. Sul quotidiano La Tribuna apparve la cronaca della giornata scritta da Gabriele D’Annunzio sotto il titolo Nuptialia[2]. La coppia andò a vivere a palazzo Ciccarelli, in Via Monte di Dio. Ebbero quattro figli, tutti maschi: Antonio, Carlo e Paolo (gemelli) e Michele.

Nonostante le gravidanze, il lavoro di Serao non si interruppe. Nei suoi anni romani pubblicò i romanzi: Pagina Azzurra, All’erta!, Sentinella, La conquista di Roma, Piccole anime, Il ventre di Napoli (1884), Il romanzo della fanciulla, e altri.

Il giornalismo
Tra Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio non nacque solo un’unione sentimentale, ma anche un sodalizio professionale. Scarfoglio pensava da tempo di fondare un proprio giornale quotidiano. Insieme con Matilde realizzò il suo progetto: nel 1885 fondarono il Corriere di Roma. La moglie vi contribuì coi suoi scritti e invitando a collaborare le migliori firme del momento. Tuttavia il giornale non decollò, per la concorrenza del più forte La Tribuna, il quotidiano romano allora più diffuso. Serao, prendendo spunto da quell’esperienza, diede alle stampe un corposo romanzo, Vita e avventure di Riccardo Joanna, che Benedetto Croce definì “il romanzo del giornalismo”.

Il giornalismo era per Matilde Serao terreno di osservazioni, di costumi, che lei portava poi nei suoi romanzi, anche in quelli che la critica definiva mondani, come Cuore infermo (1881) e Addio amore (1890). Proprio in questa nota di “costume”, come partecipazione diretta alla realtà della vita e dell’essere è da riconoscere che «Donna Matilde aveva il giornalismo nel sangue»[N 3] Alle sue note sulla moda, sui cibi, lo sport, gli eventi mondani, le novità del progresso, gli usi e costumi faceva da contraltare un’attenzione particolare a fatti e avvenimenti sociali, costituendo la misura dello stile Matilde Serao.

Il ritorno a Napoli e la fondazione del Mattino
Intanto il Corriere di Roma, che aveva avuto un’esistenza travagliata sin dalla nascita, era molto indebitato. Matilde Serao e il marito non sapevano come fronteggiare la cattiva situazione finanziaria. Risolse la situazione l’incontro casuale a Napoli con il banchiere livornese Matteo Schilizzi, che viveva nella città partenopea per questioni di clima, proprietario del quotidiano Corriere del Mattino. Schilizzi propose alla coppia di trasferirsi a Napoli, per continuare la loro avventura al suo giornale. I due accettarono. Il banchiere si accollò i debiti del quotidiano romano (tra le 14.000 e le 15.000 lire) e il 14 novembre del 1887 il Corriere di Roma cessò le pubblicazioni. Poco dopo venne fuso con il Corriere del Mattino e dall’unione nacque il Corriere di Napoli, il cui primo numero uscì il 1º gennaio 1888. Serao chiamò a collaborare al giornale firme prestigiose come Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio.

Nel 1891 Scarfoglio e la moglie lasciarono il Corriere di Napoli, di cui cedettero il proprio quarto di proprietà ricavando 100.000 lire. Con questo capitale la coppia decise la fondazione di un nuovo giornale, che venne chiamato Il Mattino e uscì con il primo numero il 16 marzo del 1892. Matilde talvolta usava firmare i suoi articoli con lo pseudonimo “Gibus” (cappello a cilindro che si chiude a scatto).

La separazione da Scarfoglio
L’anno 1892 si sarebbe rivelato per Matilde un anno denso di avvenimenti negativi. La Serao rimase scossa da un episodio destinato a suscitare grande scalpore. Matilde, dopo un litigio col marito, decise di lasciare la città per un periodo di riposo in Val d’Aosta. Durante l’assenza della moglie, Edoardo conobbe a Roma Gabrielle Bessard, una cantante di teatro, e tra i due cominciò una relazione. Dopo due anni Gabrielle rimase incinta. Scarfoglio rifiutò di lasciare la moglie. Il 29 agosto 1894 la Bessard si presentò dinanzi a casa Scarfoglio e, dopo aver lasciato la piccola figlioletta nata dalla loro unione, si sparò sull’uscio un colpo di pistola. Lasciò un biglietto a Edoardo Scarfoglio: “Perdonami se vengo a uccidermi sulla tua porta come un cane fedele. Ti amo sempre”.

Il Mattino, con un comportamento poco deontologico, tacque la notizia censurandola, e i redattori della cronaca riuscirono anche a convincere i colleghi del Corriere di Napoli a non pubblicare nulla. Il 31 agosto però il Corriere, in aperta polemica con la coppia Scarfoglio-Serao, ruppe l’accordo e raccontò ai lettori l’episodio. Il Mattino replicò il 1º settembre in cronaca, con un articolo dal titolo: Il fatto della Bessard e le bassezze del signor Schilizzi, dovuto probabilmente alla penna di Scarfoglio.

Gabrielle Bessard morì all’Ospedale degli Incurabili, il 5 settembre a mezzogiorno. Il fatto suscitò grande clamore in tutta Napoli. La figlia venne affidata da Scarfoglio a Matilde, che la prese con sé. Matilde scelse per la neonata il nome di sua madre, Paolina. Aveva perdonato il marito ma dopo qualche anno decise di rompere definitivamente la relazione.

L’abbandono del Mattino
Nel 1900 cominciò l’inchiesta del senatore Giuseppe Saredo su Napoli. La Commissione, divisa in più parti, indagò sul risanamento, le fognature, l’acquedotto del Serino, l’istruzione, i bilanci, e altro. Gli intenti iniziali erano buoni ma il risultato finale fu arbitrario e fuorviante e non lo si considerò né serio, né obiettivo. Tutto l’operare della commissione fu diretto, infatti, ad un solo scopo: cercare di coinvolgere Il Mattino nello scandalo dell’amministrazione Sulmonte.[senza fonte] Scarfoglio non si lasciò intimorire. Lo accusavano di essere corrotto, di aver ricevuto dei soldi, in cambio di favori, di avere un tenore di vita superiore alle sue possibilità.

Non fu risparmiata Matilde, accusata di aver ricevuto più volte soldi in cambio di raccomandazioni per posti di lavoro. Scarfoglio, davanti all’attacco sferrato, la difese sul Mattino:

« Crede il Saredo sul serio che Matilde Serao si sia fatta pagare 200 lire da una guardia municipale per una raccomandazione ad un assessore? No, egli sa che le sarebbe bastato un articolo al “Figaro”, per risparmiarsi quest’avvilimento! E crede che abbia venduto a un suonatore di clarinetto per 2.000 lire un impegno problematico? No. Egli sa che dieci giornali di quelli che con più acre ingenerosità gli han fatto coro, gliene offrono di più per un piccolo romanzo, opera di poche notti!
Egli dunque ha operato in piena ed assoluta malafede, e non ha tratto in questo tranello la moglie, se non perché sapeva che non bastava ferire il marito per uccidere il giornale. »
La difesa di Scarfoglio continuò poi scrupolosamente. All’accusa di vivere al di sopra dei suoi mezzi e di ricorrere quindi ad entrate occulte, replicò pubblicando entrate, uscite e redditi suoi, della moglie e del giornale.

« Le scuderie della signora Serao si riducono ad una vecchia carriola per ripararsi dalla pioggia, in un paese dove non c’è in piazza una carrozza chiusa, e ad un cavallo dell’Apocalisse: carrozza e cavallo valgono l’una e nell’altro 500 lire, e che ella ha avuto anche prima della fondazione del Mattino. I miei attellages sono costituiti da una vettura automobile acquistata due anni e otto mesi fa per 5.960 franchi, imballaggi ed accessori inclusi. Che la Signora Serao non si sia mai rovinata in toilettes, che non abbia mai avuto un gioiello, sono cose di notorietà europea. »
Entro pochi mesi scomparve definitivamente dalle pagine del Mattino la firma di lei. Matilde, rimasta con dodicimila lire ed estromessa dal Mattino, cercò di dedicarsi a una rivista, la “Settimana”, ma il risultato non fu convincente. In tale dimensione, una semplice rubrica creata dalla Serao, “Api, mosconi e vespe”, finì per avere successo. Questa fortunata rubrica, che ogni tanto riapparve sotto altra veste nei quotidiani, l’accompagnò, con titoli diversi, per 41 anni. Dal Corriere di Roma, al Corriere di Napoli, al Il Mattino dove, dal 1896, prese il nome di Mosconi e infine sull’ultimo giornale fondato dalla Serao, Il Giorno. Si rianimava così la vita di una città con spunti tratti in genere dalla vita-bene ma calata nella realtà quotidiana, i cui problemi di sempre facevano da cornice ai più arguti e vivaci “mosconi”.

Un nuovo sodalizio umano e professionale
Il 13 novembre sul Mattino apparvero le dimissioni ufficiali della Serao da redattore del giornale. Ora era ufficialmente disoccupata. Diventare una redattrice di un giornale dopo essere stata fondatrice e condirettrice di un quotidiano, non era allettante. A questo si aggiunse l’umiliazione che la vita coniugale le aveva inflitto in pubblico e in privato.

Nel 1903 entrò nella sua vita un altro giornalista, Giuseppe Natale. Con Natale al fianco, fondò – prima donna nella storia del giornalismo italiano – e diresse un nuovo quotidiano, Il Giorno[N 4]. Distinguendosi dal rivale Mattino di Scarfoglio, con cui entrava in diretta concorrenza, il giornale della Serao fu più pacato nelle sue battaglie e raramente polemico e riscosse un buon successo. Dall’unione con Natale nacque una bambina, che Matilde volle chiamare Eleonora, in segno d’affetto per la Duse.

La grande guerra intanto si avvicinava rapidamente, ma Il Giorno sembrava essere lontano da qualsiasi iniziativa interventista, a differenza del Mattino. I due giornali assunsero una linea comune solo alla fine del conflitto mondiale.

Ultimi anni e morte
Dopo la morte di Edoardo Scarfoglio (1917), la Serao sposò Giuseppe Natale. Morto anche il secondo marito, rimase sola ma continuò ancora, negli anni venti, con la stessa vitalità il suo lavoro giornalistico e letterario.[3].

Matilde morì alla sua scrivania, a Napoli, nel 1927: fu colpita da un infarto mentre era intenta a scrivere.

Giudizi critici
Benedetto Croce in un saggio del 1903: «fantasia mirabilmente limpida e viva»;
Giosuè Carducci la giudicò «la più forte prosatrice d’Italia»;
Edith Wharton scrisse di lei (A Backward Glance): “Nei paesi latini, le poche donne che brillano come conversatrici interferiscono[non chiaro], spesso, a detrimento di un rapido scambio di battute. Non così Matilde Serao. Ella non cercava di profetare e di predominare: ciò che le interessava era di comunicare con persone intelligenti. Il suo tirocinio di giornalista[Ma se era la direttrice!], prima al Mattino, il giornale di suo marito Edoardo Scarfoglio, poi nel proprio quotidiano Il Giorno, le aveva fornito una rude e pronta conoscenza della vita e un’esperienza delle cose pubbliche, del tutto mancanti alle Corinne da salotto: che ella superava in ispirito ed eloquenza. Aveva un senso agilissimo del fair play, ascoltava con attenzione, non indugiava mai troppo a lungo su di un punto solo ma piazzava le sue battute al momento giusto e volentieri cedeva la parola all’interlocutore. La veemente immaginazione della romanziera (tre suoi romanzi sono magistrali), si nutriva anche di larghe letture e d’una esperienza di ceti [sociali] e di tipi [umani] fornitale dalle occasioni molteplici della sua carriera giornalistica. Cultura ed esperienza si fondevano in lei nello splendore di un saldo intelletto”.
Università di Padova, bibliografia su Matilde Serao nel progetto Le Autrici della letteratura italiana.

Opere
Opale, come Tuffolina, Napoli, De Angelis, 1878.
Dal vero, Milano, Perussia & Quadrio, 1879.
Cuore infermo, Torino, Casanova, 1881.
Leggende napoletane, Milano, Ottino, 1881.
Raccolta minima, Milano, Perussia & Quadrio, 1881.
Commedie di Salone
Nostalgia
Fulvia
Simpatie del Martirologio
Commedie borghesi
Mosaico di fanciulle
Piccinerie
Bozzetti
Fantasia, Torino, Casanova, 1883.
Piccole anime, Roma, Sommaruga, 1883.
A un poeta
Una fioraia
Giuochi
Canituccia
Profili
Alla scuola
Nebulose
La moda
Perdizione
Gli spostati
Salvazione
Pagina azzurra, Milano, Quadrio, 1883.
Il ventre di Napoli, Milano, Treves, 1884; Napoli, Perrella, 1906.
La virtù di Checchina, Catania, Giannotta, 1884.
La conquista di Roma, Firenze, Barbera, 1885.
Il romanzo della fanciulla, Milano, Treves, 1886.
Montecitorio, come Tartarin, con Edoardo Scarfoglio, Firenze, Sersale, 1886.
Per la fine del giornale La Rassegna. Giudizii della stampa italiana, Roma, Tip. Nazionale, 1886.
Vita e avventure di Riccardo Joanna, Milano, Galli, 1887.
Fior di passione. Novelle, Milano, Galli, 1888.
L’Italia a Bologna. Lettere, Milano, Treves, 1888.
Racconti napoletani, Milano, Treves, 1889.
All’erta sentinella!
Terno secco
Trenta per cento (ripubblicato nel 2017 da Elliot[4])
O Giovannino o la morte
Addio, amore!, Napoli, Giannini, 1890.
Il paese di cuccagna. Romanzo napoletano, Milano, Treves, 1891.
Piccolo romanzo, Napoli, Pierro, 1891.
Castigo, Torino, Casanova, 1893.
Le amanti, Milano, Treves, 1894.
La grande fiamma
Tramontando il sole
L’amante sciocca
Sogno di una notte d’estate
Gli amanti. Pastelli, Milano, Treves, 1894.
Le Marie, Napoli, Pierro, 1894.
Telegrafi dello Stato. Romanzo per le signore, Roma, Perino, 1895.
L’indifferente, Napoli, Pierro, 1896.
L’infedele, Milano, Brigola, 1897.
Donna Paola, Roma, Voghera, 1897.
Nel sogno, Firenze, Paggi, 1897.
Nel paese di Gesù. Ricordi di un viaggio in Palestina, Napoli, Tocco, 1898.
Storia di una monaca, Catania, Giannotta, 1898.
La ballerina, Catania, Giannotta, 1899.
Fior di Passione. Novelle, Milano, Baldini, Castoldi & Co., 1899.
Come un fiore, Firenze, Landi, 1900.
Saper vivere. (Norme di buona creanza), come Gibus del Mattino, Napoli, Tocco, 1900.
L’anima semplice. Suor Giovanna della Croce, Milano, Treves, 1901.
Lettere d’amore. Il perché della morte, Catania, Giannotta, 1901.
La Madonna e i santi. Nella fede e nella vita, Napoli, Trani, 1901.
Novelle sentimentali, Livorno, Belforte, 1902.
L’anima dei fiori, Milano, Libreria editrice nazionale, 1903.
Santa Teresa, Catania, Giannotta, 1904.
Storia di due anime, Roma, Nuova antologia, 1904.
Tre donne, Roma, Voghera, 1905.
Dopo il perdono, in “Nuova Antologia”, 1906.
“Sterminator Vesevo”. Diario dell’eruzione aprile 1906, Napoli, Perrella, 1906.
Il giornale, Napoli, Perrella, 1906.
La leggenda di Napoli, Napoli, Perrella, 1906.
Sognando, Catania, Giannotta, 1906.
Evviva la vita!, Roma, Nuova antologia, 1908.
Cristina, Roma, Voghera, 1908.
Lettere d’una viaggiatrice, Napoli, Perrella, 1908.
I capelli di Sansone, Napoli, Perrella, 1909.
San Gennaro nella leggenda e nella vita, Lanciano, Carabba, 1909.
Il pellegrino appassionato. Novelle d’amore, Napoli, Perrella, 1911.
Vita e scuola. Libro per la quarta classe elementare, con Camillo Alberici, Firenze, Bemporad, 1912.
La mano tagliata. Romanzo d’amore, Firenze, Salani, 1912.
Ella non rispose, Milano, Treves, 1914.
Parla una donna. Diario femminile di guerra, maggio 1915-marzo 1916, Milano, Treves, 1916.
Temi il leone, Firenze, Salani, 1916.
La vita e cosi lunga! Novelle, Milano, Treves, 1918.
La moglie di un grand’uomo, ed altre novelle scelte dall’autrice, Milano, Quintieri, 1919.
Ricordando Neera. Conferenza tenuta il 10 maggio, a Milano, sala della “Societa del Giardino”, Milano, Treves, 1920.
Mors tua…. Romanzo in tre giornate, Milano, Treves, 1926.
Via delle cinque lune, Milano, Garzanti, 1941.
Opere , 2 volumi, a cura di Pietro Pancrazi. Milano, 1946.
L’occhio di Napoli, Milano, Garzanti, 1962.
I mosconi, Napoli, Edizioni del Delfino, 1974.
L’ebbrezza, il servaggio e la morte, Napoli, Guida, 1977.

Curiosità
La coppia di Intercity 704 (Napoli-Venezia) e 705 (Venezia-Napoli) era nominata “Matilde Serao”[N

 

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