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Il romanzo del primo Novecento

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

L’attacco sarebbe continuato, indefesso, senza esclusione di colpi almeno a leggere il rapporto Copasir a guida renzista, ovvero una ricerca sul campo tesa a scovare i “poteri forti” che tramano nell’ombra contro il renzismo, e finanziata in via amicale dalla Fiat-Chrysler e da qualche altra anima pia dei salotti buoni italiani intenerita dal viso dolce di Maria Elena Boschi che si interroga con i lacrimanti occhioni sbarrati: “Perché tanta acredine verso di noi? Che male può fare un governo che legifera ad personam, ad padrem, ad filium, ad spiritum santum, ad fidanzatum, ad rolexem, ad aziendam, ad bancam, ad lobbym?”.

(Dal “Diario dai giorni del golpe bianco” di Rina Brundu, prossimamente).

Ivana Vaccaroni

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Guy de Maupassant

Partendo dal romanzo realista dell’Ottocento si nota che esso è  retto da un preciso canone narrativo, quello che racconta una storia che il lettore deve credere vera, realmente accaduta.

La crisi del concetto di realtà  era già  evidente nell’Ottocento con autori come Flaubert (1821-1880), autore di Madame Bovary,  Guy de Maupassant (1850-1893), i quali avevano affermato che la realtà dei romanzi è  un concetto illusorio  e lo scrittore può  avvicinarsi ad essa, ma non farla coincidere. Alla fine del secolo la nozione stessa di realtà venne messa in discussione sia dagli scrittori ma soprattutto da scienziati e filosofi, i quali sostennero che non può essa non può   esprimere un concetto univoco e universale, ma è evidente che  deve considerare ogni causa e determinare un preciso effetto: ciò  era già  stato sostenuto dai romanzieri francesi del Naturalismo.

La realtà  scaturisce da un’intuizione individuale quindi non può  essere  che soggettivamente percepita.

Nei primi anni del Novecento si discusse anche sulla validità  stessa del genere e ci fu chi ne decretò  la fine. Il poeta e critico Paul Valery (1871-1945) mise in evidenza il carattere illusorio del genere romanzesco che aveva la pretesa di ingannare ricostruendo la verità.

Le sue critiche a tale genere suscitarono l’interesse verso opere fantastiche come quelle di Hoffmann ( 1776-1822) o quelle caratterizzate da simboli come quelle di Poe (1809-1849).

In questo periodo si assistette anche all’ evoluzione e contemporaneamente alla dissoluzione della forma “romanzo” creando quelle che vennero definite narrazioni-farse come  con “I sotterranei del Vaticano”di André Gide e tipi di antiromanzo come ”I falsari”, diario di un romanziere che riflette proprio sulla costruzione della sua stessa storia.

Chi si scagliò fortemente contro il romanzo realista dell’Ottocento fu André Breton (1896-1966) che nel Manifesto del Surrealismo del 1924 penetrò profondamente nella parte più  profonda dell’io, includendo il mondo del sogno e quello dell’inconscio, per approdare addirittura alla scrittura automatica, quella  che studiava le cause di chi l’aveva prodotta.

Nei primi anni del Novecento il rinnovamento del romanzo fu peraltro opera di quegli scrittori che, volendo scrivere ancora e non accettando la tradizione realistica, aprirono nuove strade  a questo genere. Come? Concentrandosi su un solo personaggio, un antieroe, come l’esteta dannunziano o l’inetto sveviano: tali figure offrivano una maggiore caratterizzazione psicologica grazie a Freud  e alla scoperta della psicanalisi con l’uso di immagini e tratti somatici in chiave simbolica.

Si fece strada poi il tempo del racconto in maniera deformata, subordinato ai ritmi dell’attività interiore, tramite pensieri e ricordi che tendono a dilatarlo o servendosi dell’Ellissi che ne riduce intere parti.

Importante anche considerare la debolezza dell’intreccio,  costituito da micro unità narrative o tematiche e l’impiego di strategie come il monologo interiore o il flusso di coscienza, strategie che consentono di registrare direttamente ciò che accade all’interno del personaggio.

Il registro linguistico usato, inoltre, è spesso quello della prima persona.

Concludendo, ciò  su cui si basava il romanzo realistico del Settecento o dell’Ottocento si trasforma nel Novecento in maniera profonda: il narratore infatti parla di una realtà soggettiva ma non scientifica, dove il lettore è portato ad assumere una posizione critica sulla realtà  stessa, posizione attiva e riflessiva sul mondo che ha di fronte.

L’opera d’arte, quindi,  sia essa un romanzo, un quadro o una scultura, può fornire una molteplicità  di significati e offrire numerose chiavi interpretative.

Ivana Vaccaroni

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