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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Filosofia dell’anima – Sull’insegnamento del metodo filosofico nella scuola primaria. Sul tempo e sul dolore… da Memé Perlini a Schopenhauer.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – IL TEOREMA RENZI-TAVECCHIO-VENTURA

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per leggere tutto l’articolo)

Rina Brundu

water-2045469_960_720Diversi anni fa, neppure troppi a dire il vero, se mi avessero chiesto quali materie si dovrebbero insegnare ai ragazzi sin dalla più tenera età non avrei avuto dubbi nel dire le lingue e il coding, dunque l’attitudine a ragionare logico. Ultimamente mi sono accorta che non di sola matematica e logica vivono l’uomo e la donna, ma che sarebbe quanto mai opportuno tentare di insegnare, sin da subito, le ragioni del vivere e del morire, dunque il metodo filosofico. Di più, questa importantissima materia dovrebbe prendere quanto prima il posto dell’ora di religione, laddove questa turpe pratica intellettiva viene ancora azionata, e dovrebbe essere rinforzata dove è già proposta, specie tra gli alunni che si mostrano più ricettivi alla stessa.

Cosa mi ha fatto cambiare idea… nel tempo? Il tempo. Scoprendo l’acqua calda ho realizzato che il tempo non è una mera funzione fisica, un fattore di una equazione, una dimensione einsteniana, ma che é anche elemento cronotopico più importante del fattore spazio. Non importa dove siamo, importa che noi siamo destinati a cambiare, a mutare, a diventare agenti portatori di cambiamento o elementi che lo subiscono in virtù dello scorrere del tempo; agenti a volte benefici altre volte patogeni, elementi salutari o nefasti. In qualche caso però, anzi, ad essere completamente onesti, spesso, la differenza tra l’essere l’agente o l’elemento positivo e l’essere l’agente o l’elemento che connota in negativo la fa solo l’ignoranza. Non una ignoranza di nozioni intellettualistiche, ma una ignoranza di cosa sia il vivere e di come si dovrebbe vivere.

Pensiamoci bene: chi ci insegna a vivere? In realtà, nessuno. Non sono regole del vivere le nozioni di galateo, non lo sono i concetti dell’arte educazionale che cambia a seconda dell’età che la incensa (l’età vittoriana docet!), non lo sono i dogmi opinabili di questo o quel credo religioso, men che meno lo sono i precetti che giustificano la passione politica per questa o quella pseudo-dottrina. Il vivere lo si può anche definire come un sistema più complesso di regole piegate alle necessità fisiche contingenti che in alcune situazioni si manifestano direttamente (i.e. un fulmine a ciel sereno colpisce un albero e ne spezza il ramo che ti cadrà sul ginocchio privandoti di un arto per sempre e di fatto condizionandoti di conseguenza), e in altri casi si manifestano come apparenti coincidenze che alcuni (spesso ignoranti delle regole dei grandi numeri) chiamano il fato, il destino (i.e. si sente spesso dire “Tizio è morto perché era arrivato il suo tempo, che si trovasse in quella città in occasione di quel particolare attentato è fattore secondario).

Per quanto mi riguarda, credo che l’arte del vivere, così come quella del morire, sia percorso meno peregrino di ciò che può sembrare, e credo che se tutti noi l’affrontassimo con una maggior coscienza, senza “farci”, doparci, di storielle mitiche anche ignobili seppure proposte con fini lodevoli, ne trarremo maggior giovamento. In che modo? In tanti modi. Penso per esempio a tutte quelle ragazze che si sposano giovanissime quasi come se non attendessero altro, dimenticandosi ad un tempo di vivere e il fatto che la vita è lunga. Ecco, una educazione al vivere portata avanti con un rigoroso metodo filosofico insegnerebbe il valore del sapere attendere per capire meglio, insegnerebbe il valore dell’esperienza che si può fare nostra solamente imparando a “sperimentarci”, facendo, bene o male non importa. Ma insegnerebbe anche a godere l’attimo, ogni istante della nostra vita che, bisogna capirlo, non tornerà più. Dulcis in fundo aiuterebbe a metabolizzare meglio il senso della frase la “vita è lunga”, nonché il fatto che durante tutto quel percorso noi saremmo sempre esseri diversi, in ogni dato istante.

Ma una valida arte del vivere ci preparerebbe anche a morire. A comprendere, per esempio, che il morire è condizione imprescindibile per vivere, ma che forse è pure concetto sopravvalutato: si muore davvero? La risposta è no. O meglio, la mia risposta è no. E’ una convinzione che ho maturato nel tempo. Una convinzione che è figlia delle mie private elucubrazioni ed è diventata più forte con gli anni, anche se più volte mi sono chiesta: perché nella nostra età più giovane non ci insegnavano a ragionare su questi argomenti? Perché eravamo costretti a sorbirci la tiritera del paradiso per gli angeli e dell’inferno per i diavoli? Perché tutta quell’immonda accozzaglia di pensieri bigotti fatti pratica quotidiana, alla stregua di maiali insozzati del fango da loro stessi prodotto? Perché nessun indirizzo verso il metodo?

Sì, me lo sono chiesta spesso, me lo chiedo sempre di più e non trovo risposta, salvo realizzare, talvolta anche con un certo dolore, che questa ignoranza del fare dipende, la maggior parte delle volte, da una nostra pochezza congenita che non fa equazione con un’essere figlia di una nostra “malvagità”. Insomma, a volte ci scopriamo semplicemente inermi, a volte intuiamo che riempire la bocca prima dello spirito è l’appettito istintivo che ci vince: siamo colpevoli per questo? Forse no. Resta il fatto che se non si muore mai per “davvero”, sono in troppi, tra noi, a morire troppo da soli. L’ultimo è stato il regista Memè Perlini che, alla maniera di Monicelli e di tantissimi altri suoi colleghi, e non, ha scelto di mettere fine ai suoi giorni buttandosi giù dalla sua abitazione. La malattia, scrivono alcuni. Sì, certo, la malattia dell’anima che può prendere tutti noi, in qualsiasi momento, ma anche codesto tarlo dell’Essere meglio sarebbe affrontarlo con strumenti più adatti.

Sosteneva il filosofo Schopenhauer che più si raffina la nostra intelligenza più si sente il dolore. Non ne sono interamente convinta: l’urlo dell’anima dello spirito colto non è diverso dall’urlo istintivo munchiano di qualsiasi essere incarnato. Di diverso vi è solo la maggior coscienza nell’emetterlo, anche se da qui la domanda è pure consequenziale e legittima: ma allora perché insegnare il metodo filosofico se la maggior coscienza acquisita porterebbe solo altro dolore? Non saprei. L’unica risposta che mi so dare al momento è che il dolore potrebbe anche essere solo apparenza, potrebbe non esistere; potrebbe essere sempre molto simile al dolore che prova un bruco che diventa farfalla.

C’é insomma anche una possibilità che tale sofferenza “valga la pena”: perché non investigarla meglio, dunque? L’alternativa del resto non mi pare la più degna e come Oscar Wilde il paradiso potrei preferirlo solo per il clima, la compagnia, non ho dubbi, mi farebbe rimettere.

Rina Brundu

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