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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

MARE DELLA DISTRUZIONE, o del paradosso della vita

L’AFORISMA DEL GIORNO – DAILY QUOTE

Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende, vado in un’altra stanza a leggere un libro.
(Groucho Marx)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

Essere liberi nella propria mente e nel proprio spirito, senza alcuna sudditanza esteriore, e al contempo coltivare una scrupolosa obbedienza interiore alla verità (o, che è lo stesso, al bene, alla giustizia, alla bellezza, all’amore): questo è il senso di un sito come Rosebud, ed è questo l’obiettivo che promuove la Redazione. (Vito Mancuso aka Rina Brundu)

Riccardo Alberto Quattrini

onda«Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l’acqua. Niente ostacoli – essa scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di le».

(Lao Tzu)

Ho visitato al Palazzo Reale di Milano le opere di Katsushika Hokusai. Artista eccentrico e meticoloso che deve la sua origine e la popolarità alla sua opera più famosa “La grande onda di Kanagawa”. In una carriera lunga più di sessant’anni esplorò varie forme d’arte cimentandosi nella produzione di xilografie a soggetto teatrale.

Ma perché divenne tanto importante?

Inondazioni e diluvi hanno sempre impressionato l’uomo fin dall’antichità alimentando le leggende bibliche. Le origini dell’atmosfera e degli oceani sono legate indissolubilmente. Il Sole è destinato a prosciugare le acque in un processo che durerà centinaia di milioni di anni.

Non avremo più maremoti quando non ci sarà più il mare. Ma è grazie a lui se la Terra, nella sua lunga storia, ha trovato l’equilibrio da cui è nata la vita.

Dunque l’acqua che cancella la vita. Che giunge inaspettata  e inarrestabile, come obbedendo a un richiamo cosmico, incomprensibile per l’uomo.

Gran parte dei miti ha origine dalla sconfinata fantasia umana, ma alcune di queste storie trasmesse per tradizione orale sono ispirate a eventi geologici realmente accaduti: romanzandone i protagonisti, i nostri antenati provavano a spiegare fenomeni naturali altrimenti incomprensibili, e ad esorcizzare la paura di nuove catastrofi.

Nelle narrazioni mitologiche del diluvio, l’acqua è una potenza negativa. Secondo la Bibbia, è Dio stesso a decretare la fine di ogni essere vivente. In un’altra leggenda, Satana diventa un fiume impetuoso. Acqua, dunque, che cancella la vita. Che giunge inaspettata e inarrestabile, come obbedendo a un richiamo cosmico, incomprensibile per l’uomo.

Forse, nella leggenda antichissima di un diluvio universale è sepolta la memoria di un cataclisma.

Nel resoconto più antico di un diluvio, inserito nel poema mesopotamico di Gilgamesh, Utnapishtim è l’eroe pluricentenario che sopravvisse al diluvio scatenato dagli dei come punizione divina. Utnapishtim (il protagonista che corrisponde a Noè) descrisse le scene di devastazione causate dalla pioggia inarrestabile. Raccontò a Gilgamesh la sua storia, rievocando il tempo in cui gli dei bramarono di distruggere l’umanità. Utnapishtim è orgoglioso della propria esperienza, che sa descrivere con accenti appassionati, sia nello scoramento del paesaggio sia nell’emozione del placarsi della tempesta, quando racconta l’attimo in cui comprende che l’errare della sua nave è ormai giunto al termine: «Aprii allora lo sportello e la luce baciò la mia faccia. Mi abbassai, m’inginocchiai e piansi».

L’interpretazione ebraica del diluvio fa invece del Dio d’Israele il vero protagonista. È infatti una decisione divina a decretare la fine di ogni essere vivente (Gen. 6.13). il diluvio biblico è concepito come una punizione, come un segno del dolore divino per i peccati degli uomini. Allo stesso tempo è ancora Dio a scegliere chi dovrà scampare al cataclisma.

Noè, l’eroe, non è un prode valoroso, ma un uomo giusto, che ha l’umiltà di piegarsi al volere supremo. Egli esegue diligentemente i comandi del Signore e, nel giorno in cui  si rompono tutte le fonti del grande abisso (Gen. 7.12), entra nell’arca assieme a sua moglie, ai suoi figli e a ogni specie di animale. A quel punto il Signore stesso chiude l’arca dietro di lui (Gen. 7.16) per dare libero sfogo alla propria ira contro la malvagità del genere umano. Per centocinquanta giorni, Dio pare non curarsi della sorte di Noè e dell’arca, che galleggia sulle terre emerse, e si ricorda di lui solo dopo aver  compiuto lo sterminio.

Se la Bibbia tace, sostanzialmente, sulle scene di distruzione portate dal cataclisma, racconta invece, con immagini poetiche, la faticosa riconquista della normalità. Si ricorderà la colomba che torna con l’ulivo nel becco. Il ritorno che costituisce uno dei passi più celebri dell’intera cultura occidentale, è solo una tappa intermedia  che non soddisfa il patriarca del quale s’indovina una remota cautela marinara.

Secondo un antica credenza mediterranea, narrata da Plutarco, la colomba che ritorna è infatti segno dell’ingrossarsi di una tempesta, mentre quando essa s’invola il tempo volge al meglio.

La complessità simbolica di questo episodio biblico ha nutrito per centinaia di anni l’esegesi ebraica. Nella qabbalah medievale, la forza oscura delle acque, e il fato singolare di Noè, sono stati interpretati come poli di una lotta archetipica tra male e bene.  Il più rappresentativo testo della Qabbalah, Sefer ha-Zohar (Il Libro dello Splendore), composto alla fine del Duecento, l’entrata di Noè nell’arca viene descritta come un evento epocale, deciso da Dio per salvare l’archetipo dello tzaddiq, (il giusto). L’infuriare del diluvio esprimeva infatti, per l’autore, il prevalere dell’attributo del rigore divino, impersonato dall’angelo della morte: «Quando l’angelo distruttore scende in questo mondo, chiunque non si ripari al chiuso mette a repentaglio la propria vita… per questo è scritto a proposito di Noè, che il Signore poi chiuse l’arca dietro di lui (Gen. 7.16), affinché egli non si mostrasse all’angelo distruttore e questi non l’avesse in suo potere.

Nello Zohar è del resto più volte espressa la credenza che gli araldi della punizione divina possano colpire solamente chi rientri nel loro campo visivo, giacché si riteneva che le forze devastatrici della natura fossero guidate da un angelo, che annientava «chiunque si mostrasse davanti a lui».

In questi racconti, dunque, l’acqua, come elemento ribelle, pare personificazione di un principio che si oppone all’ordine divino e che rappresenta quindi una minaccia alla stabilità del creato. Questa identificazione con l’energia letale dell’acqua rappresenta il grado estremo di una scala simbolica della negatività. Il fiume-demone è personificazione di un’angoscia collettiva, dell’antico terrore per la liquida morte.

Il paradosso è che le devastazioni e le tragedie legate alle inondazioni, sono gli stessi che, ragionando in tempi lunghi, hanno reso il nostro Pianeta un luogo privilegiato del sistema solare, dove la vita ha potuto svilupparsi ed evolvere.

Dunque, tsunami o maremoti sono due grandi masse d’acqua liquida, cioè l’oceano, e, sotto all’oceano, uno strato solido e rigido, la litosfera terrestre, che però si muove. La litosfera che giace sotto gli oceani varia  di spessore tra i 10 e gli 80 chilometri, in alcune zone particolari è squassata periodicamente da improvvisi sussulti, con spostamenti di masse che possono trasmettere grande energia alle acque sovrastanti e causare il maremoto. Ma perché questa litosfera solida è sempre in movimento? E poi, perché questi grandi volumi di acqua liquida che coprono i due terzi della nostra Terra, quando in nessun’altro Pianeta del nostro sistema solare vi sono in superficie mari di acqua liquida, né zolle litosferiche in continuo movimento, né, si pensa, una sismicità così intensa.

Nessuno ancora è riuscito a spiegarlo.

La litosfera terrestre si suddivide in un certo numero di zolle (alcune enormi, come la zolla Pacifica o quella Euroasiatica) che si muovono sulla superficie della Terra le une relativamente alle altre. Due zolle possono ad esempio convergere l’una contro l’altra, la più densa tenderà a immergersi sotto l’altra, sprofondando nel mantello terrestre, in alcuni casi forse fino quasi al nucleo che sta sotto i nostri piedi a 2.900 Km, chiamato dai geologi “subduzione”. L’altra zolla, che, meno densa, riuscirà a rimanere in superficie, sarà deformata dall’impatto tanto da sollevare in alcuni casi catene montuose come l’Himalaya o le Ande. Due zolle possono invece divergere ed allontanarsi l’una dall’altra: fenomeno che nei bacini oceanici avviene in corrispondenza dell’asse delle Dorsali Medio-Oceaniche, catene sottomarine che si estendono per oltre 60mila Km intorno al globo, e dove si concentra l’80% del vulcanismo della Terra e una larga proporzione della sua sismicità.

Secondo il mito indiano il mondo è oggi entrato nell’ultima era del ciclo cosmico, al termine del quale Vishnu discenderà nelle forma di un cavaliere su un destriero bianco, radendo al suolo le città corrotte. Ma poi inizierà una nuova età dell’oro.

Bene, non ci resta che attendere.

Riccardo Alberto Quattrini

 

 

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Lo disse… Nietzsche

Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi. -- (---) -- Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

Lo disse… OSHO

Non voglio seguaci, persone ubbidienti. Voglio amici intelligenti, compagni di viaggio.

Lo disse… NEWTON

Platone è il mio amico, Aristotele è il mio amico, ma il mio migliore amico è la verità.

Lo disse… Diogene il Cinico

(ad Alessandro che gli chiedeva cosa potesse fare per lui) “Sì, stai un po’ fuori dal mio sole”

Lo disse… Joseph Pulitzer

Presentalo brevemente così che possano leggerlo, chiaramente così che possano apprezzarlo, in maniera pittoresca che lo ricordino e soprattutto accuratamente, così che possano essere guidati dalla sua luce.

Attività editoriali per scrittori e autori

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