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Filosofia dell’anima – Fabio, Rosa, Samuele Stochino e le faide di una Sardegna antica.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

 

La “volontà di potenza” renzista più che una degna pulsione infinita verso il rinnovamento, pare una sub-categoria delle filosofie motivazionali new-age in virtù delle quali se “thoughts become things” (i pensieri diventano cose) perché le parole non possono diventare fatti? Detto altrimenti, sembrerebbe che sia perfetta convinzione della corte renzista e di Matteo Renzi in particolare, che basti affermare l’essenza della realtà (pardon, di una data realtà, quella di cui sono convinti e di cui intendono convincere il popolo italiano) per definire quest’ultima. Da qui a venirne fuori con le anelanti e usate dichiarazioni che hanno costellato questi ultimi 30 mesi di laissez-faire politico, economico, amministrativo, il passo è breve: “Il Jobs Act è stato un successo”, “L’Expo è stato un successo”, “La Riforma costituzionale cambierà l’Italia”, “L’Italia è ripartita”… e in ultimo proprio l’odierno “Abbiamo dimostrato di non essere il problema”.

(Dal “Diario dai giorni del golpe bianco” di Rina Brundu, prossimamente).

Rina Brundu

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Giovann’Angela, la donna amata da Samuele Stochino che per averla diventò bandito (source the Net)

La storia di Fabio è nota e l’hanno analizzata esperti di grido: tempo fa un giovanotto gli ha investito la moglie e pochi giorni orsono lui ha ucciso quel giovanotto. Il nome di Rosa invece ho dovuto inventarlo perché non sono state fornite le generalità della ragazza torinese, studentessa di medicina, che oggi, mentre in visita ad un supermercato con i genitori, ha afferrato una scatoletta di tonno l’ha aperta e con il coperchio si è trinciata la carotide. Poi, mentre moriva, ha sussurrato ai due medici che la soccorrevano: “Salvatemi!”.

Dicevo che la storia di Fabio è nota e l’hanno analizzata esperti di “grido”. Come sempre accade in queste situazioni, da questi “esperti” se ne sono sentite pure di tutti i colori. Mi è venuto da sorridere, lo ammetto. Del resto non potrebbe essere altrimenti per una che tanto tempo fa ha vissuto in quella Sardegna interna dove le vendette e conseguentemente le faide familiari erano storia, leggenda, racconto quotidiano, momento temuto. Ci sono zone della mia bellissima isola natale, vedi i villaggi di Orgosolo, di Mamoiada e molte altre località vicine a queste cittadine in cui il vizietto della vendetta ha distrutto intere generazioni di giovani. In alcuni casi non è rimasto più nessuno a raccontare come si siano effettivamente svolti i fatti tanto tempo prima, per dirla con linguaggio da cronaca puntuale, in altre situazioni anche i fatti sono stati completamente dimenticati e sono rimasti solo i cadaveri da seppellire, mentre dati angoli di cimitero sono diventati nel tempo rappresentazione fedelissima di certi vicinati di paese effettivamente esistiti in un passato lontano ma oramai perduti alla memoria.

time_to_kill_posterLa vendetta – proprio come quella messa in atto da Fabio – è stata per secoli l’oppio delle genti di Sardegna. Di fatto da noi non c’é mai stata la mafia o la ‘ndrangheta perché i loro scagnozzi non avrebbero neppure fatto in tempo ad entrare a chiederti il pizzo: prima o poi li avrebbero trovati sgozzati in qualche pertugio di montagna, magari proprio sparati con tre pallettoni in fronte come ha risolto di fare Fabio. Ben inteso, la vendetta privata non è stato vizio dei soli popoli di Sardegna, e a celebrare questo deprecabile atto si sono ingegnati anche personaggi insospettabili come il regista Joel Schumacher nel 1966 con il film “A time to kill”, vero è però che la balentia di noi sardi connotava questa azione di una carica tutta sua, diversa, potentissima, in virtù del quale la “vittima” sapeva diventare carnefice capace di sfidare la terra ed il cielo. Lo stesso Samuele Stochino diventò la celeberrima Tigre d’Ogliastra durante il percorso che lo ha portato a realizzare la sua vendetta privata e, piaccia o non piaccia agli “esperti” di cui sopra, è proprio in virtù di questo suo fare che si è guadagnato la nostra ammirazione imperitura.

Proprio così: come tanti figli di Sardegna io mentirei spudoratamente se negassi l’innata ammirazione che ho per Samuele Stochino! Di questo famosissimo bandito sardo io ne ho sempre ammirato l’etica fiera, un fine a suo modo nobile e ideale e, come tanti, gli rimprovero solamente l’uccisione di una bimba innocente, un qualcosa per cui sono certa la sua anima dovrà rendere conto. Su tutto il resto della sua avventura umana non mi permetto di sindacare così come non mi permetto di sindacare sulle decisioni prese da Fabio. Di fatto, proprio come il regista Schumacher, io penso che in realtà nel nostro percorso esistenziale ci possa pure essere un tempo per uccidere. Tuttavia, penso anche che poi ci sia un momento in cui di quel gesto si debba rendere conto, soprattutto alla giustizia umana, altrimenti si è solamente degli assassini come tutti gli altri.

È doveroso aggiungere però che ho avuto anche la fortuna di conoscere un’altra Sardegna. Una Sardegna più cresciuta “moralmente” che ha saputo anche rinunciare alla vendetta, ha saputo governare l’istinto e confidare nella ragione. Lo confesso, quest’ultima è una Sardegna che ammiro di meno ma approvo di più e di cui vado più fiera. Bisogna saper crescere, infatti, almeno fino a capire che la vendetta non porta a nulla, non risolve i problemi e ne porta di nuovi. E non mi riferisco tanto ai problemi pragmatici consequenziali, ne a opinabili questioni “religiose” da risolvere, quanto piuttosto al conflitto interno nella nostra anima, a quella situazione che non ci restituirà pace fino alla fine dei nostri giorni in terra. Neppure dopo.

Il tempo di uccidere di Rosa invece riguardava solo se stessa. Di questo fatto sconcertante, soprattutto a causa della giovane età della vittima che peraltro aveva anche già dato quasi tutti gli esami alla facoltà di Medicina, mi ha colpito specialmente il grido di aiuto che lei stessa avrebbe lanciato ai due medici che la soccorrevano: “Salvatemi!”, quasi come se Rosa avesse subito capito di avere fatto un errore. Non ho un concetto cristiano del valore della vita e per lo più ritengo che si tratti di esperienza fortemente sopravvalutata. Tuttavia, è indubbio che ci siano “questioni” che circondano le ragioni della nostra esperienza terrena che non ci è dato di capire mentre viviamo e dunque il dilemma rimane: che Rosa dovesse continuare a vivere?

Forse. Certo è però che lei ha scelto un destino diverso e anche questa sua scelta merita rispetto. Che la sua anima possa liberare presto tutto il suo dolore e Rosa possa tornare a splendere come la bella stella che era anche quando non sapeva di esserlo e il cielo sopra di lei la intimoriva come minacciosa spada di Damocle.

Rina Brundu

Anche la storia in Elia è in fondo il racconto di una faida….

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