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Disastri naturali italici – Il problema è anche mediatico, prima ancora che politico. Il caso “8 e mezzo”: ecco perché Aldo Grasso aveva ragione.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

 

La “volontà di potenza” renzista più che una degna pulsione infinita verso il rinnovamento, pare una sub-categoria delle filosofie motivazionali new-age in virtù delle quali se “thoughts become things” (i pensieri diventano cose) perché le parole non possono diventare fatti? Detto altrimenti, sembrerebbe che sia perfetta convinzione della corte renzista e di Matteo Renzi in particolare, che basti affermare l’essenza della realtà (pardon, di una data realtà, quella di cui sono convinti e di cui intendono convincere il popolo italiano) per definire quest’ultima. Da qui a venirne fuori con le anelanti e usate dichiarazioni che hanno costellato questi ultimi 30 mesi di laissez-faire politico, economico, amministrativo, il passo è breve: “Il Jobs Act è stato un successo”, “L’Expo è stato un successo”, “La Riforma costituzionale cambierà l’Italia”, “L’Italia è ripartita”… e in ultimo proprio l’odierno “Abbiamo dimostrato di non essere il problema”.

(Dal “Diario dai giorni del golpe bianco” di Rina Brundu, prossimamente).

Rina Brundu

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Risate in Giappone davanti alle considerazioni “tecniche” di Gruber?

Aldo Grasso è uno di quei pochi critici e giornalisti italiani che mi è capitato di scoprire nel “giusto” più di quanto mi sia capitato di scoprirlo in “torto”. Da quando il Corriere è sotto la nuova direzione, militarmente allineata con le necessità del renzismo, ho smesso di frequentare anche i suoi blog. Ma c’era un tempo in cui il blog del professor Grasso lo visitavo volentieri e, non ho difficoltà a scriverlo,  a parte quei casi fisiologici in cui è normale avere opinioni differenti, anche fortemente distinte, in genere mi colpiva la critica tagliente ma anche meditata, knowledgeable, che il professore sapeva mettere in campo. Perché, come ho scritto diverse volte, per essere un bravo critico non basta essere un vorace lettore, o un frequentatore entusiasta del cinema, un telespettatore presente, ma occorre avere almeno una infarinatura degli strumenti di analisi necessari per decriptare un canovaccio, un testo di qualsiasi tipo, finanche il suo messaggio, e questi sono strumenti tecnici, ben definiti. L’esperienza e la saggezza fanno il resto.

Confesso che, dopo avere visto la puntata di ieri sera di Otto e mezzo, il programma di approfondimento similpolitico condotto da Lilli Gruber sul canale La7 di Urbano Cairo, mi sono resa conto di come Aldo Grasso avesse avuto ragione da vendere, in tempi non sospetti, anche a proposito dell’arte di questa giornalista televisiva. Specifico che ieri la trasmissione in questione era dedicata all’emergenza terremoti e la Gruber diceva messa avvalendosi dell’aiuto di Paolo Mieli, appassionato e scaltro volpone giornalistico (come ha bene dimostrato riscoprendosi “vergine” e mondato da ogni peccato politico e intellettuale nell’aftermath del referendum ottobrino, dopo avere speso mesi a supportare l’indifendibile causa renzista), e storico per hobby, o viceversa, nonché avendo come vittima di turno… pardon, come ospite in studio il verace e anelante Matteo Salvini.

Intendiamoci bene, mettere all’angolo un leader della Lega, che quando convenientemente pressato rivela tutti i suoi limiti dialettici e di mera competenza tecnica, alla stregua di un antro buio finalmente illuminato dalla potente luce di una supernova, è stato un gioco da ragazzi per Gruber e Mieli, ma da telespettatrice in qualche modo accorta ciò che mi ha colpito per tutto il tempo è stato altro. Mi ha colpito la determinazione a difendere l’indifendibile, ad alzare un invalicabile muro di gomma a protezione delle politiche attendiste e inconcludenti del Renzi II, pardon del Gentiloni I, così come i cocci rimasti del peggior Esecutivo che la Storia politica moderna italiana ricordi, il famigerato Renzi I. Mi ha colpito quindi le scarpe appese della deontologia giornalistica che idealmente si mostravano sullo schermo con carica quasi offensiva, l’utilizzo scaltro di dinamiche televisive consuete e anche obsolete per impedire la critica ad un Sistema oggettivamente fallito che non è azzardato scrivere è responsabile di primo piano per le vite perse anche durante questo ultimo terremoto. Mi ha infine colpito la mancanza di know-how tecnico rispetto all’argomento trattato, o l’apparente mancanza dello stesso, quando la Gruber se n’é venuta fuori dicendo che contro questi disastri naturali non si può nulla: tutto, insomma, pur di difendere l’indifendibile causa già citata. Domanda: come potrà un Paese crescere anche “civilmente” se questa è la qualità didattica dei suoi media? Se in questo teatrino stucchevole si risolve la loro capacità di critica?

Ma cosa diceva il critico Aldo Grasso di Lilli Gruber? Per quel che ricordo io, concentrandomi sul “gist” della sua critica, e sperando di ricordare bene, questo bravo professionista sosteneva che la trasmissione della Gruber era una sorta di messa cantata accuratamente preparata, scaltramente organizzata, per far passare un messaggio che in fondo era già stato scritto. Che le sue trasmissioni fossero in fondo mera propaganda, recita a soggetto. Ieri, ho finalmente capito (a volte le “epifanie” arrivano tardi ma poi arrivano), che Grasso aveva ragione. Da vendere, mi ripeto! E questa infatti sarà pure l’ultima volta che scriverò di un programma che non guarderò più.

Noto infine che dopo l’improvvisa dipartita di Crozza, non sono poche le “defaillances” che sta cominciando a mostrare l’impero televisivo di Cairo che, oggi come oggi, dopo alcuni anni di attività brillante, comincia ad evidenziare crepe sostanziali e preoccupanti. Detto altrimenti, che Marco Travaglio si tenga bene in salute perché a questo punto della fiera è davvero l’ultima nostra speranza informazionale in Italia! Sic!

Rina Brundu

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