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RAI – Il disastro nel disastro (22) – Francesco Merlo:“La Rai è la sintesi hegeliana di tutti i giornali di partito”. Altro che Hegel, servirebbe un Lucano. E una analisi tecnica degli interventi di Merlo, Mentana, Annunziata a “In mezz’ora”. Tema? La post-verità (in salsa pre-verità).

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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Rina Brundu

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L’incolpevole Hegel

Non nego che anche guardando l’ultima puntata del programma In mezz’ora (Rai3), condotto da Lucia Annunziata, la quale ha scelto di trattare il tema della post-verità (1) in compagnia di Enrico Mentana e del giornalista Francesco Merlo (Repubblica), mi sono tornati in mente i morti che non sapevano di esserlo che sono stati i brillanti protagonisti del film The Others diretto da Alejandro Amenábar (2001), con Nicole Kidman. Ma detto questo io non concordo con il deputato del M5S Carlo Sibilia quando avrebbe definito, almeno a leggere ciò che riporta il giornale di Travaglio, questi signori “Tre giornalisti falliti”.

In primis tutto si può dire tranne che costoro abbiano “fallito” nel loro intento di essere giornalisti (è un dato di fatto che lo siano e anche che siano molto conosciuti), in secondis non amo le offese, gli insulti, le minacce di qualsiasi tipo. E questo vale anche per i personaggi pubblici. Da questo punto di vista ci si dovrebbe dissociare sempre da chi abita la Rete o il mondo del reale in questo modo, per tutti voglio citare il caso delle reiterate minacce che avrebbe ricevuto il figlio del ministro Poletti: comportamenti abominevoli ed esecrabili!

Altra cosa è la sana critica corrosiva e nel merito di un problema. Da questo punto di vista non ho difficoltà a scrivere che ascoltando la discussione del suddetto programma RAI, almeno tre fattori mi hanno colpito come un pugno in un occhio, come un secchio di acqua gelata: 1) L’epidermicità del ragionamento proposto, ovvero la totale apparente incapacità di focalizzare, investigare e dunque affrontare il nocciolo della questione posta dall’argomento della puntata 2) L’assoluta mancanza di un senso per l’autocritica mostrata dal giornalismo italiano, o almeno mostrata da questi tre signori che lo rappresentavano. 3) Una sostanziale mancanza di know-how del macrotesto digitale che fa vivere anche l’informazione al tempo della Rete, e che di fatto ha penalizzato l’intera discussione riducendola alla solita broda gossipara e inconcludente. Per non strafare non commento (o quasi), sul fatto che per dirimere di post verità, l’Annunziata ha pensato bene di invitare due giornalisti italici stagionati, proprio come lei, probabilmente già presenti al tempo della pre verità, nonché sul fatto che solo con coloro  si è intrattenuta per tutto il tempo: una meditata presa per il culo o un effetto conseguenze-delle-cose? Il dubbio ma assilla ma è pur vero che le festività di fine anno sono appena passate e dunque possiamo essere più buoni, possiamo fare finta di nulla e passare oltre….

Dato che non vi è tempo per dirimere su un discorso troppo vasto, preferisco focalizzare sugli “exploit” di ciascuno dei protagonisti di questa singolare tenzone televisiva e parto da Enrico Mentana. L’impressione che si è avuta è che colui sia stato invitato in quanto protagonista di una recente diatriba con Grillo che lo ha portato a trasformarsi in una sorta di paladino della supposta bontà del giornalismo italico. Premesso che ieri Mentana, almeno da un punto di vista strettamente performativo, era certamente più guardabile di quando si occupa del suo telegiornale e che tra i tre signori colà presenti è stato senz’altro quello che in più di una occasione ha tentato di abbozzare una qualche critica del sistema-mediatico italiano, è pur vero che quando si va a guardare nel dettaglio i suoi ragionamenti scorrono come l’acqua di rose. Il direttore del TG7 ha insomma tentato, astutamente, di tenere sempre il piede in due scarpe, anche con la Rai che li ospitava, ma soprattutto ha fallito miseramente nel focalizzare sul gist del problema, diventando finanche espressione plastica del perché un dato modo di fare giornalismo sia destinato a finire. Mentana ha infatti continuato a vedere nella crisi economica la causa prima del cosiddetto “populismo”, peraltro associandolo imprudentemente e senza fare le dovute specifiche alla crisi informativa, ma senza mai interrogarsi sull’oggettivo limite che una simile professione datata (anche se ciò che sta accadendo al giornalismo è accaduto a molte professioni dopo l’avvento del digitale), può mostrare quando “costretta” a confrontarsi con il macrocervello della Rete. E qui mi fermo perché il discorso si farebbe troppo lungo e complesso.

Il giornalista Francesco Merlo – che non conosco troppo perché di norma non leggo il suo giornale – ma che a quanto sembra avrebbe lavorato in RAI, a titolo di esperto profumatamente pagato da noi contribuenti (da chi altri?), è stato però colui che nè è venuto fuori con la boiata della serata. Nello specifico, mentre la discussione sfiorava – con la scaltrezza stile dire-non-dire (ma soprattutto stai molto attento a ciò che dici) che è tipica di queste discussioni -, l’annoso problema della dipendenza del servizio pubblico dai partiti, ha strillato: “La Rai è la sintesi hegeliana di tutti i giornali di partito”. Condoglianze ad Hegel, anche per l’ovvia difficoltà nel ricomporre in modo sintetico e/o nel cogliere l’unità di determinazioni (tesi e antitesi) che più che opposte paiono schizofreniche quando il tema sono i regimi mediatici e pseudo-democratici italiani. Certo, poi Merlo si è rifatto raccontando urbi et orbi lo “stalking corporativo” che avrebbe subito in RAI e su questo non si è fatto fatica a credergli.

Secondo me però, le vere “perle” della serata le ha prodotte la stessa conduttrice, Lucia Annunziata. Costei, infatti, ha continuato a non capire per tutto il tempo la significazione del concetto di post-verità che aveva proposto come argomento, il quale ha a che fare per lo più con la maniera emozionale con cui l’opinione pubblica post-digitale accoglie un qualsiasi accadimento factual e lo metabolizza, mentre le boiate sparate in dati contesti mediatici (l’Annunziata si concentrava su quelle di Donald Trump) sono fattore marginale, anche perché ci sono sempre state. O meglio, proprio come le ha fatto notare il collega Merlo, la “verità” non esiste. Aggiungo io che la “verità” mediatica non è mai esistita su un qualsiasi argomento trattabile dentro dinamiche manipolabili (il 99% degli stessi), al più sono esistiti punti di vista su quella verità che di norma erano quelli delle elite. Lo spettro del cosiddetto populismo sbandierato soprattutto dai media italiani tradizionali è idealmente anche figlio dell’incapacità di quegli stessi media di accettare la caduta da un tale piedistallo dirimente privilegiato, e in qualche caso fa equazione con lo wishful thinking che il loro canto del cigno si possa in qualche modo rimandare, procrastinare, non sarà così.  

Tuttavia, incapace di investigare questi discorsi con la perizia speculativa che necessiterebbe, l’Annunziata ha continuato per tutto il tempo a dare contro al grillismo in cento e una maniera, a volte scaltramente provocando Mentana e Merlo e poi concludendo con una apoteosi cogitativa che nella sua naiveté racconta tutta la disperazione d’intelletto che connotava la puntata: “Ma adesso lo possiamo dire che buona parte dei giornali italiani erano apertamente schierati per il SI al Referendum?”. Vedi tu, o fai come ti pare, il programma è tuo. Unbelievable ma tutto vero!

Davanti a simili conclusioni, altro che Hegel… ci vorrebbe almeno un buon Lucano. E che dire poi dell’aftermath di cotanta “discussione” stile tre amici al bar e condotta all’insegna del motto quando il gatto non c’é i topi ballano? Il sindacato RAI si sarebbe subito risentito per le parole di Merlo e avrebbe dichiarato che a nessuno è consentito mettere in dubbio la professionalità degli impiegati del Servizio Pubblico.

A dirla tutta nessuno la mette in dubbio, ma ciascuno di noi può sicuramente giudicare il risultato di cotanta competenza, anche e soprattutto perché purtroppo lo sovvenzioniamo. Per quanto mi riguarda per esempio io ho smesso di guardare la RAI da tempo e non solo mi considero a credito rispetto a questi miei pagamenti per un servizio mai ricevuto, ma mi considero soprattutto offesa nell’anima per la programmazione messa in onda e per la qualità scadente dei prodotti offerti dato che non sono abituata a nutrire lo spirito con le paste acquistate al bar.

Il programma dell’Annunziata di ieri né é un esempio classico di questo status-quo intellettualmente deleterio e ancora il dubbio mi vince: ma per cosa li abbiamo pagati questi signori? Per cazzeggiare tra amici in pubblico? Il dubbio che sia proprio così, lo confesso, mi vince. Un altro!

Rina Brundu

(1) Il neologismo post-verità deriva dall’inglese post-truth. L’Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere post-truth come parola dell’anno del 2016. Mentre la significazione è la seguente “Post truth. Relating to or denoting circumstances in which objective facts are less influential in shaping public opinion than appeals to emotion and personal belief:

‘in this era of post-truth politics, it’s easy to cherry-pick data and come to whatever conclusion you desire’

‘some commentators have observed that we are living in a post-truth age’.

Clicca qui per rivedere la puntata: se sei un masochista sarà la morte tua!

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