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Il 4 dicembre votiamo NO e difendiamo la Costituzione – Patrioti italiani (13) – FRATELLI BANDIERA, dalla marina austriaca a Corfù e tra i briganti di Calabria

L’AFORISMA DEL GIORNO – DAILY QUOTE

La più grande vendetta è la felicità: niente manda in bestia le persone più che vederti fare una fottuta bella risata.
(Chuck Palahniuk)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

La ragione è l’illusione dello spirito di essere arrivato. (Rina Brundu)

bandieraAttilio Bandiera (Venezia, 24 maggio 1810 – Rovito, 25 luglio 1844) e Emilio Bandiera (Venezia, 20 giugno 1819 – Rovito, 25 luglio 1844) furono due patrioti italiani, eroi del Risorgimento.

Furono giustiziati per fucilazione dalla giustizia borbonica in Calabria nei pressi di Cosenza il 25 luglio 1844 dopo un fallito tentativo di sollevare le popolazioni locali del regno delle Due Sicilie contro il governo di Ferdinando II in ottica di unificazione nazionale dell’Italia.

I primi tentativi insurrezionali
Attilio ed Emilio, entrambi nati a Venezia, erano figli del barone Francesco Giulio Bandiera, ammiraglio, e di Anna Marsich; a loro volta ufficiali della Marina da guerra austriaca, aderirono alle idee di Giuseppe Mazzini e fondarono una loro società segreta, l’Esperia (nome con il quale i greci indicavano l’Italia antica) e con essa tentarono di effettuare una sollevazione popolare nel Sud Italia, ma essendosi resi conto d’essere circondati da numerose spie fuggirono a Corfù ritrovandosi con un manipolo di esuli. L’Austria cercò di richiamarli, per evitare di diffondere lo scandalo, inviando la madre dei due per convincerli.

Spedizione in Calabria con Mazzini
Nel marzo 1844 a Cosenza, in Calabria, scoppiò un moto durante il quale il capitano Galluppi, figlio del grande filosofo Pasquale Galluppi, trovò la morte. In breve tempo ritornò la calma e con la calma il processo, dove furono condannate a morte 21 persone, delle quali solo sei furono giustiziate.

Il 13 giugno 1844 i fratelli Bandiera, disertori della marina austriaca, partirono da Corfù (dove avevano una base allestita con l’ausilio del barese Vito Infante) alla volta della Calabria seguiti da 17 compagni, dal brigante calabrese Giuseppe Meluso e dal corso Pietro Boccheciampe. Il 16 giugno 1844 sbarcarono alla foce del fiume Neto, vicino Crotone e appresero che la rivolta scoppiata a Cosenza si era conclusa e che al momento non era in corso alcuna ribellione all’autorità del re[1]. Pur non essendoci alcuna rivolta i fratelli Bandiera vollero lo stesso continuare l’impresa e partirono per la Sila. Il Boccheciampe, appresa la notizia che non c’era alcuna sommossa a cui partecipare, sparì e andò al posto di polizia di Crotone per denunciare i compagni. L’allarme dato raggiunse anche la cittadina di San Giovanni in Fiore, e più precisamente

« …giorno 19 giugno del 1844. In punto che corrono le ore 18 (ore 14 correnti), è qui che giunse la triste notizia che il bandito Giuseppe Meluso di San Giovanni in Fiore, da molti anni rifugiò in Corfù, sia disbarcato nelle marine del Marchesato, con un mediocre numero di persone abbigliate alla militare , ed introdottisi in tenimento di Cerenzia e Caccuri, limitrofo a questo capoluogo, col disegno di perturbare la pubblica quiete »
(ASCS Imputati politici – Inserito nel libro La spedizione in Calabria dei Fratelli Bandiera,di Salvatore Meluso, Rubbettino editore, 2001)

Cattura ed esecuzione
Subito iniziarono le ricerche dei rivoltosi ad opera delle guardie civiche borboniche, che avvistarono il gruppetto proprio quando si trovava alle porte di San Giovanni in Fiore, e in seguito ad alcuni scontri a fuoco, avvenuti presso la località della Stragola (dove oggi si trova un cippo in marmo commemorativo dell’eroiche gesta) nel comune di San Giovanni in Fiore, in cui persero la vita Giuseppe Miller e Francesco Tesei[2] vennero tutti catturati (meno il brigante Giuseppe Meluso che, buon conoscitore dei luoghi, essendo egli stesso originario di San Giovanni in Fiore, riuscì a sfuggire alla cattura).

Furono rinchiusi nelle prigioni della cittadina silana, nelle celle di Palazzo Lopez, tranne i feriti che vennero trasportati immediatamente a Cosenza, mentre i caduti Miller e Tesei vennero seppelliti nella Chiesa dell’Annunziata [3]. I catturati furono portati dinanzi alla corte marziale, che li condannò a morte. Il re Ferdinando II questa volta fu severo e ne graziò pochi, mentre i fratelli Bandiera con altri sette compagni, Giovanni Venerucci, Anacarsi Nardi, Nicola Ricciotti, Giacomo Rocca romagnolo di Lugo di Ravenna, Domenico Moro, Francesco Berti romagnolo di Bagnacavallo (RA) che vi ha intestata la locale Scuola Media e Domenico Lupatelli, vennero fucilati nel Vallone di Rovito nei pressi di Cosenza il 25 luglio 1844[4].

Le salme dei nove fucilati prima furono seppellite nella chiesa di Sant’Agostino e poi nel Duomo di Cosenza. Quelle dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro rientrarono a Venezia il 18 giugno 1867, nemmeno un anno che la città era passata all’Italia al termine della Terza guerra di indipendenza. Le tre salme sono sepolte nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo[5]. Tra i sopravvissuti dei compagni di spedizione, la cui pena fu tramutata in ergastolo, vi furono anche Carlo Osmani di Ancona e Giuseppe Tesei di Pesaro, fratello di Francesco, caduto durante gli scontri[6]. Furono condannati al carcere a vita anche Giovanni Vanessi di Venezia e Giuseppe Pacchioni di Bologna, che bravo incisore, durante le prigioni in Cosenza disegnò i volti di sei dei suoi compagni di cella.

Monumento
Il monumento nazionale ai caduti della spedizione dei fratelli Bandiera fu realizzato tra 1961 e il 1966 in località Bucchi a Crotone dall’architetto Giorgio Volpato. La prima pietra fu posta in occasione del centenario dell’Unità d’Italia il 26 marzo 1961, e il monumento fu inaugurato dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat il 21 aprile 1966. Parallelepipedo di calcestruzzo, cemento e marmo, è una struttura su due livelli con 17 blocchi di pietra di Trani a simboleggiare gli uomini della spedizione fucilati. In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia è stato riqualificato.

(tratto dalla pagina wikipedica italiana)

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Lo disse… Nietzsche

Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi. -- (---) -- Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

Lo disse… OSHO

Non voglio seguaci, persone ubbidienti. Voglio amici intelligenti, compagni di viaggio.

Lo disse… NEWTON

Platone è il mio amico, Aristotele è il mio amico, ma il mio migliore amico è la verità.

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