Advertisements
Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Dei vizi e delle virtù del collezionista

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

—————————-

No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

—————————-

Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

Per l’E-Book clicca qui.

PERLE DI ROSEBUD – IL TEOREMA RENZI-TAVECCHIO-VENTURA

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per leggere tutto l’articolo)

Umberto Scopa

model-car-470644_960_720.jpgNel mio lavoro di bibliotecario mi capita di essere spesso interlocutore di collezionisti intenzionati a donare le loro collezioni. Ho cominciato così nel tempo a raccogliere pensieri sul collezionismo in genere, attraversando, come mi piace fare, discipline diverse fra loro. Nelle righe seguenti mi ripropongo di amalgamare questi ingredienti in una chiacchierata su temi anche impegnativi ma condita qua là da necessarie dosi di leggerezza.
I collezionisti che ho conosciuto per lo più raccolgono libri, ma talora anche oggetti di vario genere e le mie considerazioni possono riguardare gli uni e gli altri. I collezionisti che si rivolgono ad un’istituzione deputata alla conservazione cercano generalmente di assicurare un futuro alle loro raccolte che considerano un po’ come loro creature. Del resto viviamo oggi tempi nei quali mai come in passato gli oggetti sono a rischio di non durare nel tempo. Addirittura durare meno della nostra vita capovolgendo una prospettiva che da sempre vede gli oggetti destinati a sopravvivere agli uomini. Sembrano così lontane dallo scenario attuale le parole conclusive di una celebre poesia di Borges dal titolo “le cose”: “dureranno (ndr le cose) più in là del nostro oblio; non sapran mai che ce ne siamo andati”. Così scriveva Borges in questa malinconica poesia dove la vita umana sembra molto più effimera dell’esistenza degli oggetti che l’hanno accompagnata. Ma queste parole di Borges sono ancora ignare – riguardo agli oggetti- dello stato di avanzamento odierno della cultura dell’”usa e getta” (espressione benevolmente monca del suo seguito naturale che sarebbe “ricompra”).
Un po’ li capisco gli oggetti, e mi sento dalla loro parte, e anche capisco i collezionisti nelle loro inquietudini verso il futuro. Un po’ li capisco perché anche io nel mio piccolo partecipo della categoria. Per esempio nella mia veste di collezionista di tappi di birra non mi meraviglio di quanto sia indifferente per il collezionista l’utilità pratica della collezione. Una collezione di bottoni o di tappi raccoglie oggetti che nella loro vita hanno avuto un’utilità ma l’hanno abbandonata per entrare nella nuova comunità. Ora gli oggetti sono al servizio di una causa più grande, eterna menzogna che si usa quando non è chiara la causa. Si usa per reclutare i soldati, e in effetti ogni collezione è sono un po’ come un piccolo esercito. Nel romanzo Autodafè di Elias Canetti che citerò anche oltre, il bibliotecario Kien – nel progredire di un delirio ossessivo che lo affligge nella cura della sua biblioteca- arriva a convincersi che i venticinquemila volumi da lui custoditi siano un vero e proprio esercito di soldati, con una missione precisa, e a loro si rivolge arringando ad alta voce le truppe come un generale. Personalmente non sono arrivato ancora a questo punto, e non solo per avversione al comando, ma non mi sono aliene tante piccole stranezze del collezionista. Conosco, come ogni collezionista grande o piccolo, il piacere di ogni nuova acquisizione. A volte scelgo un tipo di birra solo perché mi manca il tappo, ma escludo quelle analcoliche, perché servono delle regole limitanti, sempre. La collezione diventa per opera del suo autore una società che si arricchisce di sue regole quanto a diritto di cittadinanza, ordinamento interno e così via.
E’ difficile che qualcuno non abbia collezionato qualcosa nella vita. Quando si parla di collezionismo si parla sempre di un fenomeno tanto esteso quanto eterogeneo, non solo di contenuti, ma anche di finalità perseguite dai singoli interessati. Si tratta di isolare una domanda che interessa tutti: perché raccogliamo oggetti, perché li selezioniamo e vogliamo conservare?
Se c’è sicuramente un collezionismo silenzioso, non ostentato, che alberga nell’intimo dell’uomo e accompagna la sua vita senza finalizzazioni utilitaristiche di qualche genere, non si può al contempo negare che esista oggi un’idea più dilatata di questa figura, legata all’accumulo di qualcosa. Si ravvisa qualcosa del collezionista persino nel serial killer che a suo modo lo è, poi, se mi si perdona l’ingeneroso accostamento c’è chi colleziona “poltrone”, non come oggetto di arredamento, ma come arredo del proprio ego, c’è chi colleziona farfalle inteso ad attirare nella propria dimora incaute fanciulle, oppure c’è chi più venalmente colleziona oggetti con l’auspicio di vederli accrescere nel loro valore economico quando il tempo che gli scorre addosso li renderà rari e accresciuti nel valore economico. Non mi sento neppure di trascurare la figura del collezionista che spesso ci propone la pubblicità televisiva. Il collezionismo è anche un business non indifferente. Ogni tanto vediamo apparire sullo schermo queste figure di padri di famiglia dall’aria rimbambita nei loro eleganti salotti mentre contemplano l’oggetto da collezione con un sorriso che sembra una paresi … mentre lo spettatore da casa, pervaso da una tristezza infinta, si chiede “e dopo? .. il vuoto!”. Per l’omino dello spot non si intravede neppure il brivido della ricerca dei pezzi che arrivano puntualmente nell’edicola sotto casa tutte le settimane a prezzo fisso. Non c’è in lui l’istinto del primitivo cacciatore. E’ solo un animale snaturato, cresciuto in cattività in attesa della sua razione quotidiana.
Ma lasciando questo esemplare al suo destino e tornando al collezionista ruspante, sarebbe limitante vedere in questa figura solo l’atavico istinto della caccia. Non c’è in lui solo avida cattura. C’è anche un’aspirazione un po’ commovente, come in tutte le imprese impossibili: cioè contrastare la legge di natura del disordine crescente, bisogno di ricomposizione, di restituire a una dimensione familiare i membri di una vasta famiglia dispersi appunto dal disordine inesorabile della vita.
Anche il nostro ordinamento giuridico, del quale spesso a torto ricordiamo soprattutto le regole più ottuse, ha riconosciuto un valore sociale all’opera umana di paziente composizione di beni unificati da una destinazione comune. Lo ha fatto riconoscendo a quell’insieme lo status speciale di “universalità di beni” (art.816 del codice civile), cioè un regime speciale dettato per le ordinarie transazioni che appunto riguardano l’intero insieme. Un regime speciale che fa eccezione alle regole valevoli per i singoli componenti dell’insieme. Un esempio molto semplice sarà chiarificatore: se vendo la mia biblioteca -che come tale è sempre un’universalità di beni- dovrò consegnarla al compratore senza escludere eventuali acquisizioni nuove pervenute nell’intervallo di tempo tra la conclusione dell’accordo di vendita e la consegna materiale della collezione. Così non è invece per i beni singoli che siano stati oggetto di specifica compravendita quando non sono un’universalità di beni: sappiamo tutti che il compratore non potrà mai pretendere la consegna di oggetti non espressamente individuati nell’atto di vendita e per giunta estranei in quel momento al patrimonio del venditore.
Si sa, quando un fenomeno ottiene una diffusione e una rilevanza sociale, arriva anche il diritto, presto o tardi a regolarlo. Nel caso che ci interessa già i romani avevano concepito le universalità di beni, cioè norme giuridiche specifiche applicabili ad un insieme di beni unificati non solo dall’appartenere ad una singola persona, ma soprattutto dall’avere ricevuto dal loro proprietario una destinazione comune, una finalità che li unisce. Tutto questo rivela che l’insieme non è solo una sommatoria delle sue singole componenti, ma è qualcosa di più, il cui valore aggiunto è dato dalla collettività, la cui anima è data dalla finalità che li aggrega e li unisce in un destino comune che deve essere tutelato dall’ordinamento giuridico. Dieci oggetti sono solo dieci oggetti, ma quando sono universalità di beni dismettono parte della loro individualità per diventare una cosa sola, come se fossero avvinti da un patto sociale. Naturalmente parliamo sempre di oggetti e tutto ciò risiede nella volontà e nella destinazione che gli imprime il proprietario.

La volontà del collezionista può avere infinite sfumature diverse naturalmente, ma un’anima comune si può distillare nell’aspirazione a collezionare oggetti: si tratta del bisogno della persona di esprimere se stessa con la scelta, la cura e la conservazione di qualcosa che la rappresenta.
A volte però questa propensione può diventare psicologicamente più problematica e la psicanalisi è stata chiamata a considerare con attenzione questi casi. La psicoanalisi si è occupata tra le altre cose anche del collezionista patologico. Leggo in un bell’articolo di Rosita Lappi dal titolo “il collezionismo, la magnifica ossessione” (reperito sul web) che la psicoanalisi -nell’indagare tra le manie dei suoi pazienti- ha individuato nella figura del collezionista “l’avidità, l’egoismo, il controllo onnipotente sulle cose, e la loro preclusione agli altri, dar la morte agli oggetti inglobandoli nella prigionia del loro possesso”.
Una proiezione ossessiva verso gli oggetti delle proprie raccolte è stata indagata anche dalla letteratura della quale vorrei esplorare qualche ricordo. Cito il bel romanzo “Utz” di Bruce Chatwin (citato anche nell’articolo sopradetto) che ha come protagonista la figura di un collezionista di porcellane. Utz è un collezionista che vive a Praga sotto il regime comunista, è un uomo che disdegna la violenza, avendo un’indole pacifica, ma dalla lettura impariamo che Utz -nella cura della sua collezione- accoglie con gioia i cataclismi solo perchè scaraventano sul mercato nuove opere d’arte e così le guerre i pogrom, le rivoluzioni che, come dice spesso, offrono ai collezionisti opportunità eccellenti. Può sembrare un predatore, forse uno sciacallo, ma forse nel suo stesso immaginario è più un salvatore che sottrae alla scomparsa oggetti profughi restituendo loro una dimora, affetti, una famiglia, assicurando un futuro più felice alle cose. Quando si stabilisce una forte relazione affettiva con gli oggetti, al punto che l’uomo, come destinatario di interesse è equiparato all’oggetto o viceversa, si è di fronte, che ci piaccia o no, ad un atteggiamento mosso da una forte delusione verso l’essere umano, e da un apprezzamento dell’inoffensività degli oggetti. Questo fenomeno raggiunge il suo apice in quell’altra figura letteraria, che avevo già citato, cioè il bibliotecario Kien, il quale arriva addirittura a considerare forme di vita gli oggetti della sua collezione, cioè i libri. Cito dal romanzo Autodafè: “I libri non avevano vita d’accordo.. ma chi aveva mai dimostrato con prove veramente sicure che la materia inorganica è priva di sensibilità? Chi può mai sapere se un libro non provi in una maniera che noi non conosciamo la nostalgia per altri libri..? … ogni essere pensante conosce momenti in cui i confini tradizionali tracciati dalla scienza fra mondo organico e inorganico gli appaiono superati…”.
Utz e Kien, per ragioni diverse, saranno poi accomunati nel tragico epilogo della loro storia.
Kien, come già suggerisce il titolo del romanzo Autodafé, incendia la sua biblioteca nella quale ha riposto tutta la sua vita, perché è assediata senza speranza dal mondo esterno, abbrutito dalla dominazione dell’idiozia umana, con la quale nessuna trattativa di sopravvivenza è possibile se non a prezzo di inaccettabili umiliazioni.
E il povero Utz, sparisce e con lui sparisce la sua collezione di porcellane di cui non resta più alcuna traccia. Kaspar Utz preferirà in gran segreto distruggere la sua collezione di meravigliose porcellane piuttosto che lasciarle nelle mani di funzionari e freddi burocrati del museo staliniano che la voleva requisire “per il popolo”. Utz ci racconta come il suicidio della propria memoria sia preferito all’alternativa di una sua sopravvivenza marchiata da un’ideologia al potere che ci ripugna e non ci rappresenta.
Peccato che il potere abbia sempre anticorpi tali da rendersi immune e restare indifferente all’offesa che ogni essere sensibile dovrebbe patire di fronte ad un sacrificio di tal genere rivolto contro di lui.
La dittatura comunista nel negare la proprietà privata statalizzava la conservazione degli oggetti sottraendola ai proprietari e sostituiva forzatamente alla conservazione attenta, appassionata e competente di costoro, la burocratica custodia di indifferenti e incapaci funzionari. Non comprendeva il valore degli oggetti, e non li rispettava, ma li usava per i suoi scopi. Una società iper-burocratizzata come quella del romanzo Utz, affetta da un’aridità produttiva genetica, si appropriava rastrellava e si appropriava dei beni materiali esistenti. All’estremo opposto c’è la nostra società, dove il consumismo regna sovrano, e vede nella conservazione degli oggetti una sottrazione di spazi destinati ad essere occupati da una produzione ipertrofica di cose nuove alle quali fideisticamente affidiamo il sostentamento del nostro benessere.
Le istituzioni pubbliche, che quando serve devono arrivare laddove i privati non arrivano, oggi sembrano essere rimaste l’ultimo e più affidabile baluardo della conservazione in una società che mira sempre più a produrre cose nuove, e rottamare quelle esistenti. Non desta meraviglia che laddove si vuole assicurare un futuro alle raccolte i privati -ancora sensibili a tale scopo- si rivolgono agli amministratori pubblici, quali principali custodi della memoria e spedizionieri di una “raccomandata” con destinazione futuro. E’ curioso il mutamento di scenario intervenuto. Il collezionista Utz nella società comunista doveva difendere la sua collezione dall’invadenza di uno Stato prepotente che la voleva fare sua e tenerla in vita per snaturarla, nelle società occidentali di oggi, dominate dal più sfrenato consumismo, il povero Utz dovrebbe invece implorare l’aiuto di uno Stato pigro, affinché si assuma l’onere di sottrarla al destino disintegrante del mercato. Oppure ancora una volta scomparire con la sua collezione senza lasciare alcuna traccia di sé.

Umberto Scopa

Advertisements

info@ipaziabooks.com

%d bloggers like this: