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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

SICILIA 1943

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

“M”? Aldo Grasso ha scritto che il titolo del programma sperimentale“M” del Michele Santoro schiacciato verso Rignano, sia stato ispirato dal Fritz Lang del mostro di Dusseldorf. Curioso! Io di primo acchitto ho pensato alla Teoria M di Ed Witten che non ha mai chiarito in pieno il significato della consonante, ma poi ho cambiato idea: un renzista che si occupa di mondo subatomico senza tornaconto? No, “schiacciato” per “schiacciata”, è molto più probabile che la “M” stia per la terza inevitabile opzione! (Rina Brundu)

Tommaso Mondelli

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Phil Stern – Comiso 1943

L’estate di quell’anno era appena seguita alla primavera e l’asse italo-tedesco rimase seduto sul proprio fondo schiena, in Europa e in Africa. Gli anglo-americani avevano inghiottito la Libia, e ora erano a due passi da casa nostra. L’intenzione di entrare senza chiedere il permesso, era abbastanza eloquente.  L’estate, in quel periodo appariva molto calda, e le stesse parole del Duce, su un giornale dell’isola erano categoriche: “Onori per chi combatte, disprezzo per chi s’imbosca e piombo ai traditori di ogni rango e razza” e in neretto, sembrava volessero essere prese sul serio. La minaccia era un fatto interno al paese proveniente dal capo dell’esecutivo. Il giornale chiuse il discorso con una formale rassicurazione al paese nel voler dire che, chi si fosse apprestato a invadere il sacro suolo della patria, ci sarebbe stato qualcuno disposto a spegnere quel sogno già sul bagnasciuga.

 

Era una giornata limpida e assolata d’inizio luglio. Il comandante del reparto ordinò il raduno di ufficiali e sottufficiali in una di quelle mattine, intorno alle dieci, in piena campagna di grano mietuto, all’ombra di una quercia centenaria, sotto la quale era stata collocata una tavola imbandita. Tenne un breve discorso sui nostri doveri verso la patria e precisò di fare del nostro meglio  per salvare la pelle. Alla fine incoraggiò un arrembaggio su pasticcini e bevande di buona qualità.  Sciolse l’adunata e si allontanò col suo aiutante. Fu l’ultima volta che si fece vedere. Gli eserciti anglo-americani erano già sbarcati da qualche giorno, e avevano quasi consolidate le loro posizioni intorno al lido di Sciacca.

Un fatto mi apparve molto strano. Un pomeriggio, camminavo in un campo di grano mietuto dove, a una certa distanza, erano posti allineati e legati i nostri muli. Da loro non ero molto distante, e badavo che non ci fosse nulla d’irregolare. Un aereo da caccia col muso rosso fece un paio di giri e si allontanò, senza aver sparato nemmeno un colpo, né a me e neppure ai muli allineati, e certamente non per essere privo di munizioni. Passò come per controllare, da padrone, se tutto fosse in ordine e niente d’irregolare.

Solo i tedeschi, ci fu dato di sapere, opposero qualche resistenza alle forze Alleate, già imbarcate nei giorni precedenti. Il fatto stesso che ci vennero incontro con una camionetta, in prima linea, invece che con i carri armati, dimostrava qualcosa di sorprendente.

Sembrava tutto ovvio e naturale, provammo la medesima sensazione vissuta quando, due anni prima, noi militari occupammo la Jugoslavia nella primavera del 1941, e non fu molto diverso dalle sensazioni percepite nel 1940, precedente all’invasione della Francia. L’atmosfera che vi regnava era di un’incolpevole indifferenza. Come dire, in quell’occasione in Sicilia: stiamo cambiando alleanza, avanti un altro. I tedeschi se ne andavano e arrivavano gli americani.

Un paio di giorni dopo, ricevemmo l’ordine di levare le tende dalla zona collinare del trapanese, dove eravamo dislocati da qualche mese, e precisamente nel minuscolo comune di Vita. Ci invitarono a prepararci a marce forzate, uomini e quadrupedi, sulle proprie gambe. La partenza avvenne verso sera e ricordo di aver attraversato alcuni abitati, tra cui quello di Castelvetrano. Lo raggiungemmo il mattino successivo, per una pausa rancio e per governare gli animali. Vedemmo un cavallo che correva libero, con una mascella penzoloni, causata da una ferita provocata dalla scheggia di una bomba. Poverino!

Verso l’imbrunire riprendemmo la marcia poiché, con la luce del giorno, gli aerei da caccia ci avrebbero notato e massacrato. Eravamo però all’oscuro dei motivi di quel trasferimento, e del luogo verso cui ci stavamo dirigendo, anche se si vociferava che avremmo dovuto passare per Montelepre, Palermo, per poi imbarcarci a Termini Imerese, o raggiungere Messina e il continente.

A notte fonda le strade di Palermo, come di altri centri abitati, erano assiepate di gente che ci salutava, ci applaudiva con calore e ci supplicava di non opporre resistenza, per non farci ammazzare inutilmente. Io stesso fui più volte invitato a uscire dai ranghi per essere fornito di abiti civili, ma non accolsi l’invito. Il reparto comprendeva una grande maggioranza di militari di origine siciliana, i quali chiesero il permesso di potersi allontanare un attimo per salutare i famigliari, e raggiungermi subito dopo. Non li vidi mai più ritornare.

Durante la tarda mattinata raggiungemmo la città di Bagheria e stavamo accostandoci a un aranceto per preparare il rancio, però non ricordo di averlo consumato.

Eravamo rimasti, il tenente ed io, a rifiutare il disprezzo del Duce. Sul ciglio della strada si avvicinò un civile per dirci: “Gli americani sono a Termini Imerese”. Eravamo veramente in pochi. Raccogliemmo dei bigliettini lanciati dagli aerei, che ordinavano di non opporre resistenza perché, in caso contrario, delle conseguenze ne sarebbero stati responsabili gli ufficiali. Potevamo noi due e gli addetti alla cucina affrontare gli americani? Le munizioni non sarebbero bastate che per pochi minuti di fuoco. Di lì a poco, si avvicinò una Jeep con due militari americani a bordo, e noi li avremmo potuti fare prigionieri, ma per quanto tempo? Non ci avrebbero nemmeno preso sul serio! Loro sapevano già tutto di noi, ed erano venuti per dirci di pazientare, in attesa di un mezzo di trasporto. Io, il tenente e i cuochi non facemmo gli eroi e non ci imboscammo. Ci accodammo agli eventi per salvare la nostra pelle, come ci era stato suggerito dal nostro comandante.

Un automezzo ci raggiunse e caricò tutti quanti, per condurci e alloggiarci in un vecchio campo abbandonato dai tedeschi in fuga, nei pressi di Agrigento. Nel magazzino c’era del cibo che i tedeschi non fecero in tempo a portare  via. Consumammo il rancio lì, con una scatoletta di crauti e patate bollite, condite con grasso di maiale. Una vera schifezza, ma avevamo fame.

Tommaso Mondelli

Il seguito si trova nel mio libro:

 “Settimane bianche e crociere a costo zero – di un ragazzo partito soldato”. 

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Lo disse… Nietzsche

Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi. -- (---) -- Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

Lo disse… OSHO

Non voglio seguaci, persone ubbidienti. Voglio amici intelligenti, compagni di viaggio.

Lo disse… NEWTON

Platone è il mio amico, Aristotele è il mio amico, ma il mio migliore amico è la verità.

Lo disse… Diogene il Cinico

(ad Alessandro che gli chiedeva cosa potesse fare per lui) “Sì, stai un po’ fuori dal mio sole”

Lo disse… Joseph Pulitzer

Presentalo brevemente così che possano leggerlo, chiaramente così che possano apprezzarlo, in maniera pittoresca che lo ricordino e soprattutto accuratamente, così che possano essere guidati dalla sua luce.

info@ipaziabooks.com

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