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Filosofia dell’anima – Sul caso Consip e sul morto (politico) che cammina. Dal duce assediato dai ratti in fuga al Paolo Mieli Jago all’etica di Gengis Khan.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

 

La “volontà di potenza” renzista più che una degna pulsione infinita verso il rinnovamento, pare una sub-categoria delle filosofie motivazionali new-age in virtù delle quali se “thoughts become things” (i pensieri diventano cose) perché le parole non possono diventare fatti? Detto altrimenti, sembrerebbe che sia perfetta convinzione della corte renzista e di Matteo Renzi in particolare, che basti affermare l’essenza della realtà (pardon, di una data realtà, quella di cui sono convinti e di cui intendono convincere il popolo italiano) per definire quest’ultima. Da qui a venirne fuori con le anelanti e usate dichiarazioni che hanno costellato questi ultimi 30 mesi di laissez-faire politico, economico, amministrativo, il passo è breve: “Il Jobs Act è stato un successo”, “L’Expo è stato un successo”, “La Riforma costituzionale cambierà l’Italia”, “L’Italia è ripartita”… e in ultimo proprio l’odierno “Abbiamo dimostrato di non essere il problema”.

(Dal “Diario dai giorni del golpe bianco” di Rina Brundu, prossimamente).

Rina Brundu

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Gengis Khan… e che Khan… mica come i nostri!

La definizione di morto (ovviamente politico) che cammina, applicata a Matteo Renzi, credo sia di Luigi di Maio, anche se, dopo l’ultima debacle alle urne subita dal renzismo, sul suo stesso terreno di gioco, questo pensiero lo abbiamo avuto un po’ tutti. Prendo pure atto che adesso, dopo tre  anni in cui il 99% dell’establishment italico, ad ogni livello, si era sdraiato ai piedi del ducetto, qualcosa sta cambiando, ma non c’è da stare allegri.

Come cittadina che ha seguito la vita politica del suo Paese in maniera molto attiva, e lo ha fatto perché sin da subito ha notato che c’era qualcosa di “strano”, di “peculiare”, finanche di “pericoloso” nella brigata toscana che ha preso d’assalto Roma agli ordini di Matteo Renzi, continuo ad essere preoccupata. E sono così preoccupata che nonostante preferirei smettere di postare sul blog a proposito di queste tematiche di natura politica, non ci riesco: ritengo infatti che sia mio dovere parlare dell’attuale emergenza democratica in Italia, proprio come sarebbe dovere di ogni spirito che abbia altri interessi oltre quello di riempire lo stomaco e di guardare alla riproduzione della specie, come sarebbe dovere di ogni spirito che si dedica, che si è sempre dedicato alle cose della scrittura.

Prendiamo per esempio l’infame caso Consip: sono stati indagati e interrogati tutti i rappresentanti della fanteria delle forze dell’ordine, anche per errori ridicoli (mai sentito tanto accanimento in presenza dei giganteschi strafalcioni che hanno finanche portato alla liberazione anticipata di capi della mafia in passato!), è stata spostata buona parte dell’inchiesta a Roma, è stato sequestrato il cellulare di una giornalista, hanno persino sottoposto a interrogatorio il giudice che si occupava di questa inchiesta e ancora… ancora non ci dicono niente di chi ha tolto le cimici messe dai carabinieri e delle accuse mosse al ministro Lotti. Dulcis in fundo, costui, lungi dal querelare chi lo ha accusato (come farebbe ogni innocente), siede ancora da par suo, e apparentemente senza vergogna, tra gli scranni di questo governo.

Perché accade tutto questo? Chi prende queste decisioni? Chi sta muovendo i fili nel background? E, se vogliamo ragionare come ragionava Travaglio oggi sul suo giornale, chi sta proteggendo ad ogni costo il politico Matteo Renzi? Perché? Perché non viene aperta una controinchiesta?  Di certo c’è che io non riconosco più il Paese che credevo di abitare. Questa sera, mentre guardavo “Otto e mezzo” (La7), e ascoltavo il giornalista Paolo Mieli che tentava di passare sulla graticola il bravissimo Alessandro di Battista (che peraltro lo metteva all’angolo ogni trenta secondi con l’incoscienza e la facilità tipica dei giovani capaci in ogni senso), come non si è mai sognato di fare con il duce di Rignano, ho avuto persino una mia illuminazione di tipo epifanico: IAGO, ecco, Mieli mi pareva Iago! Chiunque conosca anche solo un poco la letteratura elisabettiana, e shakespeariana in particolare, sa bene come si comportava Iago con Otello; egli insinuava il dubbio, tramava, tirava l’acqua al suo mulino come meglio poteva, pur di ottenere il suo scopo. Lo ha fatto anche Mieli stasera, così come lo ha fatto tante altre sere prima di oggi, così come prima di lui lo hanno fatto, sempre in quello stesso studio, gli Scalfari, i Zucconi, i Porro, e tutta quella tipologia di impiegati dei media che in qualche modo sembrano dover rendere sempre conto al loro editore sodale renzista di riferimento (l’unica altra possibile spiegazione è un intelletto non troppo brillante e, onestamente, è la mia preferita), e scaltramente hanno tentato nell’ultimo mezzo secolo di farsi passare per “venerati maestri” del giornalismo.

Fallaci, Montanelli, Guareschi, Pansa, Travaglio sono giornalisti e sempre lo saranno! Sul resto dell’armata brancaleone mediatica italica stendiamo invece un velo pietoso. Anzi, per certi versi dobbiamo ringraziare il renzismo che ha permesso loro di sputtanarsi tutti insieme, di mostrare il vero volto di tanto sbandierato “commitment” sartriano: intellettuali dei miei coglioni! Preferirei vivere mille vite come un maiale orwelliano piuttosto che vedermi spirito “fino” di questa portata, anche perché, a confronto, quei suini erano maestri di vita!

Ma che dire dei ratti che hanno gozzovigliato sul carrozzone renzista, mangiato per tre anni alle nostre spalle al desco imbandito del capo, e ora si rivoltano in massa contro quello stesso duce? Peccato che non siamo alla corte di Gengis Khan. Costui, al tempo in cui riuscì a sconfiggere definitivamente l’opposizione del suo ex fratello di sangue, il guerriero e capo clan Jamucka, quando se lo vide consegnare prigioniero da due suoi ex ufficiali che lo avevano tradito, liberò lui e fece tagliare la testa ai due voltagabbana: altri tempi, altra deontologia! Come a dire che pure uno dei leader più sanguinari e determinati della storia ha tanto da insegnare in materia di etica redentrice a questa Italia corrotta fino al midollo!

Tagliare la testa a tutti i voltagabbana d’Italia? Oggettivamente un’impossibilità: chi si occuperebbe di fare fuori il boia una volta terminato il suo lavoro? Il nuovo status-quo da caduta dell’impero dunque non ci conforta minimamente, anzi il renzismo ci ha insegnato ad andarci cauti perché, come dicono in Sardegna (che ha pure prodotto guerrieri degni dei mongoli nel corso della sua storia), s’erba mala non moridi mai (l’erba cattiva non muore mai).

Meglio attendere dunque (e magari, nell’attesa, tentare di non farsi venire la bile al pensiero che il Benigni renzista presto sarà di nuovo sugli schermi della RAI sequestrata dai sodali del morto che cammina ma pagata da noi)… dicono che in realtà non ci sia mai notte troppo lunga da impedire al sole di sorgere ancora… Fermo restando che per illuminare la nostra attuale miseria a dovere,  servirebbe l’esplosione di una supernova… e sono rare.

Rina Brundu

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