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Il 4 dicembre votiamo NO e difendiamo la Costituzione – Patrioti italiani (20) – ANTONIO ANGELINI e la breve rivolta liberale del 1831 a Pieve Fosciana, un toscano di altra specie…

L’AFORISMA DEL GIORNO – DAILY QUOTE

Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.
(Antonio Gramsci)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

Date vite ci insegnano, tra le altre cose, che c’é solo un dato grado di disperazione che si può raggiungere e che, sull’altro versante, c’é solo un dato grado di felicità materiale che si può ottenere, dopo siamo soli con noi stessi. (Rina Brundu)

tricolore_coloriIl primo tricolore della Toscana sventolò a Pieve Fosciana, famiglia del Dott. Iacopo Pierotti, 1831, adesso di proprietà della famiglia Pesetti di Castelnuovo di Garfagnana.

Antonio Angelini (Pieve Fosciana, 26 maggio 1810 – Modena, 25 gennaio 1845) è stato un patriota italiano del Risorgimento, che partecipò ai moti liberali del 1831.

Biografia
Nato il 26 maggio 1810 a Pieve Fosciana,[1] paese toscano sito nella Garfagnana facente parte a quel tempo degli Stati Estensi, nell’ottobre del 1827 all’età di diciassette anni si era trasferito con la famiglia a Modena,[2] dove il padre Giovanni Pietro, laureato in legge e noto giureconsulto per erudizione, imparzialità e doti morali[3] (chiamato da Elisa Bonaparte a Lucca, fu procuratore di giustizia, quando la Garfagnana venne annessa al principato napoleonico di Lucca) aveva ottenuto un incarico pubblico in qualità di consigliere della Magistratura Giudiziale presso il governo ducale, dopo il Congresso di Vienna, con il recupero della Garfagnana Estense nel ducato di Modena.

Questi i connotati fisici di Antonio, come da rapporto della polizia che lo aveva annoverato tra i ricercati “prevenuti di ribellione”: “Statura ordinaria- Faccia oblunga- Capelli castagni- Barba simile- Naso lungo- Mento oblungo- Segni particolari, alquanto miope- Corporatura mediocre- Fronte alta- Bocca larga- Colorito pallido”.[4]

Antonio Angelini, che per la vivace intelligenza si era distinto negli studi sì da essere ammesso all’università senza sostenere l’esame obbligatorio d’ammissione, si era iscritto alla facoltà di legge, frequentata per due anni, cioè fino all’esilio che lo portò a Parigi: “Del giovane Antonio Angelini posso farle il ritratto per iscritto; se lo desidera in effigie bisogna che vada a Parigi dove è ito a studiare legge. Che testa bizzarra! Mi dirà ella; ma sia con Dio: Tista non spaccia quello che non è (…) avrei voluto che imparasse a conoscerlo, essendo ella degna di un tale amico”.[5] Egli ebbe come precettore privato un giovane compaesano e quasi coetaneo che con questo lavoro si manteneva agli studi universitari, Giovan Battista Tognarelli,[6] fervido sostenitore delle idee liberali, che il clima della restaurazione aveva diffuso ovunque e soprattutto dove avevano allignato forme dispotiche di governo.

Particolarmente attivo sotto il profilo politico era l’ambiente studentesco di Modena e qui vi confluivano anche dalla Garfagnana tanti giovani, per lo più di famiglia benestante e colta, per frequentare ogni indirizzo di studio. Giovan Battista Tognarelli teneva con loro rapporti di amicizia; inoltre, era il tratto di unione tra un gruppo di persone “congiurate” di Pieve Fosciana (che a quel tempo era anello commerciale con l’Emilia) e i patrioti modenesi. Tra i patrioti garfagnini: Nicola, Carlo e Luigi Fabrizi di Sassi, il dott. Iacopo Pierotti, il dott. Amicotti Nicolao, il dott. Pietro Pierotti, Michelangelo Giovannetti, Domenico Angelini, Antonio Angelini (tutti di Pieve Fosciana).[7]

Antonio Angelini aveva maturato in questo ambiente le idee risorgimentali, partecipando attivamente all’azione rivoluzionaria. È in data 6 febbraio 1831, dopo che il duca Francesco IV aveva fatto arrestare gli esponenti della congiura antiaustriaca, che una moltitudine di liberali, guidata da Antonio Angelini “si recò alla Cittadella, si fece consegnare le armi dalle sentinelle e liberò i prigionieri politici, inclusi quelli che erano stati catturati in casa di Ciro Menotti. Nel pomeriggio dello stesso giorno Antonio Angelini convinse i rivoltosi a chiedere la formazione di un governo provvisorio ed egli stesso fu uno degli incaricati della commissione.[7] Nel primo numero (16 febbraio 1831) del “Monitore Modenese”, giornale ufficiale del Governo Provvisorio di Modena, diretto da Leonardo Nardini, (nato a Castelnuovo di Garfagnana nel 1762, ma domiciliato da alcuni anni a Modena), i fatti accaduti vengono riportati in questi termini: “Lasciato lo Stato di Modena e Reggio in abbandono per la fuga del duca e della maggior parte delle truppe, radunossi il popolo la mattina del giorno 6 nel palazzo del Comune, e dopo essere stato arringato dall’animoso Antonio Angelini, studente di legge e giovane di molto ingegno e caldissimo di patrio amore, obbligò i custodi dell’armeria a consegnarli le armi”. Al Nardini “mal gliene incolse” per essere stato il direttore del giornale; infatti con il ritorno del duca il Nardini fu arrestato, nonostante la fuga nel Frignano, processato e condannato con sentenza 12 luglio 1831 per aver accolto nel Monitore “scritti ingiuriosi ed offensivi l’onore del nostro veneratissimo sovrano”,[8] a tre anni di carcere commutabili nell’esilio, alle spese del processo e alla sorveglianza. Anche il “duchesco” A. Setti racconta l’episodio dicendo che “All’un’ora pomeridiana (del 6) si cominciò a radunare molto popolo nella Piazza, che venne ingrossato da molte persone accorse dai luoghi vicini, e dopo aver sentito una rapsodia declamata dal giovinastro Antonio Angelini, che per fortunata combinazione non era che un garfagnino, cominciò a tumultuare e a chiedere alla Comunità un nuovo governo e la liberazione dei prigionieri politici (…). Fra le grida di gioia, di viva la libertà portossi la turba, composta dalla più vile feccia del popolo e diretta dal fanatico ed esaltato Antonio Angelini, alla Cittadella e pose in libertà i politici detenuti, disarmando la truppa e sostituendo nei posti militari coloro che avevano contribuito a disarmare la truppa medesima”.[9]

In data 9 febbraio 1831 fu pubblicata una “Deliberazione dei cittadini unitisi per la liberazione della patria”, nel cui proclama si denunciava la situazione di gravità determinata dal vuoto politico; di conseguenza si dava vita ad un Governo Provvisorio, del quale veniva fissata la gerarchia politica con la nomina di un Dittatore e tre consoli. “Nel proclama si facevano essenzialmente queste considerazioni: il duca aveva abbandonato Modena senza lasciare alcuna direttiva; i ministri ducali erano fuggiti e rimanevano latitanti; la situazione era di grave pericolo; si dava per esautorato il duca (…)”.[10] Il proclama è firmato da 72 persone, tra cui Vincenzo Borelli, Antonio Angelini, i fratelli Paolo e Nicola Fabrizi, Celeste Menotti (fratello di Ciro), Anacarsi Nardi (nato in Lunigiana, sarà fucilato nel 1844 a Cosenza nella spedizione dei fratelli Bandiera), Manfredo Fanti (che sarà generale nelle guerre risorgimentali e ministro di Cavour, in qualità di primo ordinatore dell’esercito del regno d’Italia). I firmatari vennero poi definiti da Antonio Setti “…pazzarelli, per spogliare con un tratto di penna Francesco IV della sovranità, a lui garantita da tante Potenze e tanti solennissimi trattati”.[11]

Antonio Angelini ricompare come uno dei rappresentanti della Guardia nazionale in data 15 febbraio 1831, quando un’assemblea doveva sancire l’unione del Governo Provvisorio di Modena con quello di Reggio.

Francesco IV, che il 6 di marzo aveva avuto ragione con 5000 soldati su qualche centinaio di rivoluzionari a pochi chilometri da Modena, rientrò nella capitale del ducato il 9 marzo 1831. Il nome di Antonio Angelini si ritrova[12] di lì a poco, unitamente a quello di altri 58 ricercati, nel bando emesso dal Tribunale Statario eretto il 20 marzo. Un decreto ducale sempre del 20 marzo stabiliva le norme con cui i ribelli dovevano essere puniti, distinguendo chi doveva essere giudicato dalla Commissione militare e chi dal Tribunale Statario. Inoltre si precisava che era da ritenersi “che sia andato volontariamente in esilio, chiunque evase coi ribelli da questi stati”.[13] Lo stesso duca in data 10 settembre segnala al Presidente del tribunale i nomi dei capi della ribellione e dei fomentatori della rivolta, come Menotti, Fabrizi, Angelini, quasi tutti latitanti e condannati in contumacia. Per l’Angelini, considerandone la minore età, la pena comminata era di venti anni di galera. La sentenza sarà riconfermata in data 19/6/1837 con l’accusa di “reo di lesa maestà per essere intervenuto alla redazione e firma della deliberazione 9 febbraio 1831. Portante la Costituzione del Governo Rivoluzionario a pregiudizio della Legittima Sovranità. E per avere con zelo eccitato il popolo alla rivolta conducendolo fra gridi di gioia alla Cittadella, dove disarmate le sentinelle, aprì le porte ai prigionieri politici”.[14]

Dal 1832 ha inizio l’esilio di Antonio Angelini; costretto ad espatriare, si stabilisce a Marsiglia, dove Giuseppe Mazzini nell’agosto del 1831 aveva fondato l’associazione Giovine Italia. Insieme a un compagno di Ciro Menotti, Giovan Battista Ruffini e con il significativo nome di copertura di Giano della Bella, Antonio Angelini entrò a far parte della Giovine Italia diventandone uno dei dirigenti. Di questo periodo di militanza non si sa molto in quanto la famiglia, prima che Antonio morisse, distrusse a Modena tutto il materiale compromettente. Pertanto quello che sappiamo è da ricondursi all’Epistolario Mazziniano; Giuseppe Mazzini lo elogia come “giovane di intelletto svegliatissimo e caldo”, a cui affidava anche compiti di una certa rilevanza, come nei primi due moti mazziniani del 1833 e 1834.

Nel 1833 a Torino ebbe un incarico di propaganda: “Usi speranza, sentimento di dovere, poi parli caldo: frema, pianga, se occorra”.[15] Sempre a Torino Antonio Angelini avrebbe dovuto mettersi in contatto con Antonio Gallenga,[16] la cui missione segreta era quella di attentare alla vita di Carlo Alberto di Savoia, ma non ebbero luogo nessuno dei due fatti; anzi, entrambi i personaggi fuggirono all’estero con l’aiuto dei liberali torinesi. Il Mazzini scrive da Ginevra ad un amico: “Giano della Bella è qui in salvo”. Il riferimento a Giano della Bella ricompare in una lettera del Mazzini risalente all’ottobre 1833, quando si stava organizzando il secondo moto, che prevedeva per gli inizi del 1834 la sollevazione della Savoia: ”Ho avuto la visita (a Ginevra) di Giano della Bella, venuto per avere certe istruzioni ed anche armi.(…) Dio ci aiuti. Vedo esclusa ogni via di salute per lui. Temo che Giano della Bella sia arrestato. Di Giano della Bella non so nulla. Maledizione.”

Le responsabilità del fallimento del secondo moto (cui seguirono persecuzioni poliziesche che costrinsero all’esilio in Inghilterra Mazzini, Angelini, Ruffini e tanti altri) furono principalmente ricondotte al generale Ramorino. Antonio Angelini interviene, unitamente all’amico G. B. Ruffini, come firmatario di un articolo scritto in lingua francese pubblicato nel periodico Europe Centrale in risposta ad una lettera che il generale Ramorino aveva inviato alla Gazette de Lausanne[17] per discolparsi. Nell’articolo si accusava di incapacità il generale Ramorino e si esprimeva il rammarico per averlo scelto come capo pour aller se battre et que tout a fini par une vaine bravade militaire.[18]

Ricompare il nome di Antonio Angelini in una lettera scritta dal Mazzini da Londra nel 1844 in cui afferma che non si può “dire: non s’ha da correre il menomo rischio per la causa ed essere nondimeno patrioti per eccellenza. Del ’33 quando v’erano più rischi d’oggi, Angelini, Gallenga, Clara e non so quanti altri andarono”.

Nel 1845 la famiglia di Antonio Angelini viene messa a conoscenza dal congiunto di problemi di salute per i quali gli stessi medici esprimeranno una diagnosi di tale gravità da indurre il padre Giovanni Pietro a richiedere al governo ducale il rimpatrio; la richiesta viene motivata adducendo disturbi mentali che in realtà non corrispondevano alle reali condizioni di salute: “Giov. Pietro Angelini di Modena implora che il profugo politico di lui figlio Antonio, affetto da alienazione mentale possa venire in seno alla propria famiglia a curarsi di tale malattia”. La risposta è del 21 agosto: “Se è mentecatto il figlio del ricorrente non sta bene in casa e potrebbe la sua pazzia essere un pretesto per venirvi; ma se lo è si concede che venga posto in una cura nello stabilimento di S. Lazzaro”.[19] Solo dopo la supplica della madre Brigida e la sicurezza tramite indagini mediche della effettiva grave condizione di salute del figlio, il duca Francesco IV concesse che l’Angelini fosse ricoverato a spese della famiglia nel manicomio di Reggio, sorvegliato a vista dalla polizia, curato dal medico governativo, isolato da tutto e da tutti, fatta eccezione per le visite dei familiari che tuttavia erano sottoposte a limiti di tempo, dovevano tenersi al cospetto di ufficiali di polizia e sotto la responsabilità del direttore. Essendosi aggravato nel corso dell’anno lo stato di salute del malato, ne fu concesso il trasferimento nella casa dei genitori a Modena dove poco dopo morì il 25 gennaio 1845, a soli 35 anni.

La breve rivolta liberale del 1831 a Pieve Fosciana
Un piccolo paese toscano, Pieve Fosciana, situato nell’area della Garfagnana, nel 1831 fu protagonista anche se per pochi giorni di un moto rivoluzionario che attesta la diffusione anche in questa zona delle idee risorgimentali. L’adesione alle massime rivoluzionarie e agli ideali di libertà verrà pagato con la soppressione temporanea della Comunità e la sua annessione a quella di Castelnuovo dal punto di vista politico e sotto il profilo giuridico con condanne al carcere o all’esilio degli individui riconosciuti come sovversivi.

Il territorio del ducato di Modena dopo il Congresso di Vienna, quando ad Ercole III era subentrato l’arciduca d’Austria Francesco IV, figlio di Ferdinando d’Austria (fratello dell’imperatore Giuseppe II) e di Maria Beatrice (ultima della casata d’Este), comprendeva prevalentemente l’Emilia, oltre l’Appennino, in Toscana, gran parte della Garfagnana, oltre le Alpi Apuane, Massa, Carrara e la Lunigiana estense.

Il clima introdotto dalla Restaurazione fece sì che anche qui lentamente si affermassero quelle idee che miravano ad un diverso assetto della società e una trama rivoluzionaria si era infiltrata nel ducato di Modena, nonostante la vigilanza austriaca e la dura repressione.

Il duca Francesco IV d’Austria-Este, Olio su tela, autore sconosciuto, collezione privata.
Già nei moti del 1821, a Modena era stato arrestato don Giuseppe Andreoli, poi condannato a morte nel 1822; pure uno studente in legge di Pieve Fosciana, Andrea Amicotti[20] (nato a Pieve Fosciana nel 1795, dottore in legge e cugino di Antonio Angelini), il 27 marzo 1821 venne arrestato, anche se poi prosciolto, con l’accusa di aver esternato “principj rivoluzionarj” ed [abbia] ascritto ad una pericolosa società parecchi giovani”.[21] Lo stesso Francesco IV, con l’obiettivo di diventare re del Piemonte, si era lasciato indurre fin dal 1826 da Enrico Misley a cospirare contro l’Austria. Verso la fine del 1830 il ruolo del Misley, trasferitosi a Parigi, fu assunto da un industriale di Carpi, Ciro Menotti, che aveva costituito comitati a Bologna, nelle Romagne, a Firenze, Parma, Mantova e si era proposto di formarne in ogni città italiana con la finalità di conseguire l’indipendenza, l’unità e la libertà della penisola, con capitale Roma e un sovrano da designare.

Tuttavia l’atteggiamento del duca era sempre rimasto ambiguo, poi prudente, quindi contrario alla congiura. Pertanto Ciro Menotti decise di procedere all’azione con un’insurrezione simultanea nel ducato, a Bologna e nelle Romagne, fissata per la notte fra il 5 e il 6 febbraio.

Il 3 febbraio 1831 il duca Francesco IV aveva fatto arrestare, a casa di Ciro Menotti a Modena, il dott.Nicola Fabrizi e altri esponenti della congiura anti-austriaca, che avrebbe dovuto sfociare nella sollevazione fissata tra il 5 e il 6 febbraio. I capi della rivolta, ritenutosi traditi dal duca, quella sera stessa si incontrarono nella casa di Ciro Menotti per anticipare l’azione, ma la casa fu circondata dai soldati di Francesco IV e, nonostante i tentativi di difesa, i congiurati, non riuscendo a resistere all’assedio, dovettero arrendersi. L’immediata impiccagione (il duca aveva fatto venire il boia da Reggio) dei prigionieri non ebbe seguito, perché il duca fuggì a Mantova la sera del 5, dando credito alla notizia invero infondata di una rappresaglia da parte dei rivoluzionari bolognesi, ma condusse con sé Ciro Menotti, che verrà impiccato con Vincenzo Borelli successivamente il 26 maggio 1831.

Anche in Garfagnana i sentimenti liberali dettero origine a manifestazioni che raggiunsero il momento culminante a Pieve Fosciana tra il 5 e il 6 marzo, nonostante fosse stato previsto dal governo provvisorio modenese e dai liberali di Garfagnana una sollevazione nel capoluogo per la destituzione del governo estense e la sua sostituzione. Nell’alta Garfagnana il malumore si era particolarmente diffuso a Gragnana a causa delle tassazioni considerate eccessive e a Camporgiano per l’elevato prezzo del sale e la tassa personale da cui si voleva essere esentati.[22] Tuttavia l’attività sovversiva era particolarmente significativa a Castelnuovo e a Pieve Fosciana.

L’avv. Felice Spezzani, emissario del governo Provvisorio che verrà condannato in contumacia con sentenza della C.M. Stataria 19-6- ’37 alla galera a vita come “reo di Lesa Maestà per aver assunto dal Governo Rivoluzionario il mandato di tentare la sollevazione in Garfagnana”,[23] fu visto scendere da San Pellegrino a piedi “con il cavallo a mano”;[24] il giorno 1 o 2 di marzo si era stabilito a Castelnuovo nell’“Osteria della Scala” di Alfonso Bertoletti con il compito affidatogli dal Governo Provvisorio modenese di coordinare l’attività sovversiva, tenere i contatti tra i rivoluzionari, illustrare notifiche e decreti del governo provvisorio modenese ai quali doveva uniformarsi anche la Garfagnana.[24] Molti furono gli incontri avvenuti con personaggi locali, in particolare il venerdì del 4 marzo, tra cui Agostino Vittoni e Raffaello Coli. La sera dello stesso giorno si tenne a Castelnuovo una cena e molti dei partecipanti erano “rivoluzionari”, tra cui il dott. Battista Togni di Rontano, il dott. Porta di Pieve Fosciana, il capitano Giovan Battista Vittoni e il fratello Agostino, comandante della milizia urbana della provincia, il brigadiere Ferretti dei Reali Dragoni, il sergente Roversi, il magazziniere dei Sali a Castelnuovo Raffaello Coli, il notaio Satti. Durante la cena si stabilirono i piani da seguire, si affermò che tutti i politici ducali sarebbero stati sostituiti; anche il governatore sarebbe stato rimosso se non avesse seguito il corso che le cose avevano preso a Modena e a Reggio, tanto che si fece il progetto di “unirsi al dr. Togni venti persone per condursi in Rocca inalberando la tricolore bandiera che già ne erano state recate tre in Castelnuovo e di prezzo, per le quali nella cena si erano tassati ognuno di quattro- cinque scudi”.[25] Tuttavia tra le comunità della Garfagnana i rapporti non erano facili, tanto che il Togni nella cena sopra citata intervenne con la considerazione che “i pievarini avrebbero voluto possedere il vanto di qui e spiegar essi il vessillo della rivolta, della quale proposizione avea sdegno che torto avrebbe apportato ai castelnuovesi”.[25] Un’altra testimonianza afferma che “… quei paesani non fidandosi de’ Castelnovesi tra i quali è sempre valsa una certa antipatia volevano far agire nelle loro mire piuttosto l’alta Garfagnana e che contassero in proposito molto sul fisico dottor Angiocchi di Casatico(…) che il medico o almeno iniziato all’estero ne’ studi di medicina giovine Amicotti (Nicolao) unitamente ad un Pierotti (Iacopo di Sebastiano, detto poi Iacopetto) gli dissero essere questi cittadini vigliacchi, e che non avrebbero operato come si dovea. Essi designarono a reggere ordine di cose il prefato Angiocchi, Agostino Vittoni, non che il sindaco di Vergemoli Saverio Girolami e fors’anco l’avv. Battista Raffaelli, i quali ultimi due erano di fatto all’oscuro di un tale disegno”.[26]

In data 5 marzo 1831 il Governatore della Provincia convocò una riunione, su richiesta del governo provvisorio di Modena, per decidere se adeguarsi o meno alla nuova situazione.

Nella mattinata dello stesso giorno a Castelnuovo circolavano inusitatamente molte persone; si vedevano “i pievarini tener conferenze, piccoli gruppi, complotti”,[27] si diceva che “se non deliberavano presto si sarebbe veduta la bandiera”.[28]

In realtà nella riunione col Governatore si prese tempo e una delegazione, della quale facevano parte Cirillo Cilla e Agostino Vittoni, venne inviata a Modena per discutere in modo più dettagliato sulla situazione in cui si sarebbe trovata la Garfagnana col nuovo assetto politico; l’idea della delegazione non fu da tutti condivisa e molti erano favorevoli ad un’azione immediata finalizzata alla destituzione del governo estense.

Il Cartello di Pieve Fosciana aggiornato con “Il Paese del Tricolore” lo scorso 17 marzo 2011 in occasione del 150º anniversario dell’Unità d’Italia. Tania Giannecchini, 17 marzo2011, Pieve Fosciana.
La sera del 5 marzo a Pieve Fosciana uomini come Nicolao Amicotti, Lorenzo Grilli, Battista Tognarelli, Antonio Angelini, Pietro Mariani, Felice Azzi contribuirono a rendere l’atmosfera particolarmente animata,[29] discutendo sull’andamento delle cose, tanto che il sindaco ritenne opportuno far rimuovere e porre in sicurezza lo stemma di S.A.R. Verso le dieci dello stesso giorno ebbe inizio la sollevazione con l’esposizione della bandiera tricolore sulla facciata della Casa Comunale, dove sventolò fino alle ore dieci pomeridiane del giorno martedì 8; la bandiera era sorvegliata da due uomini armati con fucili sottratti alla sezione dei vigili urbani e la coccarda «bianca, rossa e verde» sul berretto militare.[14]

La domenica del 6 marzo vennero nominati i nuovi amministratori nelle figure di Giuseppe Giovannetti e Antonio Pierotti; per tutta la giornata si festeggiò anche con la partecipazione dei liberali castelnovesi più in vista, mentre nel vicino paese del Sillico si tentava una analoga azione di rivolta.

Il Sindaco in carica Cristoforo Torriani nello stesso giorno 6 marzo inviò al governatore ducale Salinguerra Torello un rapporto sull’accaduto: “Con mio sommo rincrescimento sono in dovere di partecipare all’E. V. che nella notte dal 5 al 6 corr. Diversi giovani di questa Pieve senza mia intelligenza, e di loro arbitrio hanno innalzata alla casa della Comune la bandiera tricolore, alla quale montano la guardia, essendosi impossessati dei fucili appartenenti a questa frazione Urbana. In questo stato di cose(…), prego l’E.V. a volere dare in proposito quelle disposizioni che riterrà opportune nella sua saggezza”.[30] Di contro il governatore dette ordini perentori come la sospensione, decretata con una disposizione governativa nº 3952 del 10 marzo 1831,[31] della sezione dei vigili che a partire dal 1º aprile sarà “cancellata dai ruoli per cattiva condotta. Questi individui vanno a cessare dal privilegio loro concesso come militari rientrando nello stato di borghesi”.[32] Inoltre si ingiunse al capitano Vittoni, comandante la compagnia urbana della provincia di Castelnuovo, di prelevare da suddetta sezione tutto ciò che le era di pertinenza; al sergente Roversi in data 16 marzo verranno consegnati: 15 fucili completi, 15 giberne e portagiberne, 13 portabaionette, 2 sciabole e portasciabole, 15 mostrine, pantaloni di panno bianco e ghette di panno nero, 15 scakoy completi, 11 pomponi nuovi e quindici vecchi, 45 cartucce a palla e 15 pietrefocaie.[33] In un ulteriore dispaccio del governatore si richiedevano al Sindaco informazioni su chi avesse commesso l’infrazione della Sezione dei Vigili e innalzato la bandiera, sul comportamento di alcuni individui come Giovanetti Michelangelo, Angelini Domenico, Pierotti Andrea,Tortelli Giuseppe, Poli Andrea. Nella risposta il sindaco testimonia rincrescimento per l’accaduto, ma afferma di non poter risalire ai responsabili dell’azione sovversiva in quanto il fatto era avvenuto di notte a sua insaputa; inoltre giustifica in vario modo l’operato delle persone segnalate.

Nel frattempo il Duca, essendo rientrato a Modena in data 9 marzo 1831, chiese notizie più circostanziate sui fatti accaduti in Garfagnana. In questo frangente la Comunità di Pieve Fosciana, intimorita dalla piega che le cose avrebbero potuto prendere, “riferisce al Governatore la gioia provata da questa Comunità, anche con pubbliche dimostrazioni, pel fausto e glorioso ritorno dell’Amato Sovrano, e chiede il permesso di potere spedire a Modena una deputazione per umiliare ai piedi dell’Augusto Sovrano i sensi della sua infinita devozione”.[34]

Le misure prese dal duca furono rigide; egli richiese ai sindaci i nomi dei sovversivi, in modo da poter liberare la provincia dalla presenza di coloro che avevano sposato le idee rivoluzionarie come attestato dalla circolare inviata dal Governatore della provincia della Garfagnana alla comunità di Pieve Fosciana:“S. A. R. l’Augusto nostro Sovrano volendo possibilmente purgare la sua pro.cia della Garf.na da quei pochi soggetti, che pel manifestato loro attaccamento alle massime rivoluzionarie potrebbero guastare altri, con Venet.mo Chirografo a me diretto in data 23 corrente, incarica tutte le Comuni e i Sindaci rispettivi, nonché il Podestà di Castelnuovo d’indicare riservatamente al Governo i Soggetti compromessi, o sospetti su tal proposito, per prendere poi quelle misure che la R.A.S. crederà più opportune (…)”.[35] Dispose poi la soppressione, da rendere operativa dopo il 30 giugno, della comunità di Pieve Fosciana e la sua aggregazione a Castelnuovo di Garfagnana: ”S. A. R. l’Augusto Nostro Sovrano con Venerato Chirografo del giorno di ieri, prescrive che «ferma restante la massima già adottata di aggregare cotesta Comune a quella di Castelnuovo, ne sia sospeso l’effetto fino al 30 giugno prossimo per darsegli allora esecuzione, ammenoché cotesta Comune non mandi via stabilmente, e si liberi permanentemente di tutti gl’Individui, che più o meno contribuirono alla sollevazione della Comune stessa e all’innalzamento della bandiera tricolore, e dei quali la comune dovrà essere purgata interamente se vuole rimeritarsi la Grazia Sovrana».[36]

Il sindaco, pur conoscendo gli avvenimenti e i nomi delle persone coinvolte, continua ad essere evasivo e afferma di non poter intervenire “non conoscendo con indubitata certezza gli individui, che commisero sì dispiacente trascorso”[37] e anzi chiede a S.E. il Governatore “(…) Ella perdoni l’ardire, a supplicare l’E.V. d’indicare alla medesima i nomi di coloro che per l’esecuzione del Sovrano Decreto dovrebbe mandar via perpetuamente, e interamente”.

Il governatore Torello, nella consapevolezza che il sindaco non vuole compromettere coloro che erano implicati nella vicenda, risponde in modo perentorio: “In replica al rapporto delle SS.VV. del 30 aprile scorso, n.114, non posso dispensarmi dall’osservare loro, che trattandosi nella massima parte di cose pubbliche, e notorie, non può riuscire tanto malagevole l’evasione del sovrano Decreto del 1 detto Mese, per prevenire l’aggregazione di cotesta Comune a quella di Castelnuovo. E siccome «corre stretto obbligo» all’amministrazione di corrispondervi nel più esatto modo, così potranno le SS.VV. «valersi di confidenti», se occorrano, «mediante qualche retribuzione sui fondi Comunali».[38]

Di fatto in un successivo comunicato del governatore alla Comunità di Pieve Fosciana si diceva «che per ora non troviamo di dovere revocare la disposizione data relativamente alla Comune di Pieve Fosciana, che vogliamo prima bene convincerci, che sia «non temporaneamente, ma permanentemente purgata» da tutti li cattivi soggetti, che vi promossero l’attentato di ribellione».[36] In effetti con il decreto dell’8 luglio 1831 n°1689 la soppressione sarà attuata e il sindaco destituito dalle sue funzioni:“Con Sovrano Decreto emanato al Cattajo sotto il giorno 8 corrente, n.1689 S.A.R. ha ordinato che si eseguisca l’aggregazione della soppressa Comune di Pieve Fosciana con quella di Castelnuovo, come fu antecedentemente disposto. Invito perciò le SS.VV. a consegnare gli atti del proprio ufficio alla Comunità di Castelnuovo, e a cessare dalle funzioni sin qui sostenute”.[39]

Bisognerà attendere il 1833 per vedere ripristinata l’autonomia della Comunità di Pieve Fosciana. In un documento di Francesco IV al Governatore Torello si legge “Sui replicati ricorsi e proteste degli abitanti della Pieve Fosciana di fedeltà e rincrescimento delle passate vicende, ci siamo determinati a rimettere, ma solo per ora, in modo provvisorio, la soppressa Comune di Pieve Fosciana dal 1º gennaio prossimo venturo 1833, con che lontani dalla Comune tutti gli individui compromessi per opinioni politiche nell’occasione dell’ultima rivolta di Modena. Ma il Sindaco e gli Anziani verranno nominati dal Governatore”.[40]

Il 2 gennaio 1833 nel Comune di Pieve Fosciana viene insediata la nuova amministrazione:“Radunati nella solita residenza Comunale li Sig.ri Felice Azzi, Sindaco, Giuseppe Torriani e Giuseppe Giovannetti, Anziani «tutti nominati da S.E. il Sig. Conte Governatore della Garfagnana con individuale Dispaccio della stessa data e numero, col quale notifica il Veneratissimo Chirografo di S.A.R. l’Augusto nostro Sovrano in data 30 novembre u. s. n. 6812, portante la riprestinazione della già soppressa Comune di Pievefosciana a contare dal 1º gennaio 1833”.[41]

(tratto dalla pagina wikipedica italiana, anche la featured image)

Referendum per la Riforma Costituzionale: il 4 dicembre vota NO – Scarica il GIF di Rosebud e diffondilo…

Lo disse… Nietzsche

Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi. -- (---) -- Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

Lo disse… OSHO

Non voglio seguaci, persone ubbidienti. Voglio amici intelligenti, compagni di viaggio.

Lo disse… NEWTON

Platone è il mio amico, Aristotele è il mio amico, ma il mio migliore amico è la verità.

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