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Libertà dell’informazione? Pfui…

Sull'emergenza mediatica in Italia.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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Nico Grilloni

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Quello sulla libertà dell’informazione è un vecchio problema di casa nostra e che, in casa nostra, sarà difficile, se non impossibile, portare a soluzione. Lo dimostra il fatto che da che ho memoria – e il mio passato è ormai ben lungo – si dibatte senza che mai sia cambiato alcunché. I motivi sono molteplici, ma i principali sono da ricercarsi nell’assenza di indipendenza dei mezzi di informazione dal potere politico ed economico, ossia da questi due poteri sempre più interdipendenti. Giornali, radio e televisioni si giovano, spesso per mera sopravvivenza, di finanziamenti pubblici che, in teoria, vengono elargiti in funzione di alcuni parametri tecnici (tiratura, diffusione, ecc.), ma, in pratica, in proporzione all’aderenza dei direttori di testata alla politica del premier o della maggioranza di turno. Capita quindi che ad allineamento zero corrisponda un finanziamento zero. Se poi il finanziatore di una testata è un privato le cose vanno anche peggio. Al motto secondo il quale non si fa nulla per nulla, il finanziatore pubblico non spenderà mai un centesimo per mantenere un periodico o un media qualsiasi senza che da questo investimento possa venirgliene un qualche vantaggio di qualsivoglia natura. E l’interfaccia della proprietà, del finanziatore, è costituita da quelli che dovrebbero essere i professionisti dell’informazione, dai giornalisti che, per far bene il loro mestiere, dovrebbero aver garantita la libertà di opinione indipendentemente dal colore politico preminente nel momento.

Ma queste sono argomentazioni quasi ovvie. Il vero male sta altrove, investendo la sfera dell’etica sia dell’editore-finanziatore sia del giornalista. Editori puri – come li si definiva una volta – non c’è ne sono più da lunga pezza. Bisogna andare ai tempi di Valentino Bompiani che preferiva vivere con le toppe al sedere pur di pubblicare il lavoro di un autore in cui credeva. Ma Bompiani, anche ai suoi tempi, costituiva un’eccezione. In tempi meno lontani c’è da ricordare, sul fronte degli artefici di una buona informazione, Indro Montanelli che, rifiutando orgogliosamente da far da trombone a Berlusconi, preferì lasciare la direzione de “Il giornale” per dar vita ad un nuovo quotidiano che però, proprio perché diretto da un uomo di dritta spina e quindi impossibile da manovrare o anche solo da condizionare, ebbe breve vita: durò poco più di un anno.

Il motivo vero per il quale sta andando a picco la correttezza dell’informazione, l’onestà nell’informazione, è da cogliersi nella pressoché totale mancanza di quello spirito che dovrebbe animare non solo gli editori, bensì anche i direttori, i redattori, i corrispondenti e i semplici cronisti. Anche in tal caso vige un motto: tengo famiglia. Ma l’impressione generalizzata, credibile, è che questo motto sia solo un facile, sebbene volgare, alibi per sfuggire al doveroso impegno nella quotidianità professionale (con tutti i rischi che ciò potrebbe comportare). Insomma, gira e rigira, il problema investe sempre l’etica dei soggetti. Che o è carente o è del tutto posta in sordina per non ledere interessi personali talvolta inconfessabili.

Ma è però probabile che condividano questa visione del problema solo coloro che sono vissuti nel secolo scorso. Nel secolo in cui ancora vigevano regole di comportamento alle quali era necessario costantemente aderire sia per rispetto di un codice personale sia per evitare di essere posti all’indice da una società molto poco permissiva. Nel tempo presente tutte quelle regole sono saltate, le nuove generazioni, complice la massiccia ignoranza propagata anche dalla buona scuola, neppure le conoscono. Per cui il non osservarle non provoca rossore né vergogna.

Spesso racconto un fatto di cronaca scolastica che serve a far meglio capire cosa intendo: un allievo entra in classe col cappello in testa. Lo richiamo dicendogli che già entrando in istituto deve toglierlo. Mi guarda sorpreso, poi toglie il cappello strusciandoselo sul viso che è rosso di vergogna. Capisco allora che nessuno gli aveva impartito quell’elementare regola.

Un altro allievo, ventenne, si alza dal banco e attraversando l’aula porge un libro ad una compagna: gli faccio notare che l’aula non è una piazza di città e che “forse” prima di dar luogo alla passeggiata sarebbe stato doveroso chiedere il permesso al docente. Mostra sorpresa per il rimprovero e poi chiede scusa e si accomoda nel banco.

Bene. Cioè male. Ho l’impressione che quanto sta accadendo nell’ambito dell’informazione, così come nell’ambito della politica e in tutti gli altri settori della vita pubblica e privata, sia ormai la normalità, il protocollo del XXI secolo. Si osservi come oggi i giornalisti si rivolgano ai parlamentari: che non sono più il senatore Tizio o l’onorevole Caio, ma semplicemente Tizio e Caio. Lo fa anche la Gruber nonostante sia nata al giornalismo quando certe regole c’erano e si rispettavano: “Allora Orfini che ne pensa ecc. ecc.”, “Senta Boschi, lei ha detto….ecc. ecc.”.

Qualcuno mi dice che in questo modus c’è lo zampino del computer, degli smartphone, dei tablet. È certamente vero per quanto riguarda la conoscenza dell’italiano scritto e parlato (il mai troppo compianto prof. De Mauro fu il primo, già molti anni fa, a parlare di analfabetismo di ritorno), ma hanno ben altra origine i comportamenti. Che oggi si informano prevalentemente alla superficialità, al pressappochismo all’ignoranza delle regole anche le più basilari.

E nell’informazione? Idem. In quest’ambito oltre alla carenze di cui si è detto – presumo ormai endemiche – si coglie, anche troppo spesso, una propensione alla genuflessione, all’ossequio, a quello che i miei allievi chiamerebbero oggi leccaculismo.

Bisogna riconoscere che questa tendenza, nella nostra stampa, nelle nostre radio e televisioni, c’è sempre stata, ma fino a non molto tempo fa era bilanciata da un folto manipolo di gente di cultura che poco incline a flettersi, teneva alta la guardia. Ma quel folto manipolo è andato via via assottigliandosi senza che si siano trovati eguali sostituti. Ed allora appare legittimo lo scetticismo di chi avanza fosche previsioni sulla correttezza futura dell’informazione dei nostri media.

Nico Grilloni

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info@ipaziabooks.com

1 Comment on Libertà dell’informazione? Pfui…

  1. Siamo al 77simo posto nella classifica sulla libertà di stampa compilata dalla Freedomhouse.org. Non ci muoveremo mai da lì proprio perché il crimine, paradossalmente, non è determinato dalla mancanza di un input democratico, dalla mancanza di una volontà di democrazia, ma è fattore culturale, incancrenito, inscalfibile. E all’estero lo sanno bene.
    Per questi motivo io ritengo che a questo punto per l’Italia siano meglio dei giornali dichiaratamente schierati e ognuno attinge dove vuole, it’s the only way out! Non si può fare altrimenti.

    Non trovo invece un male che finalmente anche in Italia tutte le persone vengano chiamate per nome, Tizio, Caio e Sempronio, anche in televisione, soprattutto in televisione. Da queste parti lo si fa sempre, sono tutti Mary John Declan… non importa chi siano. Anche la regina d’Inghilterra per gli intimi è Lizzie o Beth non ricordo bene. Il linguaggio determina anche la capacità di chi lo parla di aprirsi, di cambiare. Quindi questo è un bene.

    Preferisco invece non parlare di intellettualità italica perché anche se ho mangiato un’oretta fa non ho uno stomaco molto forte e non intendo vomitare su questi tasti. Distruggere un computer per dirimere di intellettualità italica è una di quelle cazzate che mi riservo per più avanti, quando sarò completamente irrecuperabile e il neurone si sarà rincoglionito oltre ogni dire.

    Sul resto concordo. Ciao, grazie.

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