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Della saggezza senza tempo di Diogene il Cinico – Aforismi scelti e l’incontro tra Diogene e Alessandro Magno da Plutarco al rapper Murubutu

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

Macché, macché! Travaglio lo sopravvaluta (nda: sopravvaluta Renzi)…. Questo signore non ha una strategia perché non è capace di averla… Renzi spara cazzate! Il suo grande alleato è la vigliaccheria congenita del sistema politico italiano! E che fai tu, Gruber? Sei diventata una sostenitrice di Renzi? Non ti riconosco più! Cosa pensi possa accadere a un paese come questo guidato da un Premier come questo? Cosa credi sia successo oggi per giustificare la lettera a Repubblica pubblicata senza critiche? Renzi avrà chiamato Calabresi e gli avrà ordinato: “Senti, c’ho una lettera… pubblicamela!”. Un giorno chiamerà Cairo e gli dirà: senti, questa Gruber mi sta sulle scatole, toglila!”.

Giampaolo Pansa, Otto e mezzo (La7), 11 febbraio 2016

Tratto dal Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu.

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diogenes_looking_for_a_man_-_attributed_to_jhw_tischbein[Andando in giro di giorno con la lanterna accesa] Cerco l’uomo.
[Interrogato su quale fosse la sua patria] Cittadino del mondo.
[A chi riteneva beato Callistene perché godeva degli sfarzi di Alessandro] È certo infelice, perché fa la colazione e il pranzo quando fa comodo ad Alessandro.
[A chi diceva che il popolo di Sinope l’aveva condannato all’esilio] Ed io lui a rimanere a casa.
[Interrogato su quale fosse la cosa più bella tra gli uomini] La libertà di parola.
[Mentre si masturbava in un luogo pubblico] Magari potessi placare la fame, stropicciandomi il ventre.
[Interrogato sul perché chiedesse qualcosa ad una statua] Mi alleno a chiedere invano.
[Quando Perdicca minacciò di ucciderlo se non fosse andato da lui] Nulla di straordinario: anche uno scarafaggio e una tarantola saprebbero far questo.
[Ad un tale che gli disse: «Non sono adatto alla filosofia»] Perché vivi se non ti curi di vivere bene?
[Interrogato su quale sia il tempo opportuno per sposarsi] Quando si è giovani non ancora, quando si è vecchi mai più.
[Interrogato su quale vino bevesse volentieri] Quello degli altri.
[Interrogato su quale vantaggio avesse tratto dalla filosofia] Se non altro, l’essere preparato ad ogni evento.
[Interrogato su dove nell’Ellade avesse visto uomini buoni] Uomini buoni in nessun luogo, ragazzi buoni a Sparta.


E qui di seguito quello che è a mio avviso il momento sublime dell’intera storia intellettuale umana, il momento dove un qualcuno di noi è riuscito a  sfiorare il cielo con un dito, letteralmente…

L’incontro tra Diogene di Sinope e Alessandro Magno è uno degli aneddoti più dibattuti della storia della filosofia. Ne esistono molte versioni, e le più note lo citano come prova del disprezzo di Diogene per l’onore, la ricchezza e il rispetto.

Plutarco e Diogene Laerzio sostengono che Alessandro e Diogene morirono lo stesso giorno, nel 323 a.C.[2] Anche se questa coincidenza è sospetta (poiché potrebbe essere oggetto di un’invenzione), l’aneddoto e l’incontro tra i due personaggi, è stato oggetto di molte opere letterarie e artistiche nel corso dei secoli, dagli scritti di Diogene Laerzio alla ricostruzione drammatica dell’incontro fatta da David Pinsker nel 1930 in Aleksandr un Diogene; tra gli scritti del Medioevo, diverse opere di Henry Fielding, e forse anche il Re Lear di Shakespeare. La letteratura e le opere d’arte sul soggetto sono estremamente ampie.[3]

Esistono versioni su versioni dell’aneddoto, le cui origini della maggior parte di esse appaiono, direttamente o indirettamente, tratte dal resoconto dell’incontro fatto da Plutarco, la cui storicità reale è stata messa in dubbio. [3] Molte delle versioni impreziosite dell’aneddoto non nominano uno dei due o entrambi i protagonisti, e alcune sostituiscono Socrate a Diogene.[4]

L’aneddoto originale
Secondo la leggenda, Alessandro rese visita al filosofo Diogene di Sinope e volendo esaudire un suo desiderio gli chiese cosa desiderasse.[5] Secondo la versione narrata da Diogene Laerzio, Diogene rispose “Stai fuori dalla mia luce.” Plutarco ne dà una versione più articolata:

« Poiché molti statisti e filosofi erano andati da Alessandro congratulandosi con lui, questi pensò che anche Diogene di Sinope, che era a Corinto, avrebbe fatto altrettanto. Ma dal momento che il filosofo non gli diede la minima attenzione, continuando a godersi il suo tempo libero nel sobborgo di Craneion, Alessandro si recò di persona a rendergli visita; e lo trovò disteso al sole. Diogene sollevò un po’ lo sguardo, quando vide tanta gente venire verso di lui, e fissò negli occhi Alessandro. E quando il monarca si rivolse a lui salutandolo, e gli chiese se volesse qualcosa, egli rispose “Sì, stai un po’ fuori dal mio sole”.[7] Si dice che Alessandro fu così colpito da questa frase e ammirò molto la superbia e la grandezza di un uomo che non aveva nulla ma solo disprezzo nei suoi confronti, e disse ai suoi seguaci, che ridevano e scherzavano sul filosofo mentre si allontanavano: “Davvero, se non fossi Alessandro vorrei essere Diogene. »
(Plutarco[8])

Ci sono molte varianti minori di ciò che si suppone abbia risposto Diogene ad Alessandro. Secondo Cicerone, Diogene rispose con le parole: “Ora muoviti almeno un po’ fuori dal sole”[9] Secondo Valerio Massimo, Diogene rispose: “Più tardi, per ora vorrei che tu non stessi al sole.”[10] La dichiarazione di Alessandro, “se non fossi Alessandro vorrei essere Diogene.” si trova anche in altre versioni dell’aneddoto.[5]

Nella sua biografia di Alessandro, Robin Lane Fox[11] fissa l’incontro nel 336 a.C., nell’unico anno in cui Alessandro fu a Corinto. L’Alessandro della storia non è il re dei re, sovrano della Grecia e dell’Asia, ma il promettente ed esuberante ventenne figlio di Filippo di Macedonia, alla prima prova del suo coraggio in Grecia. Uno dei discepoli di Diogene, Onesicrito, in seguito si aggregò ad Alessandro e potrebbe essere stato la fonte originale di questa storia, abbellita nel racconto, che appare in Tolomeo I (14.2), Arriano, (Anabasi di Alessandro, 7.2.1) e “Plutarco” Moralia, 331.[12][13] Le altre fonti maggiori sono quelle di Cicerone Tusculanae disputationes 5.32.92; Valerio Massimo Dictorum factorumque memorabilium 4.3. ext. 4; Plutarco Alexander 14; e Diogene Laerzio 6.32, 38, 60, e 68.[14]

La storicità dei racconti di Plutarco e altri è stata messa in discussione, non da ultimo da G.E. Lynch nel suo articolo su Diogene in Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology. Lynch sottolinea il fatto che Alessandro non aveva ancora il titolo che gli viene attribuito da Plutarco (monarca), in quanto lo ebbe solo dopo aver lasciato la Grecia, e considera questo un problema abbastanza importante nella valutazione dell’aneddoto nel senso che (a parte l’idea che Diogene viveva in una botte) dovrebbe essere “bandita dalla storia”. “Considerando quali ricchi aneddoti così particolari una persona come Diogene avrebbe potuto raccontare,” continua Lynch, “non dobbiamo meravigliarci se alcuni sono giunti fino a noi e sulla loro genuinità è lecito avere qualche dubbio.”[3][15] A.M. Pizzagalli suggerisce che il racconto ha le sue origini nell’incontro tra Alessandro e i Gimnosofisti in India, ed è stato tramandato nei circoli buddisti.[3][16]

Ci sono variazioni significative tra i diversi racconti. Alcuni sostengono che l’incontro tra Diogene e Alessandro avvenne a Corinto, altri ad Atene e alcuni ancora in un Metroon. Inoltre, come osservato in precedenza, il racconto di Diogene Laerzio è suddiviso in due parti. Al 6.38 vi è la richiesta di Alessandro e la risposta di Diogene “Stai fuori dalla mia luce!”. Alessandro con i suoi seguaci è tuttavia, a 6.32. A 6.68, D.L. da una terza versione dell’aneddoto, con Alessandro che risponde “è una buona cosa” ad una domanda di Diogene. A 6.60, D.L. da ancora una quarta versione, questa volta con le due introduzioni interscambiabili: “Io sono Alessandro il grande, re” e “io sono Diogene il cane”.[3]

Nei suoi Dialoghi della morte (13), Luciano di Samosata immagina un incontro tra Alessandro e Diogene agli Inferi. Il filosofo, una volta di più, punge le pretese di Alessandro e gli prescrive un rigido getto d’acqua del Lete.

Interpretazione di Dione Crisostomo
Dione Crisostomo, nella sua quarta orazione sulla regalità,[17] attribuisce una semplice morale all’aneddoto: le persone che sono schiette e franche hanno lo stesso rispetto per gli altri di quello che hanno per se stessi, mentre i codardi considerano queste persone come nemici. Un buon re rispetterà e tollererà il candore di un critico moralmente sincero (sia pure che esso debba aver cura di stabilire quali critici siano veramente sinceri, e quali stanno semplicemente fingendo sincerità), e la risposta di Diogene ad Alessandro è una prova di Diogene. Il suo coraggio nel rischiare di offendere Alessandro, senza sapere se avrebbe tollerato tale comportamento, lo indica come onesto.[18]

Interpretazione di Peter Sloterdijk
Secondo Peter Sloterdijk, nel suo Critique of Cynical Reason, questo è “forse l’aneddoto più noto dell’antichità greca, e non senza giustizia”. Egli afferma che “Questo dimostra, in un sol colpo, cosa l’antichità intendesse per saggezza filosofica; non tanto una conoscenza teorica, ma piuttosto uno spirito infallibile sovrano [… ] egli uomo saggio […] volta le spalle al principio personale di potere, all’ambizione e alla voglia di essere riconosciuto. Egli è il primo che è abbastanza disinibito per dire la verità al principe. La risposta di Diogene ‘nega non solo il desiderio di potere, ma il potere del desiderio in quanto tale’.”[19]

Interpretazione di Samuel Johnson
Samuel Johnson scrisse su questo aneddoto. Piuttosto che in relazione con il cinismo di Diogene la questione va messa in relazione con il tempo e l’uscita di Alessandro dalla luce del sole significherebbe lo spreco del tempo degli altri fatto da altre persone[1] “Ma se le opportunità di beneficenza sono negate dalla fortuna,” scrive Johnson, “l’innocenza, almeno, dovrebbe essere vigilmente preservata. […] il tempo […] dovrebbe, al di sopra di ogni cosa, essere libero da invasioni; e tuttavia non c’è uomo che non rivendichi il potere di perdere quel tempo che è il diritto degli altri”.[20]

Interpretazioni moderne
Nel 2005, Ineke Sluiter analizzò la prossemica dell’incontro, osservando che una caratteristica comune degli aneddoti era che Alessandro si avvicinò a Diogene, invertendo le consuete posizioni fra regalità e gente comune in cui quest’ultimo sarebbe dovuto essere fisicamente sottomesso. In questo modo, Diogene comunica la sua cinica indifferenza alle convenzioni in maniera non verbale. [21]

Ristrutturazione e reinterpretazione medievale
L’aneddoto fu molto popolare tra gli studiosi medievali, a causa della sua menzione negli scritti di autori che erano popolari in quel periodo: Cicerone, Valerio Massimo e Seneca. Valerio Massimo commenta “Alexander Diogenem gradu suo diuitiis pellere temptat, celerius Darium armis” (4.3. ext. 4). Seneca dice “multo potentior, multo locupletior fuit [Diogenes] omnia tunc possidente Alexandro: plus enim erat, quod hic nollet accipere quam quod ille posset dare.”, e aggiunge “Alexander Macedonum rex gloriari solebat a nullo se beneficiis uictum.” (De beneficiis 5.4.3; 5.6.1).[22]

Questi commenti sono stati ampiamente riprodotti. Il pensiero filosofico nel Medioevo concordava con quello di Seneca, in particolare: Alessandro, il quale si vantava del fatto che nessuno poteva superarlo in fatto di liberalità, venne superato da Diogene, che si dimostrò il migliore uomo in tutte le cose, rifiutando di accettare da Alessandro qualsiasi cosa ad eccezione di ciò che questi non poteva dargli. Diogene richiese ad Alessandro di restituirgli la luce del sole, qualcosa che Alessandro non poteva dargli; e l’implicazione del racconto è che tutti i buoni doni vengono da Dio.[4][22]

Una versione diversa dell’aneddoto, che comprendeva il nuovo materiale, ha cambiato il fulcro della storia, e ha causato la perdita della suddetta morale. Questa versione ha raggiunto l’Europa attraverso la Disciplina Clericalis e si può trovarla anche nelle Gesta Romanorum. In essa, l’incidente della luce solare viene spinto in una posizione subordinata, mentre l’obiettivo principale, di Diogene era quello di identificare Alessandro come “il servo del suo servo”. In questo aneddoto modificato, Diogene afferma ad Alessandro che la sua (di Diogene) volontà è soggetta alla sua ragione, mentre la ragione di Alessandro è soggetta alla sua volontà. Pertanto Alessandro è il servo del suo servo. La storia di bloccare la luce del sole, in questa versione, è solo una breve questione introduttiva; e, infatti, il racconto non è nemmeno detto come un incontro tra Diogene e Alessandro, ma come tra Diogene e i servi di Alessandro.[4][22]

Will is my man
Will is my man and my servant,
And evere hath ben and evere schal.
And thi will is thi principal,
And hath the lordschipe of thi witt,
So that thou cowthest nevere yit
Take o dai rests of thi labour;
Bot forto ben a conquerour
Of worldes good, which mai noght laste,
Thou hiest evere aliche faste,
Wher thou no reson hast to winne.
Confessio Amantis, John Gower, III, 1280–1289[4]

Fu quest’ultima forma di aneddoto che divenne popolare al di fuori dei circoli accademici nel Medioevo. La prima versione, incentrata sulla luce solare incidente, è stata limitata principalmente, per popolarità, ai soli studiosi.[22] John Gower presentò questa versione nel suo Confessio Amantis. In Confessio l’incontro avviene tra opposti. Alessandro incarna un inquieto, terreno, conquistatore, considerando che Diogene è l’incarnazione della virtù filosofica: controllo razionale, pazienza e sufficienza. Alessandro brama il mondo e lamenta il fatto che non ha più niente da conquistare (“al the world ne mai suffise To will which is noght reasonable” — Confessio Amantis III 2436–2437) mentre Diogene si accontenta di non più che poche necessità della natura.[4]

Il racconto di Gower usa i nomi autentici di Diogene e Alessandro, e questi sono i due personaggi nella maggior parte delle versioni medievali dell’aneddoto. Tuttavia, questo non è il caso per la Disciplina Clericalis né per il Gesta Romanorum, le prime apparizioni di questo aneddoto modificato. Nel primo caso, l’incontro è tra un re senza nome e Socrate; nel secondo, è tra Socrate e Alessandro. Secondo John David Burnley, questo suggerisce che l’aneddoto, almeno in questa forma, era destinato ad essere esemplificativo, piuttosto che una verità letterale. Non importava indicare con precisione i personaggi coinvolti, in quanto erano forme idealizzate, piuttosto che personaggi storici letterari. Essi simboleggiavano il conflitto tra un filosofo / critico e un re / vincitore, ed era la struttura dell’aneddoto ad essere importante, piuttosto che le identità specifiche dei protagonisti. Socrate è buono come Diogene proprio per questo scopo, anche se Alessandro è favorito come re, semplicemente perché nel Medioevo era diventato l’archetipo del conquistatore ed era considerato il più famoso della storia. [4]

L’incontro appare in numerose opere del teatro elisabettiano come Campaspe di John Lyly. L’opera di Shakespeare, Re Lear potrebbe aver inteso parodiare questo aneddoto quando Re Lear incontra Edgar, figlio di Gloucester, vestito di stracci e dice: “Fammi parlare con questo filosofo”.[3][23]

Dialogo di Henry Fielding
Henry Fielding riscrisse l’aneddoto in A Dialogue between Alexander the Great, and Diogenes the Cynic, pubblicato nella sua Miscellanies nel 1743.[24][25] La versione di Fielding della storia usa di nuovo Alessandro come una rappresentazione idealistica del potere e Diogene come una rappresentazione idealistica della riflessione intellettuale. Tuttavia, egli ritrae due uomini fallibili. Entrambi sono verbalmente abili, e impegnano l’un l’altro, ma entrambi sono dipendenti dal sostegno di altri per il peso delle loro argomentazioni.[24] Fielding non ama nessuno dei due personaggi, e nella sua versione dell’aneddoto ognuno dei due serve ad evidenziare la crudeltà e la cattiveria dell’altro.[26] La falsa grandezza del conquistatore è mostrata in opposizione alla falsa grandezza del non fare filosofico, la cui retorica non porta a termine l’azione.[27]

(tratto da Wikipedia Italia)


diogenes_von_sinopeDiogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico[1] o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l’antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia.[2]

Biografia

La principale fonte di informazioni sulla sua vita è fornita dall’opera di Diogene Laerzio.[3][4] Secondo lo storico il padre di Diogene, Icesio, un cambiavalute, fu imprigionato oppure esiliato perché accusato di contraffare le monete. Diogene si trovò anch’egli sotto accusa, e si spostò ad Atene con un servo che poi abbandonò, dicendo: «Se Mane può vivere senza Diogene, perché non Diogene senza Mane?».[4] Attratto dagli insegnamenti ascetici di Antistene, divenne presto suo discepolo, a dispetto della rudezza con la quale era trattato e del fatto che costui non lo voleva come allievo, ma ben presto superò il maestro sia in reputazione che nel livello di austerità della vita.[4] Le storie che si raccontano di lui sono probabilmente vere; ad ogni modo, sono utili per illustrare la coerenza logica del suo carattere e la sua irriverenza. Si espose alle vicissitudini del tempo vivendo in una piccola botte aperta che apparteneva al tempio di Cibele. Distrusse l’unica sua proprietà terrena, una ciotola di legno, vedendo un ragazzo bere dall’incavo delle mani.[4]

In viaggio verso Egina, venne fatto prigioniero dai pirati e venduto come schiavo a Creta ad un uomo di Corinto chiamato Xeniade (o Seniade). Venendo interrogato sul suo prezzo, replicò che non conosceva altro scambio possibile che quello con un uomo di governo, e che desiderava essere venduto ad un uomo che avesse bisogno di un maestro.
Fu comprato e manomesso da Xeniade, diventando tutore dei suoi due figli[5] nonché suo amministratore domestico, e visse a Corinto per il resto della sua vita, che dedicò interamente a predicare le virtù dell’autocontrollo e dell’autosufficienza, abitando in una botte. Ai Giochi Istmici tenne discorsi a un pubblico consistente che lo seguiva dal periodo di Antistene.[4]

Fu probabilmente ad uno di quegli eventi che incontrò Alessandro Magno.

« Il re in persona andò da lui e lo trovò che stava disteso al sole. Al giungere di tanti uomini egli si levò un poco a sedere e guardò fisso Alessandro. Questi lo salutò e gli rivolse la parola chiedendogli se aveva bisogno di qualcosa; e quello: “Scostati un poco dal sole”. A tale frase si dice che Alessandro fu così colpito e talmente ammirò la grandezza d’animo di quell’uomo, che pure lo disprezzava, che mentre i compagni che erano con lui, al ritorno, deridevano il filosofo e lo schernivano, disse: “Se non fossi Alessandro, io vorrei essere Diogene”. »
(Plutarco, Vite parallele, Vita di Alessandro Magno, 14)

Diogene Laerzio, a differenza di Plutarco, riferisce che successivamente, forse irritato dalla mancanza di rispetto, Alessandro, per farsi gioco di lui che veniva chiamato “cane”, gli mandò un vassoio pieno di ossi e lui lo accettò ma gli mandò a dire: Degno di un cane il cibo, ma non degno di re il regalo.[4]

Alla sua morte, avvenuta a 89 anni proprio nel periodo in cui anche Alessandro Magno stava concludendo la sua esistenza, sulla quale ci sono più testimonianze, i Corinzi eressero un pilastro alla sua memoria, sul quale v’era, inciso, un cane di marmo pario.

«Soleva anche dire che nella vita assolutamente nessun successo è ottenibile senza strenuo esercizio, e che questo è capace di vincere qualunque ostacolo. È dunque necessario che quanti scelgono le fatiche che sono in armonia con la natura, invece di quelle improficue, vivano felicemente; mentre coloro che scelgono, contro natura, la dissennatezza siano infelici. Lo stesso abito acquisito di spregiare il piacere fisico è piacevolissimo; e come quanti sono abituati ad una vita piacevole si dispiacciono se vanno incontro al suo contrario, così coloro che sono esercitati al loro contrario spregiano con gran piacere proprio i piaceri fisici. Di questo genere erano i discorsi che faceva e che dimostrava mettendoli in pratica: contraffacendo effettivamente la moneta, non concedendo alla legalità l’autorità che invece concedeva alla natura, e affermando di condurre la stessa sorta di vita che era stata di Eracle, il quale nulla anteponeva alla libertà. »
(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI, 71)

La virtù, per lui, consisteva nell’evitare qualsiasi piacere fisico superfluo: tuttavia Diogene rifiuta drasticamente, non senza esibizionismo, le convenzioni e i tabù sociali, oltre che i valori tradizionali come la ricchezza, il potere, la gloria[6]; sofferenza e fame erano positivamente utili nella ricerca della bontà; tutte le crescite artificiali della società gli sembravano incompatibili con la verità e la bontà; la moralità porta con sé un ritorno alla natura e alla semplicità. Citando le sue parole, «l’Uomo ha complicato ogni singolo semplice dono degli Dèi». È accreditato come uno strenuo sostenitore delle sue idee, al punto da arrivare a comportamenti indecenti; tuttavia, probabilmente, la sua reputazione ha risentito dell’indubbia immoralità di alcuni dei suoi eredi.[4] Diogene rivendica la libertà di parola, ma rifiuta la politica, rivelando un concetto proto-anarchico.[4][7]

« Tutto appartiene agli dei; i sapienti sono amici degli dei; i beni degli amici sono comuni. Perciò i sapienti posseggono ogni cosa »
(Diogene di Sinope, citato da Diogene Laerzio[4])

Secondo quanto tramanda Diogene Laerzio, Diogene fu anche la prima persona conosciuta ad aver utilizzato il termine «cosmopolita». Difatti, interrogato sulla sua provenienza, Diogene rispose: «Sono cittadino del mondo intero».[8] Si trattava di una dichiarazione sorprendente in un’epoca dove l’identità di un uomo era intimamente legata alla sua appartenenza ad una polis particolare.[4] Al filosofo megarico Diodoro Crono, che negava il movimento, Diogene rispose semplicemente mettendosi a camminare.[4]

Inoltre, la messa in pratica degli ideali di ascetismo in netta opposizione al conformismo imperante gli meritò il soprannome di “cane”:

« Durante un banchetto gli gettarono degli ossi, come a un cane. Diogene, andandosene, urinò loro addosso, come fa un cane. »
(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI, 46)

Diogene riteneva, infatti, che gli esseri umani vivessero in modo artificiale e ipocrita e che dovessero essere più liberi. Oltre a praticare in pubblico le fisiologiche funzioni corporee senza essere a disagio, un sapiente mangerà di tutto, e non si preoccuperà di dove dorme, vivendo in modo naturale nel presente senza preoccupazioni.[4]

Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come “critico” pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva, e di dimostrare con l’esempio che la saggezza e la felicità appartengono all’uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell’ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione.[4]

Una volta uscì con una lanterna di giorno, e, alla domanda su che cosa stesse facendo, rispose: “cerco l’uomo!”,[9] non intendendo con questo però “un uomo onesto”, come pensano alcuni, in quanto l’onestà non era certo, come invece oggi, una delle più pregnanti esigenze civili del mondo greco del quarto secolo a.C. Egli invece cercava qualcuno che avesse le qualità che ci si aspetterebbe di trovare nell’uomo naturale, come spiegano, tra i tanti, Giovanni Reale e Dario Antiseri: “… (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice.”[10]

Uno degli aspetti più clamorosi della sua filosofia era di conseguenza il suo rifiuto delle normali concezioni sulla decenza. Secondo gli aneddoti, Diogene mangiava in pubblico, viveva in una botte, defecava nel teatro pubblico, e non esitava ad insultare apertamente i suoi interlocutori. Diogene svolgeva in pubblico anche atti sessuali. I suoi ammiratori lo consideravano un uomo devoto alla ragione e di onestà esemplare. Per i suoi detrattori era un folle fastidioso e maleducato.[4]

Opere
Come scrive Diogene Laerzio, si solevano attribuire a Diogene 14 dialoghi[11] e 7 tragedie.[12] Tuttavia lo stesso Laerzio afferma poco oltre: «Sosicrate nel primo libro delle Successioni, e Satiro nel quarto libro delle Vite affermano che nessuna di tali opere è di Diogene. Satiro afferma anche che le tragedie sono di Filisco di Egina, un conoscente di Diogene. Sozione nel settimo libro afferma che soltanto queste sono opere di Diogene: Sulla virtù, Sul bene, Erotico, Il Poveraccio, Tolmeo, Pordalo, Casandro, Cefalione, Filisco, Aristarco, Sisifo, Ganimede, Detti sentenziosi, Lettere».[13]

Diogene nell’arte e nella cultura

Diogene, raffigurato in un particolare della scuola di Atene di Raffaello Sanzio
Sia nei tempi antichi che in quelli moderni, la sua personalità ha attirato molti scultori e pittori. Busti e statue antichi esistono nei Musei Vaticani e al Louvre.[14] L’incontro tra Diogene e Alessandro è rappresentato anche in un bassorilievo del XVIII secolo di Villa Albani. Rubens, Jordaens, Steen, Van der Werff, Jeaurat, Salvator Rosa e Karel Dujardin hanno dipinto numerosi episodi della sua vita.

Diogene ha ispirato anche il nome del Diogenes Club, un immaginario club londinese per gentiluomini inserito da Sir Arthur Conan Doyle in vari racconti di Sherlock Holmes.

Diogene il Cinico, oppure Diogene di Apollonia, viene citato da Dante nel Canto IV dell’Inferno (Divina Commedia), fra gli spiriti magni che quest’ultimo incontra nel primo Cerchio o Limbo; il poeta lo descrive accanto a Democrito, Anassagora, Talete, Empedocle, Eraclito e Zenone di Elea (o Zenone di Cizio):

« Democrito che ‘l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone. »
(Inferno, IV, vv. 136-138)

A Diogene è dedicato il brano del rapper Murubutu, intitolato appunto Diogene di Sinope e la scuola cinica.

(tratto da Wikipedia Italia)

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1 Comment on Della saggezza senza tempo di Diogene il Cinico – Aforismi scelti e l’incontro tra Diogene e Alessandro Magno da Plutarco al rapper Murubutu

  1. molto interessante!!

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