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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Gramsci e la Sardegna. Appunti sparsi.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

Oggi c’é un occhiello su Il Fatto Quotidiano di Travaglio che davvero si sarebbe voluto non vedere, un altro sputo sulla dignità del professionismo informazionale in questo Paese condannato al declino e al bigottismo anche intellettuale.  Ecco dunque che da cotanta finestra Vittorio Feltri pontifica: “Il Fatto scrive che sto con Renzi? Meglio renzista che figlio di puttana”.

Eh no, caro Feltri, su questo non c’é partita: meglio, centomila volte meglio figli di puttana che renzisti! ….

In fondo, l’ennesima dimostrazione che il giornalismo italiano è un mero apostrofo distopico e ridondante tra le parole “Capo, quanto vuoi che mi fletta?”.

(Dal “Diario dai giorni del golpe bianco” di Rina Brundu, prossimamente).

Natalino Piras

sartiglia-712848_960_720Cosa sapete della Sardegna? Cosa sapete di Antonio Gramsci?

A partire dagli Intellettuali: la differenza tra “chierico” e “laico”

l’indifferenza: Com’è che dice il tuo Gramsci: l’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti.

Quaderno di appunti

Alla voce “Antonio Gramsci” ( Ales 22 gennaio 1891 Roma 27 aprile 1937) un milione e trentamila risultati in Google al 30 novembre 2007.  La bibliografia gramsciana 1922-2001 contiene 14500 titoli di opere su di lui. Il grande storico inglese Eric J. Hobsbawn calcola che G. sia l’autore più citato tra quelli degli ultimi quattro secoli”, alla voce Gramsci, Antonio nella Grande Enciclopedia della Sardegna, a cura di Francesco Floris, Sassari, Biblioteca della  Nuova Sardegna, 2007,  v. 4, Ennene-Grixoni,  618-619

L’importanza del libro Vita di Antonio Gramsci di Peppino Fiori, 1ª ed. Roma-Bari, Laterza, 1966.

Vida de Antonio Gramsci, traducción de Teresa Fernández y M. José Barranquero, Sassari, Edizioni della sabbia, Verona, Edizioni Achab, 2002. [Il copyright di questa edizione è dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba]

Il superamento dell’idealismo di Croce da parte di Gramsci  La concezione pedagogica di Gramsci – Il discorso Scuola  Una chiave d’entrata è la piazza. Magari quella del romanzo di Michelangelo Pira, Sos sinnos, dove la piazza della chiamata dei morti si trasforma gradualmente in utopia, quella di un ovile-montagna come idea di repubblica giusta. E qui, per ritornare al focus sardo bisognerebbe ricorrere ancora a Michelangelo Pira, a Gramsci che c’è anche lui nella piazza de sa cramata  de sos mortos verso l’utopia de Sa Libra di Sos sinnos,  insieme a Marx, Lenin, ma anche alle molte animas del paese, tra le quali quella di Peppe Moro, “scalpello guidato dall’idea”. Certo una fratellanza di classe che sarebbe piaciuta a Gramsci che chiede alla madre di mandargli le poesie di Pirisi Pirione (Pirisi Pirino) di Bolotana: lo ricorda Salvatore Tola nel suo Storia della letteratura in lingua sarda.

Sa Brigata Sassaresa

Su chentuchimbantunu reggimentu

chin su chimbantaduos tottu impare

non sezis vois sos continentales

c’azis mantesu su trinceramentu

Orune e Bitti chin tzente orgolesa

da ne juchen de pilos in su coro.

«1919. Nell’aprile Gramsci svolge un’efficace propaganda socialista tra i soldati della Brigata Sassari inviati a Torino con compiti di ordine pubblico». Biografia di Antonio Gramsci in Gramsci vivo, 20.

1 – Peppino Marotto e  “Sa Pasca Manna de su mundu proletariu”

Paska da Pesach, passaggio, liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto.

 E l’ana mortu sena piedade

sos aguzzinos de su capitale

ma non morit mai sa sua eredidade

“Il carcere fu comunque una scuola di lettura, di scrittura e di vita. Ci fu un tempo in cui Peppino Marotto ottenne di leggere da solo, isolato da tutto il resto, l’opera omnia di Gramsci. C’è dell’altro prima di Gramsci.  “So’ diventatu comunista leghenne sas poesias de Pipinu  Mereu e ‘Sa mundana cummedia’ de Salvatore Poddighe”. Diventarono  il suo vangelo”. Natalino Piras, [Peppino Marotto] Il confino, il carcere, le lotte politiche, il sindacato, “La Nuova Sardegna”  domenica 27 aprile 2003, Uomini e storie, 25

Sa Brigata Sassaresa di Peppino Marotto

Cussos de sa brigata sassaresa

c’hana vattu sa gherra europea

còntana ancora s’intrepida impresa;

Comente vin trattàdoso in trincea,

sena iscarpas, bestìrese, aliméntoso

affrantos de sa bellicosa idea;

furibùndoso in sos cumbattiméntoso,

sena connoscher bene sa resòne

d’inumanos massacros, tradiméntoso;

e Lenìn, cun sa Rivoluzione,

c’haìad fattu sa gherra vinire

in d’una gherradore Nazione.

Si domandaini: a chie obedire?

comente si devìan cumportare?

cale vin sos nemigos de bocchire?

It’est su chi podìan balanzare

sos pòveros pastores de Sardigna

da cussu orrendu iscuntru militare?

Lis han finas promissu sa cunsigna

de sas terra c’haìana tancadu

chent’annos prima sa zente maligna;

ma cando hana sa gherra terminadu

cun s’isconfitta ‘e sos Astros-Ungàroso,

nen tribagliu nen terra lis gan dadu;

sos riccos fin prus riccos prus avàroso,

ca bendìana s’anzenu sudore

-male pagadu- a prezios càroso;

naràini a su sordadu pastore

chi sa curpa ‘e sa sua povertade

vi s’isciopero ‘e su tribagliadore;

e lon hana mandàdoso in cittade

pro vagher gherra a sos iscioperantes

chi pedìana paghe e libertade.

Ma Gramsci narada a sos  militantes

de sa classe operaia: sos sordados

sardos s’annan cun sos tribagliantes;

cand’ischin chie sune sos isfruttàdoso

e chie sune sos isfruttadòrese,

si pentin cussos chi los han mandàdoso.

Infattis, chene gloria e onores,

dae Torinu los han trasferidos,

ca no hanu obbedidu a sos signores.

Sos operaios tantu agguerridos

su noighentosvinti hana occupadu

sas fàbbricas, cumpattòso e unìdos;

Torinu viada su puntu avanzadu

in sa lotta de s’occupazione,

ca vi da Gramsci bene organizzadu;

ma pro sa vera liberazione

dae s’insfruttamentu padronale

bi gherìad sa rivoluzione;

e no han decretadu in generale

s’isciopero, sos capos riformistas,

pr’imponner sa giustizia sociale.

Dae Torinu sos Ordinovistas

naraina: Custu est su monumentu

de abbolire sos capitalistas,

sinono hat  a leare supravventu

su capitale cun sa prepotenzia,

seminende terrore e ispaventu;

unu sistema de delinquenzia

pro tantu tempu hada a cancellare

de su socialismu s’esistenzia.

E Gramsci non podìada isbagliare.

2 – Sa conca  La testa di Gramsci Francesco Masala in Su Connottu: “…per tagliare il pizzetto a Lussu e la gobba a Gramsci…”, quella gobba che anche secondo Gobetti, lo ricorda Michelangelo Pira nella Rivolta dell’oggetto (d’ora in avanti rdo),  è necessaria a far risaltare la grandezza della testa.

Una testa ben fatta Edgar Morin, La testa ben fatta, tit. or.: La tête bien faite,  ed. francese, Paris, Seuil, 1999, 1ª ed. italiana, Milano, Raffaello Cortina, 2000.  Il libro di Morin, molto bello, è fatto di un prologo, 9 capitoli e due appendici. Ha come tema, come in altri libri di Morin, la “sfida della complessità” dentro la società contemporanea, dove bisogna tener conto, nel vivere e nel comunicare, che si è interdipendenti. “La testa ben fatta” è  la consapevolezza del proprio modo di essere e pensare in rapporto ad altri modi di essere e pensare. Nel rispetto dell’altro e per crescere insieme, in una continua rifondazione di valori. Tra le morali insite e sottese dentro il testo, fondamentale è quella della scelta ecologica da parte dell’homo sapiens, dopo che a questa scelta ci si arriva con la consapevolezza che il rispetto dell’altro è insieme valore fondante e metodo, quella che si dice etica comportamentale.

3 – L’istinto della ribellione Il sardo e la politica – Machiavelli – Parla  il presidente Napolitano  “Vale la pena ricordare che cosa fu la politica per Gramsci, nel mondo grande e terribile di cui egli parlava e in cui visse. Ebbene, per Gramsci la politica fu impegno, lotta nutrita di straordinaria forza e intransigenza morale, tensione intellettuale, passione culturale, ricchezza umana. In una delle sue note dal carcere, Gramsci ebbe a descrivere la sua parabola quale continuo tentativo di superare un modo di vivere e di pensare non più regionale e da “villaggio”, ma nazionale; e tanto più nazionale in quanto cercava di inserirsi in modi di vivere e di pensare europei, e le necessità culturali italiane confrontava con le necessità culturali e le correnti europee ( nel modo in cui ciò era possibile e fattibile  nelle condizioni personali date)” 1-2 “Terribile lezione, fondamentale imperativo: non lasciarsi travolgere dagli avvenimenti, ‘mantenere’ – sono ancora parole di Gramsci – ‘tutta la freddezza possibile’, saper dare risposte, soluzioni positive alla crisi della società e dello Stato”.  3 “L’opera di Gramsci può esserci ancora di grande stimolo e aiuto, come modello di ricerca intellettuale e di indagine culturale e per non pochi degli approdi cui essa giunge. Considerarla esaurita in conseguenza dell’esaurirsi dell’ipotesi rivoluzionaria nazionale e mondiale con cui egli si era identificato, sarebbe posizione gratuita e stolta. Gramsci  saldò la sua politica a una visione della storia d’Italia che va rivisitata, ma non rimossa”. 3 “Gramsci parlava di Machiavelli anche per parlare di sé, interpretava Machiavelli anche cercando di definire se stesso” 3-4 “Che cosa mi ha salvato dal diventare completamente un cencio inamidato? L’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso dieci in tutte le materie nelle scuole elementari, mentre andavano il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante in tessuti. Esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna e io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione: ‘al mare i continentali!’  Quante volte ho ripetuto queste parole. Poi ho conosciuto la classe opearia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significarono le cose di Marx…MI sono così appassionato alla vita, per la lotta, per la classe operaia. Ma quante volte mi sono domandato se legarsi a una massa era possibile, se era possibile amare una collettività, se non si era amato profondamente le singole creature umane”. [Lettera a Yulca] Giorgio Napolitano, Gramsci: il legame con gli operai fu politico, morale e umano, Dossier/Gramsci in “Sardinews”, n. 4, aprile 2007, 4 pagine

Gramsci contro il bonapartismo staliniano cfr. Silvio Pons, Gramsci, il distacco dal mito dell’Urss, l’Unità, giovedì 13 dicembre 2007, Idee Libri Dibattito, 24

Il materialismo storico e la dignità dell’uomo Dice Michelangelo Pira: “Ma nel complesso l’effetto più importante della lettura gramsciana è in Sardegna quello che si deve registrare altrove: il risarcimento della dignità dell’uomo in quanto lavoratore-costruttore della propria dignità”, rdo, 286

4 – Questione meridionale e Questione sarda

Tutto porta alla dimensione di sarditudine o di sardità che c’è nella figura intera di Gramsci. Sarditudine o sardità diventano cioè il metodo per entrare nel discorso. Sia che lo so voglia intendere politicamente oppure antropologicamente o letterariamente o altro ancora. L’interesse sta lì, nel Gramsci sardo ovvero una testa ben fatta. Questo “sardo”e questa “testa ben fatta” sono l’attrazione per dire di una attualità di Gramsci che ci riguarda come sardi e come cittadini del mondo.

Sarà il mio un intervento principalmente a carattere letterario: a evidenziare però  l’importanza della letteratura, così come la vede Gramsci, letteratura per comprendere e proporre,  in un contesto che metta al centro la sardità di Gramsci, non chiusa, ma aperta. Così come  anche il discorso sulla lingua, sa limba sarda. Con Gramsci si categorizza ma non si procede per compartimenti stagni: tutto è interrelato.

«6. Poiché la quistione regionale sarda è legata indissolubilmente al regime borghese capitalistico che ha bisogno, per sussistere, non solo di sfruttare la classe  degli operai industriali attraverso il lavoro salariato, ma anche di far pagare alle masse contadine del Mezzogiorno e delle Isole una taglia doganale e una taglia fiscale…» [Carteggio 1926 con Emilio Lussu] La questione sarda e il fascismo in A. Gramsci, Sul fascismo, a cura di Enzo Santarelli, Roma, Editori Riuniti, 1973, 312.

Lingua sarda e questione meridionale

«Nasce nell’800 il termine “risorgimento” in senso più strettamente nazionale e politico, accompagnato dalle altre esperienze di “riscossa nazionale” e “riscatto nazionale”: tutti esprimono il concetto del ritorno a uno stato di cose già esistito nel passato o di “ripresa” offensiva (“riscossa”) delle energie nazionali disperse… di emancipazione da uno stato di servitù per ritornare alla primitiva autonomia (“riscatto”). Il Risorgimento, 54

«5. Poiché l’esperienza del dopoguerra ha dimostrato l’impossibilità che il problema regionale sardo possa essere risolto dalle sole masse popolari della Sardegna, se queste masse non sono alleate…». Sul fascismo, 312

«1912. [Gramsci ha 21 anni] Nei primi mesi di vita studentesca vive isolato e in gravi difficoltà materiali. Si interessa agli studi di glottologia e svolge ricerche sul dialetto sardo. Insieme a Togliatti svolge anche una ricerca sulle strutture sociali della Sardegna…» Biografia di Antonio Gramsci in Gramsci vivo nelle testimonianze dei suoi contemporanei, cura di Mimma Paulesu Quercioli, prefazione di Giuseppe Fiori, Milano, Feltrinelli, 1977, 19.

Dire, come dice Gramsci, che la lingua sarda non è un dialetto, non è ridurre la questione a un solo rilievo tecnico. C’è in tessitura di discorso tutta l’idea del conoscere sardo:  la rivolta dell’oggetto, l’umanesimo marxista che supera la lamentazione del cassisia agghia intu, la Storia che fa incontrare i sardi in trincea, secondo l’esperienza di Lussu, nelle fabbriche del Nord, secondo l’idea gramsciana. Nel Novecento, il secolo breve secondo lo storico di formazione marxista  Hobsbawm, la formazione della coscienza d’insieme dei sardi sono appunto la trincea per Lussu, c’è anche il mito della Brigata Sassari, e la fabbrica per Gramsci.

Nella formazione della coscienza d’insieme, dentro l’elaborazione della “questione meridionale”, dell’alleanza storica tra classi contadine del Sud e classe operaia delle fabbriche del Nord, ci sono dalla lezione gramsciana:

•-          come affrancarsi da un’idea di dominio

•-          il dovere di riflettere su classi egemoni e classi subalterne e consequenzialmente fare prassi politica

•-          il concetto di folklore gramsciano, positivo se serve alla classe subalterna (operaia), negativo se è contro il materialismo storico marxista, elaborato da  Michelangelo Pira nella Rivolta dell’oggetto (rdo)

•-          i nipotini di padre Bresciani: Gramsci, l’intellettuale sardo per antonomasia,  che diventa il centro dell’elaborazione del pensiero, l’assillo, dell’oggetto che si rivolta, rdo

•-          donna Bisodia e le beghine che seguono padre Pio, simbolo di meridionale universalità (v.a. come negli Intellettuali Gramsci parla di Santi e di Islam, fanatismo compreso) o di questione meridionale, “profetizzata” da Gramsci in quella che è oggi la sua visibilità e comprensione locale-globale. Lo spunto viene dal libro di Sergio Luzzato, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Torino, Einaudi, 2007, 420 pagine euro 24. Luzzato estrapola e commenta  dalle Lettere dal carcere di Gramsci alle pp. 17, 22 n, 96 n, 207, 236 n.

«Viene in mente, a proposito della pervicace ostilità i Agostino Gemelli che vede in lui una gamma infinita di isterie quello che scriveva Antonio Gramsci al quale questo libro deve molto  a proposito di Davide Lazzaretti giudicato un soggetto patologico e pazzo: “Invece di studiare le origini di un avvenimento collettivo, e le ragioni del suo diffondersi…si isolava il protagonista e ci si limitava a farne biografia patologica…per una elite sociale, gli elementi dei gruppi subalterni hanno sempre qualché  di barbarico e di patologico” (Quaderno 25, 1934, “Ai margini della storia”)». Emma Fattorini, Padre Pio – Aveva la santità in corpo, Domenicale del “Sole 24 Ore”, 25 novembre 2007, n.34, 36. È una recensione per il libro di Luzzato sopra citato e, molto meno, per Antonio Socci, Il segreto di Padre Pio, Milano Rizzoli, 2007, 318 pagine, euro 18.

La questione meridionale

«Al di sopra del blocco agrario funziona nel Mezzogiorno un blocco intellettuale che praticamente ha servito finora a impedire che le screpolature del blocco agrario divenissero troppo pericolose  e determinassero una frana. Esponenti di questo blocco industriale sono Giustino Fortunato e Benedetto Croce, i quali, perciò, possono essere giudicati come i reazionari più operosi della penisola». A. Gramsci, La questione meridionale, a cura di Franco De Felice e Valentino Parlato, Roma, Editori Riuniti, copyright 1966 [Il manoscritto gramsciano è stato redatto tra gli anni 1921-1926]

“Ė da notare come il termine ‘signore’ sia diffuso in Italia da molto tempo per indicare anche i non-nobili; il’don’ meridionale, ‘galantuomini’, ‘civili’, ‘borghesi’, ecc; in Sardegna, ‘signore’ non è mail il rurale, anche quello ricco ecc.”, Classe media, in nsm (note sul Machiavelli) , 195

Nel segno della questione meridionale ma pure in quello della strenua lotta contro il fascismo anche Diego La Matina, personaggio sciasciano, vedi più avanti a proposito di risarcimento per Manzoni

5 – Contro il fascismo

Mussolini Così  Gramsci parla di Mussolini negli Intellettuali: «[Benito Mussolini.] Nell’introduzione all’articolo sul “Fascismo” pubblicato dall’Enciclopedia Italiana, introduzione scritta dal capo del governo si legge: ‘Una siffatta concezione della vita porta il fascismo ad essere la negazione recisa di quella dottrina che costituì la base del socialismo così detto scientifico e marxiano: la dottrina del materialismo storico, secondo il quale la storia delle civiltà umane si spiegherebbe soltanto con la lotta di interessi tra i diversi gruppi sociali e col cambiamento di mezzi e strumenti di produzione. Che le vicende dell’economia – scoperte di materie prime, nuovi metodi di lavoro, invenzioni scientifiche – abbiano una loro importanza, nessuno nega; ma che esse bastino a spiegare la storia umana escludendone tutti gli altri fattori, è assurdo; il fascismo crede ancora e sempre nella santità e nell’eroismo, cioè in atti nei quali nessun motivo economico lontano o vicino –  agisce’. L’influsso delle teorie di Loria è evidente». A.Gramsci, Gli intellettuali, Roma, Editori Riuniti, 1977, 244.

Hitler In Mein Kampf Hitler scrive: “La fondazione o la distruzione di una religione è gesto incalcolabilmente più rilevante che la fondazione o la distruzione di uno Stato: non dico di un partito…” Superficiale e acritico: i tre elementi: religione (o concezione del mondo ‘attiva’), Stato, partito, sono indissolubili, e nel processo reale dello sviluppo storico-politico si passa dall’uno all’altro necessariamente». Religione, Stato, partito, Note sul Machiavelli,  193

Diddino Chironi Dopo essere stato, nel 1924, tra i fondatori del Partito comunista a Nuoro, quello stesso anno Diddino Chironi partì per Roma. Licenziato a Nuoro, su interessamento di Mastino era stato assunto nella capitale dalla tipografia dove si stampava anche “La Voce Repubblicana”. Da subito fu in contatto con una cellula del Pci. Abitava presso un’affittacamere, una vedova antifascista. “Stava lì anche un sardo di Sanluri di cui non ricordo il nome e che seppi poi essere un confidente della polizia; l’ho saputo perché nascondevo la tessera, sotto il marmo del comò, e solo io, lui e la signora conoscevamo il nascondiglio; lui si spacciava per un rivoluzionario però non ho mai capito le sue vere idee; dopo pochi giorni che stavo lì, scomparve; a distanza di qualche giorno arrivò la polizia; chiesero subito della camera da letto della padrona e sollevarono  il marmo trovando la tessera. Cosicché mi convocarono, mi diffidarono e fui subito controllato dalla Questura”. Chironi passa a lavorare in un’altra tipografia. “Una sera, all’uscita dal lavoro, in piazzale Flaminio, nei pressi della tipografia, mi si presentò il compagno Dore. Antonio Dore viveva a Roma ed era studente universitario, iscritto alla Federazione Giovanile del Pci. Mi invitò ad una riunione. Ci siamo riuniti fuori porta S. Giovanni. Stavamo sotto un albero, e il compagno Gramsci ha iniziato a parlare; senonché si è messo a piovere e ci siamo rifugiati in una trattoria lì vicino. Parlavamo in sardo, lui ci dava le direttive per costruire anche in Sardegna l’associazione dei contadini poveri, come era avvenuto nelle Puglie e nel Meridione. L’oste che aveva capito chi eravamo ci allontanò, minacciando di chiamare la polizia, quell’oste deve ringraziare  Gramsci che ci raccomandò di stare calmi, se no gliel’avremo data noi la polizia!”. Natalino Piras, Diddino Chironi il comunista indomababile, “La Nuova Sardegna” domenica 12 dicembre 2004, Cronaca di Nuoro, Uomini e storie, 35

6 – Letteratura e umanesimo     Dante Machiavelli Manzoni  al tempo che nella waste land i morti senza sacramenti li portavano al cimitero a sonu ‘e carcanzos  Giacobbo Mura diventò crejastico in tempo tardo. “Sono stato comunista e sono uscito, dopo i fatti d’Ungheria del millenovecentocinquantasei. Ma certe persone non me le dimentico. Come il povero Anatolio Ledesma, segretario di sezione qui a Paskas, al tempo delle desolazioni, quando io e altri ci ubriacavamo per disperazione e giravamo faccia al muro il ritratto di Gramsci, perché non vedesse fino a che punto giungeva il nostro disperante abominio”. Natalino Piras, Sepultas, Genova, Fratelli Frilli, 2006

La Riforma luterana e la Controriforma   «Si può dire che la Riforma luterana scoppiò perché fallì l’attività riformatrice del Cusano, cioè perché la Chiesa non seppe riformarsi dall’interno». Il Risorgimento, 51

Gramsci, negli Intellettuali, 45-48, parla di Umanesimo e Rinascimento, contrapponendo l’Umanesimo storico e letterario, come fatto reazionario, contro la Riforma (c’entra anche il recupero della classicità e del latino da parte delle classi allora dominanti e tagliate dal popolo) all’eretico come segno che si è, a partire dal Duecento appropriato e rafforzato con la lingua volgare.

«Così direi che Dante chiude il Medioevo (una fase del Medioevo), mentre Machiavelli indica che una fase del mondo moderno è già riuscita ad elaborare le sue quistioni e le soluzioni relative in modo già molto chiaro e approfondito». A. Gramsci, Il Risorgimento, Roma, Editori Riuniti, 1971 – Le idee 54 – Quaderni dal carcere, 1

Il Principe di Machiavelli come rappresentazione del partito moderno

“Quando il capo esercita un influsso sui suoi aderenti per qualità così eminenti che sembrano soprannaturali a questi ultimi, esso può essere chiamato capo carismatico ( χάρισμα, dono di Dio, ricompensa: cfr. M. WEBER, Wirtschaft und Gesellschfaft. Gundriss der Sozialökonomik, II, 2ª ed. Tübingen, 1925,  140), Roberto Michels e i partiti politici, in A. Gramsci, Note sul Machiavelli sulla politica e sullo Stato moderno, Roma, Editori Riuniti, 1974, Le idee 55, Quaderni dal carcere, 129. nsm

Pirandello e Manzoni

•-          Gramsci critico teatrale: Gramsci e l’ “Ordine Nuovo”, 1919-1925 (settimanale, quotidiano, rivista), Gramsci e la cultura operaia

•-          Gramsci vede nei Promessi sposi l’aristocratico paternalismo di Manzoni per i “buoni” poveri; è questo aristocratico paternalismo a muovere il concetto di Provvidenza manzoniana

•-          “…il Manzoni aveva pochissima fede nelle guarentigie degli statuti e nella potenza dei Parlamenti…”, nsm, 211

Il risarcimento a Manzoni attraverso Gramsci

Libro degli inizi, Morte dell’inquistore, (1ª ed. 1964) è importante perché di Siascia enuncia tematiche e maniera di scrivere che stabiliranno poi una costante per l’intera opera successiva. Inquisizione e  controinquisizione si  potrebbe dire. Ancora rivelatrice la chiusa del testo, prima delle note: “Ma noi abbiamo scritto queste pagine per un diverso giudizio sul nostro concittadino: che era un uomo, che tenne alta la dignità dell’uomo”. Poco prima, tra comparazioni e attualizzazioni del discorso, dopo l’autodafè, ma anche dopo la descrizione della “tragica buffonata” che fu lo spettacolo del supplizio, processioni, croci, mitre, sambenitos, preghiere, dame sul palco, buffet e colazioni ristoratrici per altri inquisitori tanto stupidi quanto feroci, Sciascia scrive: “senza metafisica e senza barocchi orpelli, in tempi più vicini a noi, un uomo di intendimenti non dissimili da quelli del Bertino e del Matranga [storici di parte, dalla parte dell’inquisitore] ordina: il cervello di quest’uomo non deve più funzionare. L’uomo di intendimenti  non dissimili da quelli degli inquisitori, autentici criminali, è Mussolini. L’altro, il cui cervello deve restare inerte, è Antonio Gramsci. I non dissimili dal dittatore nel ventennio nero, i neri inquisitori palermitani, non potevano non essere narrati, in affinità di intenzioni, dal loro contemporaneo padre Matranga che Sciascia definisce “sadico don Ferrante”. Natalino Piras, Tipologia del personaggio narrativo nell’opera di Leonardo Sciascia, tesi di laurea 2003-2004.

7- Il giornalista

Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella sua qualifica professionale. Sono stato un giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere profonde convinzioni per far piacere a dei padroni o manutengoli” [A. Gramsci]

8- Il tempo dell’infanzia

«L’altro testo, con l’Isola ancora al centro, è “Annalice Porcospino”, libero adattamento da “L’albero del riccio” di Antonio Gramsci che è a sua volta una riduzione per ragazzi delle “Lettere dal carcere”. Una spiegazione di questo lavoro, insieme a Conconi, la dà Annalena Manca…quando spiegando il senso della poesia di Bertolt Brecht “Il fumo”, posta come epigrafe, scrive: “Asciutto, acuto, ironico, il narrare del padre ai figli e dell’uomo ai bambini non indulge al raccontino, al fiorellino, al quadretto esteriore, non suggerisce obiettivi da contemplare ma avventura, rischio, curiosità”. Dal canto suo, Enna intende la riduzione teatrale come un risarcimento di memoria, come certi fantasmi che durante la sua infanzia apparivano ancora degli “inguaribili cannibali”: i comunisti…”L’albero del riccio”: i porcospini dell’infanzia “favolosa” di Gramsci diventano il segno della libertà sempre inseguita, assediata incarcerata dalle marionette del potere…” Natalino Piras, Leggendo due commedie di Francesco Enna, “L’Unione Sarda” 27 gennaio 1988, 8

9 – Estensioni

Spartacus (73 a.C) “Il mondo è stanco della ricchezza e dello splendore che avete spremuto dal nostro sangue e dalle nostre ossa…Dì loro tutto questo, affinché abbiano il tempo di prepararsi e di esaminarsi  la coscienza. Verranno chiamati a deporre, e noi abbiamo una forte memoria”, Howard  Fast, Spartacus, [1951] traduzione di Attilio Veraldi, Milano, Marco Tropea Editore, 2000,   230-231 tratto dal romanzo, il film omonimo di Stanley Kubrick, sceneggiato da Dalton Trumbo, è del 1960

Thomas More  (Londra 1478-1535) [in Utopia]: “…dove il sovrano può essere deposto se tende alla tirannide e dove è ammessa la tolleranza religiosa. La guerra, la pena di morte, la proprietà privata sono i mali peggiori, da evitare, l’obbligo del lavoro per tutti, la denuncia della corruzione e del vizio sono i principali doveri morali degli abitanti…” Garzantina letteratura, A-O, 687 A man for all seasons, Un uomo per tutte le stagioni, il film di Fred Zinnemann tratto dal romanzo di Robert Bolt, che è anche lo sceneggiatore, è del 1966.

Sostiene Pereira Collegato alla figura di Spartaco che richiama Gramsci c’è Pereira, il giornalista del romanzo di Antonio Tabucchi, appunto Sostiene Pereira (1994). Somiglia a Gracco ( in Spartacus film interpretato da Charles Laughton e e chi sa cosa ne sarebbe uscito se la parte di Pereira avesse potuto farla Charles Laughton) per postura fisica e morale, dentro un clima di politica corrotta e di sfacelo: la Roma degli immediati prima e dopo le guerre servili (73-71 a. C.), il Portogallo di Salazar, l’Italia di Gramsci, come tempo di acquiescenza e di resistenza.

10 – Appunti aggiunte idee e ritagli

Trento – Convegno “Il pensiero di Gramsci a settant’anni dalla morte”L’appuntamento è per venerdi 7 dicembre, dalle 9.30 alle 12.30 in Sala Affreschi Venerdí 7 dicembre, dalle 9.30 alle 12.30, la sala Affreschi della biblioteca di via Roma ospita un convegno per ricordare la figura di Antonio Gramsci a settant’anni dalla sua morte. La riflessione su “L’attualità del pensiero gramsciano dalla Sardegna al mondo”, questo il tema del convegno, è stata promossa dal Circolo culturale sardo “Giuseppe Dessí”, in collaborazione con la biblioteca comunale. Il programma della mattinata prevede l’apertura dei lavori con i saluti del presidente del Circolo culturale sardo, Bruno Tamponi e dell’assessore alla Cultura Lucia Maestri. Seguiranno le relazioni di Natalino Piras (Biblioteca Satta di Nuoro) su “Gramsci e la Sardegna” e di Francesco Giasi (Istituto Gramsci di Roma) sul tema “Un intellettuale per un mondo globalizzato”. È prevista infine una narrazione dell’attore Giovanni Carroni “L’albero del riccio: Antonio Gramsci dal bambino all’adulto”, accompagnato alla chitarra da Graziano Porqueddu. Il coordinamento di Omar Onnis. Il pensiero gramsciano rivive sul piano filosofico, delle dottrine e della scienza politica una stagione di grande interesse su scala nazionale, ma ancor più a livello mondiale. Ancor oggi, al di là della vicenda umana del pensatore sardo, la sua vasta produzione intellettuale è, infatti, tradotta, letta e studiata nelle principali università e nei centri di ricerca (red). www.asgmedia.it

La figura e l’opera di Antonio Gramsci come tema comune di due Convegni a Trento e a Ciampino Immaginate una piazza. Magari come quella  del romanzo Sos sinnos di Michelangelo Pira. È la piazza della chiamata dei morti che si trasforma gradualmente in utopia, quella di un ovile-montagna come idea di repubblica giusta. C’è anche Gramsci nella piazza de sa cramata  de sos mortos, insieme a Marx, Lenin, ma anche alle molte animas del paese, tra le quali quella di Peppe Moro, “scalpello guidato dall’idea”.  Nel segno di Gramsci, a settant’anni dalla sua morte,  avvenuta il 27 aprile 1937, sono state  fatte diverse cose, nel 2007 e in questo inizio di 2008. Giornate, serate, convegni. Da Nuoro a Bari, da Cagliari a Roma. Come ha lasciato detto il poeta Peppino Marotto, ucciso a Orgosolo il 29 dicembre, di Gramsci “non morit mai s’eredidade”. Sostiene invece il grande storico di formazione marxista Eric Hobsbawm, alla voce “Antonio Gramsci” nell’Enciclopedia della Sardegna di recente edizione, che il pensatore e politico sardo, nato ad Ales il 22 gennaio del 1891, tra i fondatori del Partito Comunista Italiano, oppositore al fascismo e per questo condannato a 20 anni di galera dal tribunale speciale, sostiene Hobsbawm che Gramsci sia l’autore più citato degli ultimi quattro secoli. La bibliografia gramsciana 1922-2001 contiene 14500 titoli”, oltre 500 mila i risultati in Google. L’eredità intellettuale di Gramsci è più che un risarcimento all’ordine di Mussolini che lo buttò in galera: “il cervello di quest’uomo non deve più funzionare”. Ma Gramsci era “corriatzu”, come lui stesso scrive alla sorella Teresina in una di quelle Lettere dal carcere che insieme ai Quaderni sono diventati patrimonio dell’umanità. E poi nonostante portasse la gobba, nonostante il corpo devastato dai patimenti del carcere, aveva una “grande testa”, come rileva il suo amico e sodale Piero Gobetti, una “conca” pensante. Sia che ponderasse come organizzare gli scioperi degli operai nella Torino degli anni ’20, sia che dicesse ai soldati della “Brigata Sassari”, su chentuchimbantunu reggimentu chin su chimbantaduos tott’impare, che non dovevano sparare contro i loro fratelli sfruttati. Sia che studiasse la Questione meridionale come saldo tra contadini e operai, entrambi in stato di schiavitù,  sia che entrasse nella  storia degli intellettuali italiani più rappresentativi: Dante, Manzoni, Pirandello, Machiavelli. Nel Principe di quest’ultimo vedeva una idea di partito moderno. “L’esperienza del dopoguerra”, scriveva Gramsci vedendo di come la violenza fascista prendesse piede in Italia, “ha dimostrato l’impossibilità che il problema regionale sardo possa essere risolto dalle sole masse popolari della Sardegna, se queste masse non sono alleate”. Di tutto questo, del Gramsci sardo che diventa Gramsci globale, del fatto che la sua opera sia uno work in progress a cui continuamente attingere, si è parlato in due Convegni tra di loro quasi uguali per impostazione e relatori, a Trento e a Ciampino, rispettivamente il 7 dicembre 2007 e il 26 gennaio 2008. Una delle animatrici è la bittese Maria Antonietta Deroma, coordinatrice dei circoli sardi del nord-est. A Trento il Convegno è stato alla sala affreschi della biblioteca di via Roma. Oltre i sardi naturalmente, il  pubblico tridentino era formato da professori e molti studenti delle ultime classi di istituti superiori. Più di cento i sardi, ma non solo, che hanno affollato la sala Convegni del Comune, a Ciampino. Sono state giornate intense, organizzate a Trento dal Circolo culturale  “Giuseppe Dessí”, in collaborazione con la biblioteca comunale, a Ciampino dalla locale associazione “Grazia Deledda” e dal circolo “Quattro Mori” di Ostia, con il patrocinio della Regione sarda e dell’amministrazione comunale. Grande attenzione e partecipazione. A Trento e Ciampino, Francesco Giasi, dell’Istituto Gramsci di Roma, giovane e valente ricercatore, ha fatto il punto di come Gramsci venga tradotto, letto e studiato in un “mondo globalizzato”. Ultima conquista delle Lettere e dei Quaderni è la Cina. Chi scrive invece ha parlato di “Gramsci e la Sardegna”. Tema più che impegnativo.  A Trento, dopo i saluti del presidente del circolo, il maddalenino Bruno Tamponi, e dell’olianese Salvatore Dui, i lavori sono stati coordinati dal nuorese Omar Onnis. Sì è parlato della Sardegna come  “paese portatile” per Gramsci, la stessa Sardegna di Eleonora d’Arborea e della “Carta de logu” ma anche di Emilio Lussu e della sua idea insurrezionale contro il fascismo. Dentro queste tematiche, a Ciampino si è inserita pure la relazione di Massimo Dadea, assessore affari generali, personale e riforma della Regione Sardegna, che ha parlato di “Gramsci e la Scuola”. Strutturato sul monito gramsciano alle masse e agli individui, “istruitevi, istruitevi, istruitevi”, l’intervento di Dadea è servito a fare il punto su cosa in materia di scuola e cultura è stato fatto dalla giunta  del governatore Soru. Prima ancora, sempre a Ciampino ci sono stati i saluti dell’assessore alla cultura del Comune anche in rappresentanza del sindaco Perandini, di Antonio Corrias del circolo “Deledda”, uno tra i validi  organizzatori del Convegno, dell’avvocato Alessandro Licheri, ghilarzese concittadino di Gramsci e difensore civico della Provincia di Roma, dell’onorevole Gemma Azuni, olzaese, consigliere del Comune di Roma, e di Maria Antonietta Deroma. Ha coordinato con efficacia Maria Antonietta Schirru, pediatra del Consultorio. Atto finale sia Trento che a Ciampino, è stata la narrazione della vita di  Antonio Gramsci fatta dall’attore e regista Giovanni Carroni accompagnato alla chitarra da Graziano Porqueddu. Prendendo dall‘Albero del riccio, dalle Lettere, dalla Vita di Antonio Gramsci, incomparabile opera di Peppino Fiori, da altre fonti,  Carroni e Porqueddu, entrambi nuoresi,  sono stati capaci di suscitare emozione e commozione tra sardi e no. Come in un significativo “forza paris” detto dall’avvocato Licheri a conclusione del suo intervento, trasformato in un più contemporaneo “stare insieme”: i sardi e gli altri.  Ha detto il signor Pisu, modellista per le sorelle Fontana, arrivato nel Lazio negli anni Sessanta e proveniente da San Gavino Monreale, che da tempo non si era trovato così bene. Gramsci è servito  a sentire e far risentire l’orgoglio e la passione di  essere sardi, a rivelare storie, di sofferenza ma anche di integrazione, di riuscita. Lo dicevano a Trento, una delle città ai primi posti per la qualità della vita. Lo hanno ribadito a Ciampino, i sardi padri e figli e mogli e sorelle di diverse ondate di migrazioni: da Fonni, Muravera, Alghero, Settimo San Pietro, Bitti, Siliqua e Guasila, Sassari e Cagliari. È stato come un incontro di differenti linguaggi, campidanese e logudorese, gallurese e ogliastrino, che però tra di loro si intendono. Più si acuisce la lontananza, più aumenta il grado di reciproca comprensione. Ancora significativo che questa comprensione tra sardi si allarghi anche a sos continentales, come ha evidenziato Francesco Giasi. Come un’attualizzazione di “pasca manna de su mundu proletariu”, per riprendere una poesia di Peppino Marotto, che da carcerato lesse l’opera omnia di Gramsci. “Sono diventato comunista leggendo le poesie di Pipinu  Mereu, sa mundana cummedia di Salvatore Poddighe, e Gramsci”. Per Gramsci, Marotto ha composto  versi significativi poi rimasti impressi su muri e murales di molti paesi della Sardegna: E l’ana mortu sena piedade, sos aguzzinos de su capitale. Ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della sua venuta in Sardegna per il settantesimo anniversario della morte del grande sardo: “L’opera di Gramsci può esserci ancora di grande stimolo e aiuto, come modello di ricerca intellettuale e di indagine culturale e per non pochi degli approdi cui essa giunge”. Con Gramsci non si procede per compartimenti stagni: tutto è interrelato. Nel 1912, Gramsci ha 21 anni.  “Nei primi mesi di vita studentesca vive isolato e in gravi difficoltà materiali”. Però “si interessa agli studi di glottologia e svolge ricerche sul dialetto sardo. Insieme a Togliatti svolge anche una ricerca sulle strutture sociali della Sardegna”. Condizioni sociali et limba. Tutto in Gramsci porta alla dimensione di sarditudine o sardità. Elaborate linguisticamente e politicamente, sarditudine e sardità diventano metodo per entrare nel discorso, in più discorsi. Sia che lo si voglia intendere politicamente oppure antropologicamente o letterariamente o altro ancora. L’interesse sta lì, nel Gramsci sardo ovvero una testa ben fatta. Questo “sardo”e questa “testa ben fatta” sono l’attrazione per dire di una attualità di Gramsci che ci riguarda come sardi e come cittadini del mondo. È una storia lontana e contemporanea, di strade ramificate. Una delle vie che portano da Roma a Ciampino è la via Appia, la vecchia e la nuova. Nel 71 a.C., nell’antica via Appia furono crocifissi più di seimila persone, al termine delle guerre servili che avevano visto gli schiavi sollevarsi contro i romani. Dice Spartaco a un legionario fatto prigioniero, appunto nel romanzo Spartacus di Howard Fast che quella storia racconta: “Il mondo è stanco della ricchezza e dello splendore che avete spremuto dal nostro sangue e dalle nostre ossa…Dì loro tutto questo, affinché abbiano il tempo di prepararsi e di esaminarsi  la coscienza. Verranno chiamati a deporre, e noi abbiamo una forte memoria”. La stessa forte memoria del sardo Gramsci, della sua testa globale, nello spazio e nel tempo. Si legge in un carteggio del 1926 tra Gramsci e Lussu: “La quistione regionale sarda è legata indissolubilmente al regime borghese capitalistico che ha bisogno, per sussistere, non solo di sfruttare la classe  degli operai industriali attraverso il lavoro salariato, ma anche di far pagare alle masse contadine del Mezzogiorno e delle Isole una taglia doganale e una taglia fiscale”. Erano passati più di duemila anni dalla rivolta di Spartaco. Gramsci era lì, a riattivare la memoria storica.  Ha scritto Michelangelo Pira nella Rivolta dell’oggetto: “L’effetto più importante della lettura gramsciana è in Sardegna quello che si deve registrare altrove: il risarcimento della dignità dell’uomo in quanto lavoratore-costruttore della propria dignità”. La dignità dell’uomo come tema gramsciano è stato uno dei fili conduttori dei Convegni a Trento e a Ciampino. Natalino Piras, “Il Messaggero sardo”, gennaio-febbraio 2008, p.22

La settimana enigmistica È un segno. Gramsci come quesito nella “Settimana Enigmistica” che in materia è il settimanale più diffuso e conosciuto in Italia. È un segno perché il considerarlo come “famoso autore” ne indica l’omologazione a una cultura di massa, non più pericolosa ma accettata, una universalità del pensiero differente. Succede per Gramsci quanto non è ancora avvenuto, per esempio, per Giordano Bruno. Dipende forse dal affatto che il pensiero differente di Gramsci è pur sempre dentro una ecclesia, che è stata quella comunista, del partito  e del materialismo storico. Non così per Bruno, eretico, della categoria di quelli a Dio spiacenti e a li inimici sui. Comunque che Gramsci sia nella “Settimana Enigmistica” è un buon segno. “La Settimana Enigmistica” 23 febbraio 2008  anno 37 n. 3961  A pagina 28, chiede il professore Policarpo Chilossà (la domanda gli esce dalla bocca in nuvoletta da fumetto): “Scriveva dal carcere ma non è Silvio Pellico. La soluzione è a pagina 44”. Viene riportata una frase: “Il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita stessa”. Poi, in maiuscolo, l’anagramma del nome: RIMANGO IN COSTA.

Contos  Su tempus de sos comunistas In su romanzu de sas sepultas conto de Giacobbo Mura, de una via chi est annatu a si cufessare chin priteru Rubens. Goi l’a natu Giacobbo Mura a su priteru: “So’ istatu  comunista e nche so’ essitu dae su partitu dopo cantu b’at capitatu in Ungheria, in su millenovichentoschimbantases. Ma certa tzente jeo no’ mi l’irmentico. Comente a Anatolio Ledesma  chi it inoke, in Paskas, segretariu de sa sezione, a su tempus chi it tottu unu disisperu e jeo e  ateros nos imbreacaiamus e giraiamus  a su muru sa cara de Gramsci, pro chi no aeret ‘istu comente nos imus reduitos”.  Su romanzu est unu vattu veru e l’a’ postu in poesia, già dae meta, Giovanni Dettori, vitzichesu. Vitzi est sa idda de su segretariu Ledesma, in sa realtate Jogli ‘e Ledda, mastru ‘e iscola e comunista: de cuddos firmos in s’idea e in sa pratica politica. Tanno, inita sa sicunna mondiale, it tempus de gherra vritta, de s’America contra a sa Russia, gai li naraian semprere a s’Unione Sovietica, de sos comunistas iscufessos e palas a Deus e de sos crejasticos chi si cumbattiana in cata manera. Manifestos e comitzios, comitatos civicos contra a sos demonios rujos, tzente macari de su matessi ichinatu, vinas parentes. Jogli ‘e Ledda istaiat de domo a duos passos dae probanìa. Er mortu pitzinnu, de unu male chi tanno no’ si potiat sanare. Contana chi no’ a’ cherfitu ozzu santu in puntu de morte e pro cussu s’interru suo it chene priteru e nen ruche. Nche l’ana picatu a campusantu a sonu de carcanzos, comente si usaiat narrere, chene chi sa campana aeret sonatu. Devet essere istata una cosa impressionante, in d’una idda de trinta e passa crejas, contanne vinas sar de sa campagna. Ma i’ gai tanno. Sos comunistas ini istos e pintatos comente diaulos, tzente chene pietu, malos. M’ammento chi jeo ipo tanno pitzinnu minore e nos naraiana in in sa lutrina chi guai chi esserene arrivatos sos comunistas a bidda! E nos lo pintaiana abassanne a caddu, a trumas, dae sas ortas de Palas Nieddas, in pelliccia e colbacco, a isciabola in foras. Liberanosdomine!

De cussu tempus at iscritu vinas  Franco Enna, chi tanno it già tzovanu de vint’annos, in Sassari. Contat Franco de comente vinas in sa citate ini istos sos comunistas: pantasimas e mascaras, “inguaribili cannibali”. Bi n’a’ cherfitu de  annos, deche, vinti, trinta,  pro chi esseret finita sa gherra. Pro torrare si no’ in pake, a su nessi non prus iscuminicatos sos comunistas dae sa  creja de Deus, né istos comente bigottones e santaios sos cattolicos  demogristos dae sa creja de su partitu. E narrere chi Gramsci, chi de su partitu comunista in Italia est istatu unu de sos funnatores, at cumbattitu su vascismu e pro cussu er mortu, pustis de annos e annos de galera. Gramsci chi, comente narat Michelangelo Pira, at apitu semprere sa dignitate de s’homine comente idea e pratica politica. Unu de sos cumpanzos de Gramsci, est istatu Diddinu Chironi, nugoresu.  In su milli novichentos vintibattoro,  Diddinu Chironi si nch’i devitu partire dae Nugoro. Nche l’aiana imbolatu a foras dae su travagliu ca it comunista.  De isse s’it interessatu s’avocatu  Mastino e Diddinu l’aian  picat’a facher de tipografu in Roma, inuve istampaian “La Voce Repubblicana”. Su 1924 est s’annu chi sicarios fascistas ana mortu a Matteotti.  Dae derettu, Diddinu Chironi est intratu a facher parte de su partitu comunista de sa capitale. Istaiat in domo de una gatìa  antifascista, impare ch’in dunu de Seddori, chi it un’uspia de sa polizia. Diddinu si n’est abitzatu ca cuaiat  sa tessera sutta sa lastra de marmaru de su cumò. A contu suo, solu isse e sa gatìa ischian su cuatolgiu. S’uspia si antaiat de essere unu rivoluzionariu macari Diddinu no aeret vene cumpresu sas ideas suas. A pustis de carchi tempus, custu de Seddori no s’est vistu prus. No si n’at ischitu prus nudda. In domo de sa gatìa est arrivata sa polizia e derettu ana dimannatu inuve it sa camera ‘e lettu. Sono annatos che a su broccu. Ana sullevatu sa lastra de marmaru de su cumò e ana azzapatu sa tessera. Derettu Diddinu a Questura, derettu postu in avvisu: attentu a su chi aches, a su chi naras, a su chi iscries. E gai Chironi est colatu a travagliare in d’un’atera tipografia. Unu sero, essinne dae travagliare, in piazzale Flaminio, si l’est presentatu  Antonio Dore, chi biviat in Roma, istudente  universitariu, iscrittu a sa Federazione  de sos tzovanos comunistas.  Dore at invitatu Diddinu a una riunione, “fuori porta San Giovanni”. Su locu it sutta de unu arvore e in cue  Gramsci at incomintzatu a faeddare, a narrare de comente devian istare attentzionatos in sa battaglia contra a su vascismu, ma semprere chin s’idea in conca de lu cumbattere, su vascismu, pro sa dignitate de s’homine, pro su riscattu de sos poveros, de sos travagliatores, de operaios  de sa fabbrica e tzente de sa campagna, impare. Gramsci at sichitu a faeddare vinas a canno bi l’a’ fatta, vinas a canno no’ s’est postu a proere a trischia. Aeddaiat in sardu, pro chi l’aeren poitu cumprennere sos sardos e vinas chie sardu no it, ma it comunista, votatu a una gherra contra a meta de su male chi t’anno b’it in su munnu. Bi n’at galu de male, in su munnu de oje, macari non b’apat prus comunistas che a Gramsci. Natalino Piras, “Il Messaggero sardo”, marzo 2008, 21.

Carissima Iulca,

Un traduttore qualificato dovrebbe essere in grado non solo di tradurre letteralmente, ma di tradurre i termini, anche concettuali, di una determinata cultura nazionale nei termini di un’altra cultura nazionale, cioè un traduttore dovrebbe conoscere criticamente due civiltà ed essere in grado di far conoscere l’una all’altra servendosi del linguaggio storicamente determinato di quella civiltà alla quale fornisce il materiale d’informazione (Lettere dal carcere, 671). , 127 Lucia Borghese, Gramsci, Goethe, Grimm o l’archeologia dei desideri, “Belfagor”, 31 marzo 2008, Saggi e studi, 121-146.

(Settembre 2010)

Natalino Piras

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