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Leopardi fra “poesia immaginativa” e “poesia sentimentale”

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

 

La “volontà di potenza” renzista più che una degna pulsione infinita verso il rinnovamento, pare una sub-categoria delle filosofie motivazionali new-age in virtù delle quali se “thoughts become things” (i pensieri diventano cose) perché le parole non possono diventare fatti? Detto altrimenti, sembrerebbe che sia perfetta convinzione della corte renzista e di Matteo Renzi in particolare, che basti affermare l’essenza della realtà (pardon, di una data realtà, quella di cui sono convinti e di cui intendono convincere il popolo italiano) per definire quest’ultima. Da qui a venirne fuori con le anelanti e usate dichiarazioni che hanno costellato questi ultimi 30 mesi di laissez-faire politico, economico, amministrativo, il passo è breve: “Il Jobs Act è stato un successo”, “L’Expo è stato un successo”, “La Riforma costituzionale cambierà l’Italia”, “L’Italia è ripartita”… e in ultimo proprio l’odierno “Abbiamo dimostrato di non essere il problema”.

(Dal “Diario dai giorni del golpe bianco” di Rina Brundu, prossimamente).

Ivana Vaccaroni

leopardiIl Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (1818)  è  il saggio che Leopardi concepisce nella sua prima stagione poetica, quella nella quale esprime la necessità  di rinnovare la poesia, opponendosi alle idee romantiche, in particolare  a quelle di madame de Stael che consigliava di rinnovare temi e linguaggio servendosi dell’apporto di autori stranieri d’oltralpe.

Egli nega che la poesia possa fare progressi, caratteristica che invece si può  attribuire alle scienze.

Ricordiamoci – scrive – che il più  grande e antico poeta, Dante, non ha avuto bisogno di modelli e, di contro, sarà  sempre imitato e mai eguagliato. Noi, del resto, non “abbiamo mai potuto pareggiare gli antichi[…] perché  essi quando volevano descrivere il cielo, il mare, le campagne, si mettevano ad osservare,   e noi pigliamo in mano un poeta, e quando volevano ritrarre una passione s’immaginavano di sentirla… e quando volevano parlare dell’universo vi pensavano sopra, e noi pensiamo il modo in che essi ne hanno parlato…”.

Questa prima stagione poetica di Leopardi si radica nella convinzione dell’antichità come età  poetica per eccellenza, con la probabile esclusione dell’uomo moderno dalla sua fruizione.

Il neoclassicismo di Monti e Foscolo sono ben distanti da quello delle canzoni e degli idilli del recanatese, avvolti da  coscienza e consapevolezza  nuove.

Che cosa ci avvicinava dunque così  tanto agli antichi? La nostra ingenuità di fanciulli:”Io mi ricordo di avere nella fanciullezza appreso coll’immaginativa la sensazione d’un suono così  dolce che tale non s ‘ode in questo mondo; io mi ricordo d’essermi figurate nella fantasia, guardando alcuni pastori e pecorelle dipinte sul cielo d’una mia stanza, tali bellezze di vita pastorale che se fosse concepita a noi così  fatta vita, questa già non sarebbe terra ma paradiso, e albergo non d’uomini ma d’immortali”.

Compito di Leopardi sarà  dunque quello di ritrovare quella felice condizione smarrita attraverso la poesia immaginativa antica, frutto di una condizione di “grazia”, nella quale non si intravedono né consapevolezza del male né dolore e la poesia sentimentale, propria del secolo diciannovesimo che “sgorga dalla filosofia, dall’esperienza, dalla cognizione dell’uomo e delle cose, in somma dal vero, laddove era della primitiva poesia l’essere ispirata dal falso”Zibaldone, 8 marzo 1821.

Ivana Vaccaroni

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