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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Sul “ping pong” e altri ameni passatempi della politica italiana

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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Umberto Scopa

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Benché non richiesto e forse nemmeno troppo autorevole, mi sento di offrire in queste pagine anche io, tra tanti, il mio contributo sull’improvviso ciclone che ha investito la nostra costituzione. Assisto anche io -come tutti gli ex e attuali studenti di diritto di questo paese- al commovente stato di bilico di questa carta costituzionale, che un po’ abbiamo maledetto sulle sudate carte al tempo degli esami, e ora ci commuove sospesa sul precipizio di un futuro, che prima ancora di vederla applicata, non sembra molto interessato a farne conoscenza.

Comincio col dire alcune cose che i sedicenti riformatori non dicono, condividendo se non altro – dal loro punto di vista – la saggia scelta di non dirle.   Mi riferisco a come si svolgerà davvero, nella variegata casistica, il procedimento di approvazione delle leggi. Oggi le profezie che ho ascoltato sembrano collocarsi in una di due estreme versioni. C’è l’ottimistica versione governativa che rappresenta i futuri progetti di legge come dei treni Frecciarossa che non fermeranno più alla stazione Senato, dove i senatori al massimo potranno rivolgere un salutino con il fazzoletto al convoglio; per contro c’è la versione di una schiera di agguerriti giuristi che noi studenti abbiamo spesso maledetto sui libri di scuole invitandoli a più ameni passatempi, anziché martoriare noi ex ed eterni studenti con le loro elucubrazioni.   Questi insigni giuristi, oggi un po’ più attempati, sviluppano contro l’odierna riforma obiezioni giustamente articolate e complesse, ma del tutto inadatte agli implacabili tempi televisivi, soprattutto all’atto di illustrare la rete intricata di scambi che costringerebbe il nostro convoglio Frecciarossa ad una slalom speciale tra paletti rossi e blù.  La cosa più intelligente, per rivolgersi ad un paese deficiente quale siamo, sarebbe stata quella di lanciare un reality show, sotto forma di gioco di ruolo, così concepito: un attore impersona il governo e si inventa finti progetti di legge, anche di due righe, non serve una finanziaria, e ogni altro personaggio del gioco impersona un organo dello Stato partecipe dell’iter di approvazione della legge fino al momento in cui la legge cade in testa allo sventurato cittadino e oltre. Si scoprirebbe nel corso del gioco uno sviluppo del tutto imprevedibile e cioè che l’organo più affaticato sarebbe .. udite, udite .. la Corte Costituzionale, di cui ben pochi hanno parlato – se le mie orecchie non si sono perse troppe cose. Avremmo visto la corte subissata da dubbi di costituzionalità di un’infinità di leggi, non già per il loro contenuto, ma perché approvate con procedimento discutibile, alla luce dei molteplici dubbi che i casi pratici avrebbero sollevato nell’intricato gioco di variabili  procedurali previste dalla riforma. Ma siamo dei teorici, in Italia, si sa, e all’occorrenza diventiamo tutti insigni professori pro tempore, e da buoni teorici disprezziamo i casi pratici lasciandoli ai tediosi manovali del diritto. Torno alla Corte. Se lei annulla una legge, la rimuove con effetto retroattivo, e non per cattiveria, ma perché questo è il nostro sistema quanto agli effetti dell’annullamento delle leggi, con buona pace degli effetti prodotti nell’intervallo di tempo dall’entrata in vigore della legge alla pronuncia di annullamento; cioè, chi nel frattempo le ha applicate, chi rispettate, chi le ha trasgredite .. è tutto cancellato .. il giro ricomincia da capo come al monopoli ma senza ritirare le canoniche 20.000 lire al passaggio dal via. Uno scenario da incubo che neanche il miglior Travaglio ci ha saputo raccontare. Roba da far rimpiangere il tanto vituperato “ping pong” tra Camera e Senato, attualmente al centro delle invettive renziane dall’inizio della campagna referendaria. Ora ammettiamo anche che deputati e senatori siano stati fino ad oggi impegnati in questa estenuante sfida sul rettangolo verde denominata ping pong, rimpallandosi progetti di legge all’infinito (cosa che per inciso non è successa mai per le leggi più indecenti approvate nella storia recente del nostro paese, queste per loro buona sorte sono filate come siluri dritto dove non lo diciamo). Ecco, se questo è accaduto, occorre anche ipotizzarne le ragioni. Delle due l’una: o il dibattito era legittimo perché la legge suscitava legittime perplessità, e il rallentamento era quindi una mera conseguenza per non devastare in modo inconsulto ulteriormente il nostro disastrato panorama legislativo, insomma era ponderazione, cioè il mestiere per cui esistono le due camere, oppure il rallentamento era dovuto all’indole dei nostri politici, che sono degli irresponsabili intenti a boicottare l’innovazione legislativa. Questi sono i due casi e altri non ce ne sono, così se è vero il primo è un suicidio castrare il senato, ,il problema non è lui, se è vero il secondo caso, e il problema è l’irresponsabilità dei rappresentanti del popolo, è ridicolo pensare che a dei politici irresponsabili gli diamo una macchina più veloce.

Tutto ciò considerato non mi rimane che questa amara conclusione. La nostra bella costituzione, che fino a pochi mesi fa era ufficialmente la più bella del mondo per condiviso orientamento del medesimo partito che ha espresso l’attuale premier rottamatore, in realtà non è perfetta, un grosso difetto lo ha. O meglio ha un imperdonabile tallone d’Achille, ma non certo negli articoli che saranno dati in pasto all’imminente consultazione elettorale, piuttosto in quello che prevede la possibilità di dare in pasto ad una consultazione elettorale la riforma di se stessa. E prima di essere assalito di accuse sulla mia presunta indole antidemocratica, ricordo che già oggi, nella parte della costituzione che nessuno si sogna di cambiare, sono previste tipologie di leggi sottratte al giudizio popolare, fra queste quelle che decidono le tasse che i cittadini devono pagare, perché si ritiene che siano materia tecnica da sottrarre agli umori del popolo. E nessuno ha mai accusato di antidemocraticità questi aspetti della nostra suprema carta. Se proprio l’intricato tema di cosa è democratico e cosa no occorre dipanarlo, dirigerei l’attenzione piuttosto sul caso unico al mondo di un parlamento (quello italiano di oggi) insediato con una legge elettorale incostituzionale (tale dichiarata infatti dalla Corte con pronuncia ufficiale), quindi un parlamento incostituzionale, che ha generato e tiene in piedi un governo incostituzionale, il quale sta cambiando radicalmente quella costituzione in base alla quale dovrebbe dimettersi all’istante, per sostituirla con un’altra versione rispetto alla quale il problema della sua legittimità sarà felicemente superato.

Umberto Scopa

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