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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

EUTANASIA, o del diritto di scegliere

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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dsc02172“Proprio come sceglierò la mia nave quando mi accingerò ad un viaggio, o la mia casa quando intenderò prendere una residenza, così sceglierò la mia morte quando mi accingerò ad abbandonare la vita.

Lucio Anneo Seneca

La morte oggi, a differenza de passato, dipende quasi sempre dalle decisioni del medico. Paradossalmente, proprio quando la tecnologia è sempre più capace di posticipare, dilatare, sospendere e a volte invertire il naturale processo del morire, le persone sono sempre meno libere di prendere decisioni riguardo alle modalità e ai tempi della propria morte. Sempre più spesso, inoltre, si ricorre a pratiche con finalità compassionevoli ma clandestine, che espongono i pazienti a ulteriori sofferenze e chi li assiste a rischi di tipo giudiziario. Questo a fronte di un consenso costantemente crescente da parte dell’opinione pubblica verso modalità attraverso cui anticipare la morte in caso di gravi malattie, sofferenze non controllabili e sintomi refrattari.

Nei giorni scorsi la stampa e la tv si sono molto occupate di eutanasia per il grande scalpore che hanno suscitato i  due casi in Inghilterra e nel Belgio. Nel primo, dove l’Alta Corte britannica ha dichiarato che, Nancy Wise una dodicenne malata, ma non in fin di vita, nell’interesse dei genitori ha consentito la “dolce morte”. In Belgio primo caso al mondo di eutanasia su un bambino, dopo l’adozione della legge sull’eutanasia del 2014 per coloro che, “capaci di intendere e di volere” lo richiedono, è stata applicata su un minore, che ha chiesto di morire.

Proviamo dunque ad accantonare le ideologie, e a esaminare argomenti e prove. Non ci potrà mai essere accordo sul tema dell’eutanasia (o del suicidio assistito dal medico), tra chi pensa che la vita umana non sia nella disponibilità di ciascuno, e chi ritiene che se vivere implica sofferenze fisiologiche o psicologiche intollerabili si abbia il diritto di rinunciarvi. Discutere di fatti o almeno tentare, se i valori non sono negoziabili, è segno di civiltà.

Un metodo inventato dal liberalismo.

Vi fu in precedenza un sentito interesse seguito da numerosi dibattiti, quando l’Olanda nel 2002 approvò la legalizzazione all’eutanasia. I giornali nostrani titolarono: “Olanda, cade un altro tabù l’eutanasia diventa legale”, e il  Il vescovo di Utrecht sentenziò: “Abbiamo perso la stima per la vita”. Nel 2000 ci sarebbero già stati 2113 casi di “dolce morte”.

Dato che su valori e credenze non ci può essere accordo, nei sistemi liberali una scelta o un atto compiuti da un individuo, che nasce libero e diventa capace di autodeterminarsi, si ammettono o vietano valutando le conseguenze che comportano. Ovvero, bandendo i comportamenti che mettono a rischio l’incolumità altrui, o minacciano la convivenza. Sarebbe bene capirli questi concetti basilari, così da evitare di alzare insensate barricate contro la libertà di scelta quando la morte è inevitabile e l’esistenza intollerabile, per poi sacrificare la vita di una minorenne sull’altare della stupidità, del disimpegno morale e di una demenziale o malintesa idea della libertà di cura.

Del resto la legge in vigore in Olanda non è qualcosa di radicalmente nuovo: infatti essa non ha fatto che sancire una pratica sociale ben nota, in atto in quel Paese da circa vent’anni, pratica che nello scorso decennio è stata oggetto di due attenti studi pubblicati sulla stampa medica internazionale. E non sono i soli. Negli ultimi anni sono 5 i paesi nei quali è legale l’eutanasia (Colombia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Canada) e 11 quelli dove è legale il SAM(1): tutti i precedenti, più Oregon, Montana, Vermont, California e Svizzera dove è stato depenalizzato dal 1947.

Ma allora perché il clamore di questi giorni? E perché ogni volta che si parla di eutanasia troviamo accomunate nel discorso situazioni così diverse fra loro come la rinuncia o la sospensione delle misure di sostegno vitale richiesta dal malato cosciente, la stessa rinuncia o sospensione decisa dai medici in malati privi di capacità decisionale e la richiesta volontaria, rivolta al medico da parte del malato cosciente e lucido, di por fine alla sua vita? Solo di quest’ultima fattispecie – designata in termini tecnici come «eutanasia attiva volontaria» – tratta la legge olandese -. Ciò presuppone che, malgrado l’attenzione dei media sia così incostante, esiste tuttavia un grosso problema di fondo che riguarda le condizioni del morire oggi, problema che l’opinione pubblica avverte confusamente ma in modo angoscioso e che emerge impetuosamente ogni volta che l’occasione si presenta. Detto in parole semplici, il fatto che la moderna medicina tecnologica ha acquisito una grande potenza nel sostenere le funzioni vitali (basti pensare alla dialisi e alla ventilazione meccanica) e che questa potenza, quando si associa, come purtroppo avviene spesso, ad altrettanta potenza nella cura del processo morboso, può condurre a un esito paradossale: non la guarigione ma solo il prolungamento del processo del morire e dunque un estensione nel tempo delle sofferenze terminali. È poi tanto più facile che ciò accada quanto più prevale, nella medicina di oggi, l’attenzione rivolta alla cura della malattia piuttosto che al prendersi cura del malato. Una considerazione: un malato affetto da cancro in fase avanzata, molto sofferente, si trova ricoverato in un reparto ospedaliero e ha pochi giorni di vita davanti a sé. Una sera improvvisamente ha la febbre e questo naturalmente fa pensare che sia subentrata un’infezione; ebbene si può stare certi che il medico di guardia interpellato prescriverà – in modo per così dire riflesso, automatico – un antibiotico, contrastando così un processo che forse avrebbe accelerato la morte del malato. Se riesce in questo intento, egli avrà dato al paziente qualche giorno di vita in più, ma quasi sempre il risultato netto non sarà un guadagno per il paziente, bensì un po’ di sofferenza in più. Il moltiplicarsi di situazioni come questa  è il motivo che spiega il periodico emergere del problema che i media designano col termine-pigliatutto “eutanasia”. Questo portato inevitabile è dovuto allo sviluppo della medicina contemporanea. Oggi, a differenza del passato, la grande maggioranza delle morti – ovviamente a eccezione di quelle violente o accidentali – avviene in un contesto medico e molto spesso in ambiente ospedaliero. Il processo naturale del morire ne risulta ovviamente alterato, al punto che il momento stesso della morte dipende sempre più da decisioni mediche. Non intese come all’interruzione della vita da parte dei medici (eutanasia vera e propria), ma semplicemente a decisioni di intraprendere o meno una determinata terapia oppure di interrompere una già in corso. Uno studio condotto in Olanda ha dimostrato che decisioni di questo tipo vengono assunte in circa il 40% dei casi. Dunque ciò dimostrerebbe che il modo di morire  “naturale” di un tempo non c’è più e non ci sarà più  in futuro. Non valgono certamente i rimpianti in questo senso, dacché un tempo il processo del morire era più breve, esso non era meno tormentoso di oggi. Dunque l’atteggiamento della medicina, volta alla cura della malattia, nelle situazioni di malattia terminale, a quello che oggi si definisce approccio “palliativo”, vale a dire un atteggiamento che vede il malato e la sua qualità di vita al centro dell’interesse. Ciò si è sviluppato a partire dagli anni ’70 in Gran Bretagna, ed ora, fortunatamente, si va diffondendo ovunque, anche nel nostro Paese, anche per impulso di Umberto Veronesi. Dunque va riconosciuto al malato a essere compitamente informato sulla sua situazione clinica e a decidere, in concerto col medico, le terapie cui sottoporsi (o a rinunciare: principio del consenso e del rifiuto informato). Dunque la controversa eutanasia volontaria, di cui tratta la legge olandese, valorizza l’autonomia del malato, cui viene consentita questa “libertà estrema” alla fine della vita. È naturale quindi che una proposta di questo tipo, che rompe un’antica tradizione, il dibattito sia aperto e acceso. Il movimento internazionale della cura palliative è fortemente avverso a essa, non accettando che si possa offrire ai pazienti neppure in futuro questa possibilità nel contesto delle cure palliative.

(1) SAM “Suicidio Assistito dal Medico”

Riccardo Alberto Quattrini

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